Chi era Bernardo Gui

18 Marzo 2019 18.30
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Interpretato da Murray Abraham, il dominicano e inquisitore Bernardo Gui nel Nome della rosa cinematografico del 1986 faceva una fine da Grand Guignol. Infilzato da alcuni spuntoni di ferro su cui cadeva mentre cercava di scappare dai paesani in rivolta. Era una delle più differenze più clamorose rispetto al libro di Umberto Eco, in cui invece ripartiva per Avignone portando con sé la ragazza accusata di stregoneria e i due monaci accusati di eresia. D’accordo con l’autore il regista Jean-Jacques Annaud aveva precisato nei titoli di testa che il film non era «tratto dal romanzo di Umberto Eco», ma «dal palinsesto del Nome della Rosa di Umberto Eco». Aspettiamo di vedere la fine di Bernardo Gui interpretato da Rupert Everett nel Nome della rosa televisivo. Siccome si tratta di un personaggio storico, possiamo senz’altro spoilerare che nella realtà morì pacificamente nel proprio letto il 30 dicembre 1331, all’età per l’epoca ragguardevole di 70 anni, e come vescovo di Lodève (vicino a Montpellier).

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Una cosa va detta: né nel libro né nel film è un personaggio simpatico. «A Bernardo non interessa scoprire i colpevoli, bensì bruciare gli imputati», dice Guglielmo di Baskerville. «Ricordate quanto è stato detto ripetutamente: che si evitino le mutilazioni e il pericolo di morte» sono le istruzioni dell'inquisitore ai torturatori. «Una delle provvidenze che questo procedimento riconosce all'empio, è proprio che la morte venga assaporata, e attesa, ma non venga prima che la confessione sia stata piena, e volontaria, e purificatrice».

LE CONDANNE DI GUI AI DOLCINIANI E AI CATARI

Effettivamente Gui fu responsabile per le condanne di eretici famosi: non solo gli apostolici di Fra Dolcino da Novara, ma anche i fratelli Pierre e Guillaume Authier, capi del movimento cataro. Però, dati alla mano, su 930 sentenze diede "solo" 42 condanne capitali, contro 307 condanne al carcere permanente, 139 assoluzioni e 442 penitenze diverse. Forse è esagerato definirlo un “garantista” ante litteram, però sicuramente con Gui ci sarebbe stata qualche speranza in più, rispetto a un tribunale staliniano o al Comitato di Salute Pubblica del Terrore giacobino.

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Inoltre questo personaggio che nel Nome della rosa appare come nemico della cultura fu nella realtà anche uno dei più prolifici scrittori del Medio Evo, autore di varie decine di testi: dalla storia alla teologia, passando per le agiografie. Un altro problema è però che il suo best-seller tuttora ristampato è un Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis il cui titolo viene in genere tradotto come Manuale dell’Inquisitore, e che dà appunto all’immagine del fanatico persecutore di dissidenti la ciliegina sulla torta. Tra i suoi libri c’è anche una Legenda Sancti Thomae de Aquino e un elenco ufficiale delle opere del santo che furono fondamentali per il processo di canonizzazione. Eco, che si laureò con una tesi sull’Estetica di San Tommaso, lo conosceva bene. Presumibilmente, come Tommaso aveva coinvolto Bernardo Gui nella trama, a sua volta Gui si portò con sé Dolcino.

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