Paolo Madron

Berlusconi ha deciso di immolarsi sulla scena

Berlusconi ha deciso di immolarsi sulla scena

18 Gennaio 2019 08.21
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Torna Silvio Berlusconi. A 82 anni suonati ridiscende in campo per la terza o quarta volta, confermando così la nomea delle sue sette vite, uno spirito coriaceo non intaccato dall’età, e quel vitalistico narcisismo alla base in passato delle sue grandi imprese, e che continua a fungergli da propulsore. Il Cavaliere si riaffaccia sulla scena politica nonostante chi gli vuole bene (i suoi cari, Fedele Confalonieri e Gianni Letta) l’avessero consigliato diversamene. Ma Silvio, come gli istrioni del palcoscenico, esiste fin che sta in scena. Se si spengono i riflettori e si smontano le quinte l’uomo si sente perduto.

Quelli di Forza Italia lavoravano da tempo per questa nuova epifania, e alla fine ce l’hanno fatta tirando così un grosso sospiro di sollievo. Senza di lui politicamente non esistono, nonostante qualche individualità di spicco, ad esempio Mara Carfagna, provi a camminare con le proprie gambe. Ma alla fine Berlusconi candidato che tira la volata a tutti è una rassicurante panacea.

LA SUA GUERRA SANTA AGLI "ISMI": DAL SOVRANISMO AL GIUSTIZIALISMO

Come sempre, quando torna in pista, Silvio ha affidato al Corriere della sera il suo manifesto programmatico, che per la verità di programmatico ha poco o nulla. Nella lettera inviata al quotidiano di via Solferino, per tre quarti fa l’elogio di don Sturzo e della Democrazia cristiana, nell’ultima parte si autoproclama (anche qui non è la prima volta) uomo della Provvidenza. Nel 1994, ai tempi della prima discesa in campo, era per fermare i comunisti che si stavano impadronendo dell’Italia. Ora è per combattere i nuovi barbari che per certi versi, leggi Movimento 5 stelle, sono peggio, che i palazzi del potere li hanno presi e dunque si tratta di farceli stare il meno possibile.

I nuovi spettri che si aggirano nel Paese sono un micidiale cocktail di "ismi" che Berlusconi vuole esorcizzare: sovranismo, pauperismo, statalismo e giustizialismo. L’ismo che è stato per anni il suo cavallo di battaglia, ovvero il comunismo (di cui ai tempi aveva fatto redarre e diffuso un sinistro libro nero) si è fatto fuori da solo insieme al partito che ne ha ereditato almeno in parte la tradizione. Oggi gli spauracchi sono altri, ed è strano che il Cav dopo aver dichiarato che per lui i pentastellati non erano buoni nemmeno per pulire i cessi di Mediaset, non abbia menzionato gli incompetenti.

LA SUA COMUNICAZIONE NON CAMBIA: RIMANE L'UNTO DEL SIGNORE

Da notare, siccome l’uomo in fondo non cambia mai, che la modalità comunicativa è sempre la stessa, quella che indubbiamente in passato ha fatto presa: ovvero l’unto del Signore, il taumaturgo, che avrebbe di che vivere felicemente senza doversi sporcare le mani, e che invece le ficca nel marciume per mondare il Paese dai suoi vizi. Con Silvio vincono «responsabilità, crescita e libertà», senza di lui è il cupio dissolvi.

Intento lodevole ancorché arduo. Ma noi che lo conosciamo un poco sappiamo bene che a B basta il riconoscimento, il bagno di una piccola folla, l’anziana signora che lo accoglie al grido di «meno male che Silvio c’è». L’ennesima sfida, contro i sondaggi e l’età, lo tiene vivo. E tiene vivi anche parte dei suoi accoliti sui quali, senza il capo, si sarebbero allungate inesorabili le ombre dell’oblio.

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