Bignami Fiat

Redazione
23/12/2010

di Luigi Dell’Olio Che peso assumerà l’Italia nella Fiat post spin-off, anche alla luce di un’integrazione con Chrysler che procede...

Bignami Fiat

di Luigi Dell’Olio

Che peso assumerà l’Italia nella Fiat post spin-off, anche alla luce di un’integrazione con Chrysler che procede a tappe forzate e delle voci di cessione per la divisione dei veicoli industriali? È questo il dilemma che sta animando il dibattito tra le parti sociali e tra gli analisti. Anche perché, a seconda delle diverse risposte, si avranno conseguenze dirette sull’occupazione e gli investimenti nel nostro Paese.
Dal Lingotto preferiscono non rispondere, rimandando ogni considerazione «a quanto pubblicato sul sito internet nelle ultime settimane». Una posizione che va letta anche alla luce delle tensioni di questi giorni intorno alla probabile uscita delle newco di Mirafiori e Pomigliano da Confindustria.

Il futuro degli stabilimenti Fiat

I documenti ufficiali, tuttavia, non aiutano a fare chiarezza su questo versante perché manca uno spaccato del conto economico per Paese. Quanto agli stabilimenti, per il prossimo anno si segnala di certo la chiusura della fabbrica a Termini Imerese (1.400 i dipendenti attuali) con spostamento della produzione in Polonia e la previsione di mantenere la presenza industriale attraverso la diversificazione dei prodotti.
MELFI E POMIGLIANO. Ancora da definire la situazione a Pomigliano (5 mila dipendenti), dove prosegue fino a esaurimento la produzione di tre modelli Alfa e si attende la Nuova Panda per limitare i danni, e a Cassino (4 mila dipendenti), stabilimento scelto per la nuova Giulietta. Nella vicina Melfi (5.200 addetti), è stata confermata la produzione della Grande Punto e lo stesso è accaduto in Val di Sangro (5.900 persone) con la Ducato.
L’INCOGNITA MIRAFIORI. Resta il Piemonte (10.700), culla storica del gruppo, con Grugliasco, destinataria della Thesis, e le incognite su Mirafiori per la fine produzione di Multipla, Idea e Musa, che verranno sostituite da una nuova monovolume. Proprio lo stabilimento principe della casa torinese dovrebbe conoscere il suo futuro il 23 dicembre, con la firma azienda-sindacati sul nuovo piano alla quale dovrebbe sottrarsi la sola Fiom. Secondo il piano noto come “Fabbrica Italia”, il management è convinto di poter rafforzare la produzione nella Penisola, portandola dalle 650 mila unità del 2009 (poco meno di un terzo della produzione totale) a 1,4 milioni nel 2014 (su 3,8 milioni stimati in tutti gli stabilimenti mondiali, 6 milioni considerando anche la Chrysler). Il 65% delle unità prodotte sarà destinata alle esportazioni, a fronte del 40% del 2009. Alle automobili, si aggiungeranno a regime anche i 250 mila veicoli commerciali leggeri sfornati nello stabilimento in Val di Sangro.

Il contesto economico

Tutto questo su carta, perché poi occorre fare i conti con le tensioni sul fronte sindacale e l’andamento dell’economica in generale. Il dato più recente indica che, a novembre, le immatricolazioni in Italia sono calate del 21,7% rispetto ai dodici mesi precedenti (contro il -7,4% del dato europeo) e la Fiat ha fatto anche peggio, cedendo il 23,8%.
IL CALO IN EUROPA. Le cose non vanno meglio oltreconfine: a livello europeo (considerando l’Ue a 27 e i paesi Efta), la quota di mercato della Fiat è passata dall’8,2% di novembre 2009 al 6,7% attuale. Nei primi undici mesi del 2010, la quota di mercato del Lingotto è sceso al 7,6% dall’8,7% dello stesso periodo di un anno fa. Se l’Europa soffre, l’America non festeggia:  A.T. Kearney stima che il 2010 del mercato statunitense si chiuderà con vendite per circa 11,7 milioni di unità e anche il prossimo sarà un anno di transizione. Per rivedere la media storica (16 milioni di auto vendute) occorrerà attendere il 2012.
SI ATTENDE LA RIPRESA. Secondo le previsioni del Centro Studi Promotor GL events, anche per dicembre si attende un risultato negativo e il mercato italiano potrebbe quindi chiudere il consuntivo del 2010 con 1.955.000 autovetture immatricolate: un calo del 9,4%. «Nel 2011 dovremmo essere sugli stessi livelli, con immatricolazioni di 1.960.000 unità», spiega il direttore del Centro Studi, Gian Primo Quagliano. «Dopo un primo trimestre negativo, dovremmo assistere a una ripresa trainata dalla domanda di auto aziendali e dai nuovi modelli.  L’impatto di questi fattori sarà comunque contenuto dalla debolezza della ripresa economica», aggiunge.

Una visione sempre più internazionale

Giuseppe Berta, professore dell’Università Bocconi e fino al 2002 responsabile dell’Archivio storico Fiat, vede un progressivo disimpegno del gruppo automobilistico dall’Italia: «Analisi più approfondite potranno essere fatte solo tra qualche settimana, anche perché occorrerà capire cosa ne sarà di Fiat Industrial, ma è evidente che il management ragiona sempre più in un’ottica multinazionale, andando a caccia delle occasioni che si presentano nei singoli mercati».
LA SVOLTA DI MARCHIONNE. Un’evoluzione impressa da Sergio Marchionne, che ha inevitabili ripercussioni sui rapporti di lavoro: «I tempi con cui la Fiat sta cambiando volto hanno colto di sorpresa tutte le parti sociali italiane, ma questo era inevitabile perché il nostro Paese ha fin qui dimostrato di faticare a seguire i processi in atto sui mercati». Un atteggiamento, quello del manager italo-canadese, che ha sovvertito i canoni con cui solitamente si muoveva lo stesso Lingotto: «Probabilmente la vecchia Fiat avrebbe usato una strategia di comunicazione differente», aggiunge Berta, «all’insegna di un passaggio più soft e di un maggiore coinvolgimento di tutti gli attori interessati dal cambiamento, ma va anche detto che viviamo un momento particolare. Del resto, anche i consumatori non danno più la propria preferenza all’auto italiana, ma valutano il rapporto qualità/prezzo senza preclusioni verso i marchi stranieri».

Rimescolamento azionario e previsioni sul titolo

Per Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom-Cgil, «le dichiarazioni rilasciate ieri da John Elkann sono inequivocabili». Il presidente della Fiat, a proposito di Torino, aveva dichiarato: «Le nostre radici sono qui…. ma questo non può essere un vincolo che ci preclude il futuro». «Dall’azienda non riusciamo ad avere i dettagli del piano per i prossimi anni, ma è chiaro che si stanno chiudendo 100 anni di storia di un’azienda fortemente radicata nel territorio. Il futuro sarà sempre più focalizzato sui Paesi con un basso costo della produzione ed elevata crescita dei consumi e, verosimilmente, il riposizionamento passerà per un riassetto dell’azionariato» Resta da capire con quale velocità e fino a che punto si realizzerà il disimpegno dall’Italia.
IL PIANO B DI MARCHIONNE. L’ipotesi estrema è stata prospettata dagli analisti di Barclays, secondo i quali l’uscita produttiva dall’Italia costerebbe tra i 500 milioni e il miliardo di euro, «pari a un anno di perdite di Fiat Auto in Europa», precisano, aggiungendo che a questa somma andrebbero aggiunti i nuovi investimenti necessari «per espandere la capacità produttiva nell’Europa dell’Est, rispetto alle attuali 1,1 milioni di unità». Si tratterebbe del cosiddetto “Piano B” elaborato da Marchionne, nel caso di fallimento delle trattative sindacali. Un’ipotesi che secondo il report di Barclays è comunque poco probabile al momento attuale. Più facile, secondo gli analisti, che si arrivi a un’intesa. La previsione sul titolo resta positiva, con un prezzo obiettivo a quota 18 euro, all’incirca il 20% in più rispetto ai corsi attuali. Mentre Moody’s non esclude un taglio del giudizio di Fiat spa dopo lo scorporo dall’attuale Ba1, in quanto la solidità finanziaria del business auto potrebbe essere più fragile: una decisione verrà presa nelle prossime settimane, anche alla luce dell’evoluzione del mercato auto in generale.