Berlusconi faccia De Gaulle

Marianna Venturini
13/10/2010

Martino: Riforme impossibili? La resa non è una sconfitta.

Berlusconi faccia De Gaulle

Nella logica crudele degli schieramenti parlamentari, l’ex ministro della Difesa e degli Esteri, Antonio Martino, da un po’ tempo è stato etichettato come finiano. Colpa di un malumore non nascosto nei confronti del partito che lo vede nelle sue fila da sempre: Martino è stato eletto nel 1994, 1996, 2001, 2006 e 2008 prima in Forza Italia e poi nelle liste del Popolo della libertà.
Lui, che è figlio del partito liberale per tradizione politica e familiare, è ancora nel partito unico voluto da Silvio Berlusconi perché, come ha dichiarato a Lettera43, «il Pdl è l’unica alternativa plausibile». Questo non significa che nasconda gli elementi di criticità che ha nei confronti dell’operato del governo: «Per una serie di motivi le grandi riforme non sono state fatte. Al momento l’attività politica non corrisponde alle nostre speranze».
Resta il fatto che in molti già lo hanno arruolato nella nuova componente di Gianfranco Fini, Futuro e libertà. «Io non mi sono mai spostato», ha precisato l’ex ministro, «il mondo mi gira attorno ma io sono rimasto sempre qui». E nel Pdl sembra intenzionato a restare con la consapevolezza che «non c’è un’alternativa concreta».

Il successo è ancora legato al 1994

Le sue idee per rilanciare l’azione del governo sono chiare: «Dobbiamo riproporre alcune idee radicali del programma del 1994 per appurare se i nostri alleati ci stanno. Bisogna dire: volete l’aliquota unica, la separazione delle carriere dei magistrati, volete delle riforme radicale. Se le proposte sono approvate bene, altrimenti arrivederci e grazie».
Il rischio che l’operato del governo si arresti e non ci sia la ripresa sperata c’è, Martino non lo ha nascosto: «Berlusconi non deve associare il suo nome a un fallimento. Se ci deve essere la responsabilità la devono prendere coloro che non vogliono il successo. Se qualche alleato sta con noi solo per avere poltrone, lo vedremo».
Una soluzione finale non è auspicabile, però è bene prenderla in considerazione: «Se non è possibile governare, bisogna fare come Charles De Gaulle». Il politico e generale francese, infatti, nel 1969 preferì lasciare il suo incarico dopo la sconfitta subita al referendum sulle riforme costituzionali. «Se le nostre proposte sono impossibili da portare avanti, la resa non è una sconfitta».
Le elezioni a marzo sono «una probabilità», anche se «in Italia le cose cambiano da un giorno all’altro e non è facile fare previsioni».
E ha concluso citando Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno: «Non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare».