Bibi non balla il samba

Redazione
09/12/2010

Di Federica Zoja Dopo due anni di paziente lavoro diplomatico, in cui carota e bastone si sono alternati nel frenetico...

Di Federica Zoja

Dopo due anni di paziente lavoro diplomatico, in cui carota e bastone si sono alternati nel frenetico tentativo di trovare una chiave per sbloccare i negoziati diretti fra Israele e Autorità nazionale palestinese, l’amministrazione Obama sembra aver esaurito le carte a disposizione. Niente ha piegato Tel Aviv: forniture di armi e jet di ultima generazione, sostegno politico incondizionato in qualsiasi consesso delle Nazioni Unite, carta bianca sugli insediamenti di coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Washington non è riuscita a ottenere neanche tre mesi di respiro in più, a ruspe ferme, per portare al tavolo delle trattative Ramallah e affrontare il tema dei confini palestinesi. Neanche il minimo sindacale è stato accettato: l’amministrazione di Barack Obama ha dovuto ammetterlo pubblicamente il 7 dicembre, annunciando di non aver trovato un accordo con Israele per una nuova moratoria sulla costruzione di colonie.
Amaramente, il sito americano The Daily Beast ha commentato il 9 dicembre: «Bibi (Benjamin Netanyahu, ndr) sarai contento, hai tenuto duro». E ancora: «Per tre mesi ti sei comportato da filibustiere». Il colmo dei colmi: il grande alleato-protettore americano messo nel sacco dal “figliolo prediletto” in Medio Oriente, carne della propria carne. Ed è proprio questo legame che rende il premier israeliano sicuro di sé oltre ogni limite. Qualsiasi cosa succeda, niente potrà mai cambiare una verità incontrovertibile, che gli italiani esprimono così: ogni scarrafone è bello a mamma sua.

Il grattacapo sudamericano

Ora, per il governo conservatore israeliano gli unici veri grattacapi sembrano giungere dal Sud America: Argentina e ancor prima Brasile hanno riconosciuto uno Stato palestinese con confini definiti dalle Nazioni Unite nel 1967. Uruguay e Paraguay seguiranno a breve, così come Colombia e Bolivia hanno espresso la loro disponibilità.
Dal dire al fare senza passare per il via, inaugurando l’amministrazione brasiliana di Dilma Rousseff (che in realtà riceverà l’investitura ufficiale in gennaio) con un balzo deciso sullo scacchiere mediorientale.
Ma riuscirà quello che è già stato definito come il “Brazilian style” là dove non ce l’ha fatta la Casa Bianca? Il movimento di resistenza palestinese Hamas ha già sminuito il gesto, sostenendo di aver proclamato unilateralmente nel 1988 l’esistenza dello Stato Palestinese incassando il riconoscimento di 167 Paesi, eppure ciò non ha influenzato il processo di pace.
Per Hamas, si tratterebbe di «premure nei confronti del presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese)», ha commentato con evidente livore politico Salah Barduil, della segreteria politica di Hamas, intervistato dalla tv satellitare Al Jazeera.
Di tutt’altro genere il parere dell’Anp, che ha visto nella presa di posizione sudamericana un «segnale positivo del clima internazionale sulla questione palestinese» e intende fare pressioni su Washington affinché, se non altro, minacci pubblicamente Israele di seguire la strada brasiliana.

L’asse economico arabo-brasiliano

Il riconoscimento sudamericano non può essere compreso a pieno senza tener conto del più importante piano economico.
È probabile che il Sud America e il capo fila brasiliano, sul medio periodo, possano acquisire peso negoziale in Medio Oriente grazie alla leva del business: nell’ultimo biennio il Brasile di Lula ha stretto accordi con Marocco, Algeria, Egitto, Libano, Iran per miliardi di dollari.
I settori interessati sono infrastrutture, energia, tessile, alimentare, edilizia, turismo e servizi. Non c’è nazione di Nord Africa o Medio Oriente che non abbia accolto una missione di sistema brasiliana o sudamericana congiunta dal 2008 a questa parte.
E con questo metodo, più che con proclami pro-palestinesi (come ha cercato di fare la Turchia) o discorsi rivolti al mondo islamico (come il primo Obama), l’asse arabo-sudamericano si è andato rafforzando.
Ora gli osservatori attendono di capire se Brasilia incasserà un posto al tavolo dei futuri negoziati diretti oppure ospiterà un nuovo round di colloqui al posto di Washington.