Gli ostacoli di Sanders nella corsa alle primarie democratiche

19 Febbraio 2019 12.15
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Bernie Sanders ritorna in campo. Il senatore del Vermont ha infatti annunciato di volersi candidare alla nomination democratica del 2020. Sanders si appresterebbe così a partecipare a una campagna elettorale affollata e – probabilmente – rissosa che già conta numerosi concorrenti. È chiaro che il senatore miri a presentarsi come il leader dell’ala sinistra del Partito democratico: il ruolo che già incarnò in occasione delle primarie del 2016.

All’epoca, era partito in sordina come uno dei pochissimi sfidanti della front runner, Hillary Clinton. Inizialmente ben pochi credevano in lui: la maggioranza degli osservatori lo riteneva un personaggio balzano, pronto a intestarsi vacue battaglie di principio. Lo stesso fatto che si autodefinisse socialista, in aperta polemica con l’establishment dell’Asinello, spingeva molti commentatori a considerarlo un estremista settario, la cui candidatura si sarebbe celermente sciolta come neve al sole. Mai previsione si rivelò più sbagliata. Già dai primi dibattiti televisivi, si capì che il senatore avrebbe decisamente dato del filo da torcere all’ex First Lady. Poi, iniziarono i risultati sul campo: dopo aver vinto le importantissime primarie del New Hampshire, inanellò una serie di vittorie in altri Stati di assoluta rilevanza (anche in feudi un tempo clintoniani come il Michigan).

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LA GUERRA DEL PARTITO DEMOCRATICO A SANDERS

Attraverso un’organizzazione capillare e machiavellica, Sanders riuscì a coagulare attorno a sé la rabbia popolare contro lo strapotere finanziario di Wall Street al grido di «Feel the Bern» (ovverosia, incazzatevi). Una vera e propria rivoluzione, costellata di comizi affollatissimi, che lanciò una pesante sfida alle alte sfere del partito. Alte sfere che – neanche a dirlo – fecero quadrato attorno a Clinton , ricorrendo talvolta a metodi subdoli. Non solo ci furono aspre polemiche per migliaia di elettori cui fu impedito di votare alle primarie dem di New York nel quartiere di Brooklyn ma – nell’estate del 2016 – WikiLeaks diffuse informazioni riservate che mostrarono come il Comitato nazione del Partito democratico avesse remato contro la candidatura di Sanders. Uno scandalo che determinò addirittura le dimissioni della presidentessa del partito, la clintoniana Debbie Wasserman Schultz.

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IL FRONTE SPACCATO DEI DEMOCRATICI

Perse le primarie, il senatore non si è comunque dato per vinto. Ha continuato il suo lavoro al Congresso, cercando di ampliare l’area della sinistra democratica e concentrandosi – proprio per questo – sulla questione della riforma sanitaria. Un impegno che non è andato certo sprecato: in questi due anni, l’ala radicale dell’Asinello si è estesa sempre di più, anche troppo, forse. Alle imminenti primarie del 2020, questa quota rischia infatti di ritrovarsi un numero eccessivo di candidati, con il rischio di spaccare il fronte, determinando rivalità velenose. In particolare, non è ancora esattamente chiaro che rapporti intratterranno lo stesso Sanders e la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren: un’altra figura molto popolare tra la sinistra americana, anche lei recentemente candidatasi alla nomination democratica.

LE STRANE CONVERGENZE CON TRUMP

Insomma, l’arzillo socialista dovrà mostrare tutta la sua grinta, per cercare di emergere in una campagna elettorale che si annuncia zeppa di suoi emuli. E, soprattutto, dovrà essere capace di avanzare un messaggio realmente trasversale, che sia in grado cioè di attirare il voto degli elettori indipendenti, andando così al di là di sterili settarismi barricaderi. Certo non sarà facile. Non solo per l’età avanzata (ha 77 anni suonati) ma anche per la strategia elettorale che sceglierà di adottare. È vero: il senatore è stato tra i pochi a capire subito che la sconfitta democratica del 2016 fu principalmente dovuta all’abbandono del partito democratico da parte della classe operaia della Rust Belt (la regione compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi particolarmente colpita dalla crisi economica). Ma bisogna fare attenzione ad alcuni aspetti interessanti. A partire dalle convergenze che il senatore si trova paradossalmente ad avere con Donald Trump.

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AFFINITÀ E DIVERGENZE CON IL TYCOON

Certo, i due non si possono vedere. Sanders ha più volte criticato il taglio fiscale approvato dai repubblicani nel 2017, mentre il presidente, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, ha dichiarato fermamente che gli Stati Uniti «non diverranno mai un Paese socialista». Eppure, già dal 2016, erano riscontrabili alcune affinità tra i due. Pensiamo soltanto al protezionismo economico e alla riforma infrastrutturale. Due dossier decisivi, su cui entrambi dicono (ancora oggi) sostanzialmente le stesse cose. Non è detto che avere Trump come (probabile) candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2020 non possa rivelarsi paradossalmente un problema per Sanders, nel contesto di un sistema elettorale che solitamente tende a selezionare per la General Election i due competitor più politicamente distanti (si pensi solo a John McCain contro Barack Obama nel 2008, a Mitt Romney contro Obama nel 2012 o alla sfida tra Trump e Hillary nel 2016). Il senatore del Vermont torna comunque in campo. E, nonostante le oggettive difficoltà, potrebbe restare una delle poche voci realmente credibili della prossima campagna per la nomination democratica. Perché – contrariamente a molti suoi colleghi – lui alle chiacchiere ha sempre mostrato di preferire i fatti.

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