Berlusconi vince, ma resta lo spettro del voto

Paolo Madron
14/12/2010

Equilibri sempre più difficili: quali prospettive dopo la sconfitta dei finiani?

Berlusconi vince, ma resta lo spettro del voto

Una sconfitta secca per Gianfranco Fini, una vittoria (effimera fin che si vuole) che prolunga la vita politica di Silvio Berlusconi facendogli guadagnare tempo prezioso per intessere una possibile nuova trama per il centro destra.
Questo il dato che esce dalla concitata riunione della Camera, arrivata dopo un mese di spasmodica attesa, troppo per un paese sfibrato da crisi e polemiche. Troppo, alla luce del risultato, anche per Fini che non è riuscito a tenere compatto il suo raggruppamento facendo così venire a mancare sul filo di lana i voti necessari ad approvare la sfiducia.
Per il presidente della Camera si apre una stagione politica alquanto incerta, preso come sarà fra la rinvigorita pressione del Pdl affinché lasci la carica e la tenacia nel perseguire l’idea di un Terzo Polo (con Casini e Rutelli) al momento largamente minoritaria.
Diversa, ma non meno densa di incognite, la prospettiva per il Cavaliere. Se formalmente il risultato ne ribadisce la centralità politica, e la sua proverbiale capacità di comunicatore ha trasformato lo scontro alla Camera in un referendum pro o contro la sua persona da cui è uscito ancora una volta vincitore, non può certo pensare di riprendere il cammino riformatore enunciato nel suo programma di governo senza un allargamento della maggioranza.
Altrimenti, su ogni provvedimento che approdasse al Parlamento penderebbe il rischio dell’imboscata, della continua rissa che enfatizzerebbe tutte le spinte corporative che ne hanno sin qui favorito la mancanza d’iniziativa, o quanto meno fornito un alibi per giustificarla.
Per questo anche la vittoria alla Camera ha probabilmente il fiato corto. E non sono da escludere elezioni anticipate tra pochi mesi, come Bossi ha già fatto intendere.
Non a caso, subito dopo il voto di Montecitorio, è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni di marca Pdl che auspicavano  l’allargamento della maggioranza all’Udc e il suo pieno coinvolgimento nel governo.
Ma l’idea di sostituire Fini con Casini come se questi fosse un docile surrogato non sembra facilmente realizzabile. Un po’ perché, a fronte della sua indispensabilità, l’ex democristiano alzerà vistosamente il prezzo. Un po’ perché l’accettazione da parte della Lega è tutta da verificare, e anche qui potrà avvenire concedendo al partito di Bossi ben più di quanto abbia sin qui ricevuto.
Visto il cattivo sangue e l’accesa rivalità che localmente corre tra i due partiti del centrodestra (il Veneto ne è forse l’esempio più eclatante) è inimmaginabile che non ci siano contraccolpi all’interno del Pdl.
In questo gioco, come l’esito del voto ha ulteriormente confermato, il Pd non tocca palla, mancando per poterlo fare di forza numerica e identità politica con cui accreditarsi come alternativa.
Deve solo sperare che il prolungamento (breve o lungo che sia) degli attuali assetti gli dia il tempo per trovare ciò che sin qui gli è mancato, anche se questo dovesse passare per una diaspora della componente cattolica che ne dimezzerebbe d’un colpo la consistenza.
Un’ultima annotazione, infine, seguendo la diretta dei lavori parlamentari. Mai come stavolta la separatezza della classe politica dal paese è sembrata così forte, complice il fatto che fuori gli studenti protestavano, così come il giorno prima avevano fatti gli operai e i poliziotti.
Mai come stavolta quello messo in scena dai parlamentari è sembrato una sorta di kammerspiel angusto e a tratti mortificante, uno spettacolo sospeso tra vanità, opportunismo e pochezza che la dice lunga sul livello di una classe dirigente.
Di solito si obietta che la politica è lo specchio del paese, che coloro che siedono in Parlamento non sono peggiori di quelli che stanno fuori. Magari sarà vero, ma questo spettacolo ci ha almeno per stavolta convinti del contrario.