Berlinguer ha lasciato il Pci e la sinistra senza eredi

Dopo la sua morte, il partito comunista ha perso la sua anima. Diviso in correnti non è riuscito a sopravvivere. Il resto è una storia che conosciamo fin troppo bene.

11 Giugno 2019 06.00
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Enrico Berlinguer forse sapeva che avrebbe potuto morire sul “lavoro”. Pochi mesi prima del comizio di Padova del 7 giugno 1984 era a Bari e si sentì male. Il Partito, rigorosamente con la “P” maiuscola, convocò i migliori medici della città fra cui Tommaso Fiore, nipote dell’autore di Un popolo di formiche, il cardiologo Leone e quello che veniva considerato il principe degli analisti clinici, il dottor Scotti.

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I tre andarono in albergo dal segretario, gli tolsero un sacco di sangue per le analisi di laboratorio, e subito gli dissero che la sua ipertensione non era sotto controllo e che era abbastanza rischioso fare la vita che faceva con così scarsa copertura farmacologica. Enrico, sorridendo, rispose che lui i farmaci li prendeva ma non poteva farlo in campagna elettorale perché si sarebbe sentito debilitato e aveva bisogno di tutta la propria forza per girare per il Paese e fare comizi di fronte a decina di migliaia di cittadini, comunisti e no. Apparve ai medici come uno che sapeva di ingannare i propri dottori ma non poteva farci niente, prima veniva il suo popolo. Sapeva di rischiare e rischiò. È finita come è finita.

CON PERTINI UNO DEI POLITICI PIÙ AMATI DEL NOSTRO PAESE

Non c’è nessun giallo nella sua morte, quindi, se non la volontà dell’uomo politico di essere sempre all’altezza della propria responsabilità e del sentimento che lo accompagnava nella sua – si può dire? – missione. Enrico Berlinguer non è stato il “migliore” dei leader del Pci, il “migliore” dei comunisti. Nessun paragone con Antonio Gramsci e neppure con quella stupenda intelligenza un po’ mefistofelica di Palmiro Togliatti.
È stato però il comunista più amato d’Italia. Con Sandro Pertini forse l’uomo politico più amato dagli italiani. Per molti di noi era la ragione vivente per stare nel Pci, per tanti era l’immagine della politica pura priva di sotterfugi, meschinità, arricchimenti.

GIÀ NOTATO DA LUIGI LONGO QUANDO ERA PRESSOCHÉ SCONOSCIUTO

Dobbiamo distinguere, però, i Berlinguer che abbiamo conosciuto. Il leader nasce per predestinazione, si ricorda la frase di Gian Carlo Pajetta che sostenne che fin da piccolo il giovane sardo si era iscritto alla Direzione del Pci. Quando Alessandro Natta, altro personaggio complesso, lasciò il gruppo dirigente del Pci per diventare capo della Commissione di controllo, il vecchio Luigi Longo, capo militare della Resistenza e uomo di larghissime vedute (fu lui a rendere pubblico il documento di Yalta scritto da Togliatti prima di morire che indicava la distanza fra i comunisti italiani e l’Urss), aveva da tempo già scelto questo funzionario poco noto alle cronache (mentre nel Pci si fronteggiavano titani come Giorgio Amendola e Pietro Ingrao e alcuni coetanei di Berlinguer – un nome su tutti Giorgio Napolitano – studiavano da leader), per metterlo alla guida del più forte partito comunista occidentale.

Enrico Berlinguer durante una manifestazione, nel 1980, a Roma, a Piazza Navona.

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FU IL PRIMO LEADER MEDIATICO IN ITALIA

Il partito conosceva Berlinguer. Il partito, quel partito, conosceva tutti i suoi capi, anche la Base profonda sapeva chi era nel giro di comando e chi stava per entrare. All’inizio forse il partito non capì bene cosa aspettarsi da questo silenzioso uomo d’apparato, ma nel Pci era arrivata la rivoluzione del 1968 e i protagonisti di quella rivolta di fronte a quell’uomo che parlava di giustizia, che si opponeva a un mondo che sembrava perduto, furono affascinati. Diventarono berlingueriani e per questo comunisti. La televisione, che già svolgeva un grande ruolo nel selezionare i leader con le sue tribune politiche disciplinate e con i moderatori coltissimi, sembrò il luogo meno adatto per Enrico, per la sua voce bassa, per quel ragionare un po’ schematico, per un linguaggio troppo intricato con quello di partito. Eppure a poco a poco il fenomeno Berlinguer invase i media. È stato lui il primo grande leader mediatico.

UN TOGLIATTIANO CHE TRASFORMÒ IL PCI

Berlinguer era un togliattiano. Diciamo pure che non ha inventato nulla. Era pessimista come tutti i comunisti del suo tempo, vedeva l’incombere di catastrofi e cataclismi politici e, del resto, fra terrorismo, ruberie e sommovimenti giovanili (cose in sé diversissime ma contemporanee) era difficile immaginare quale sarebbe stata la sorte dell’Italia. Lui propose il compromesso storico dopo aver visto il dramma finale di Salvador Allende. Era una idea presa dal togliattismo a cui si oppose il vecchio Longo che pensava a una alternativa alla Dc piuttosto che a una alleanza strategica. La Democrazia cristiana con cui parlava Berlinguer era quella di Aldo Moro che sfidava il capo comunista a mostrare che cosa fossero quegli elementi di socialismo che diceva di voler introdurre nella società e nell’economia italiana. Con Enrico il partito si fece Stato. Il rapimento Moro ne fu la dimostrazione. Rigorosi fino alla spietatezza.

Enrico Berlinguer durante un comizio, il 16 giugno 1975, a Roma, a Piazza San Giovanni.

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LA QUESTIONE MORALE E IL RAPPORTO CON L’URSS

Non è vero, invece, che la questione morale fu agitata solo contro gli avversari. Gli anni della solidarietà nazionale avevano prodotto, nel Sud ma anche in alcune città del Nord, un certo “pasticcio” fra comunisti e altri partiti. La questione morale era anche una questione che riguardava il Pci di Enrico Berlinguer. Lui alzò un muro contro gli affaristi di altre forze politiche ma che doveva servire a fermare gli affaristi di casa propria. Berlinguer non ruppe definitivamente con l’Urss ma fece per l’autonomia del Pci quello che nessuno aveva fatto prima di lui. A Giampaolo Pansa disse che si sentiva sicuro sotto l’ombrello della Nato e a Mosca, nella sala delle Colonne, parlò di democrazia come nessun leader comunista aveva mai fatto.

UN COMUNISTA FEDELE ALLA DEMOCRAZIA

Chi si è chiesto dopo la sua morte se Berlinguer avrebbe sciolto il Pci, io credo di poter rispondere che non l’avrebbe mai fatto ma avrebbe consegnato al Paese l’idea di un comunismo italiano completamente legato alla democrazia. Troppo tempo si è perso a descrivere il Pci come moderna socialdemocrazia e il suo capo, amico di leader socialisti europei, come un uomo che aveva precorso i tempi dell’adesione all’Internazionale socialista. Berlinguer morì comunista, fedele a una idea che nella sua testa, e in quella di coloro che lo seguivano, era un tutt’uno con la democrazia. Con la morte di Enrico l’Italia scoprì di aver perso un suo gioiello. Lo pensarono anche a destra. Lo dimostrò, con la sua coraggiosa visita alla salma, anche Giorgio Almirante.

Da sinistra Gian Carlo Pajetta, Giorgio Napolitano e Enrico Berlinguer in una foto d’archivio del 2 luglio 1976 a Roma.

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A CAPO DI UN PARTITO CON UNA CLASSE DIRIGENTE ECCEZIONALE

Morto Enrico, per molti morì il Pci. Forse non è così. La vicenda di Enrico Berlinguer rivela che il Pci non era quello che diceva di essere. Era un partito diviso in correnti organizzatissime e disciplinate, era un partito che vagava dal movimentismo al liberismo, era un partito solido ma con molte crepe nella sua storica organizzazione. Enrico Berlinguer questo magma riusciva a dominarlo, via via con sempre maggiore difficoltà, ma sapendo che aveva dietro di sé milioni di persone. Era diventato il primus di un gruppo dirigente eccezionale per storia e cultura. L’elenco dei nomi è impressionante: da Amendola a Ingrao, a Napolitano, a Gerardo Chiaromonte, a Paolo Bufalini, ai sindacalisti Luciano Lama e Bruno Trentin e tanti altri ancora. Tutte personalità della cultura italiana.

Enrico era un totus politicus, era immerso nella vita pubblica senza dichiarate altre simpatie culturali. Era colto ma teneva tutto per sé

Quando uno di loro girava in periferia per i giovani era un continuo esame universitario per la sfida culturale insita in quel modo di interrogarli su ciò che avevano studiato. Chiaromonte per un anno intero mi telefonava ogni mese per chiedermi conto del perché, pur avendo pochi esami da fare prima della laurea, non mi decidevo a farli. Tante volte ho pranzato con Bufalini, l’uomo del rapporto con Oltretevere, latinista che ti lasciava sempre a bocca aperta. A me Tonino Tatò, segretario e amico di Berlinguer, chiedeva la prima stesura di interviste e discorsi rivolti al Sud e l’idea che il capo li avrebbe letti, corretti, commentati mi emozionava sempre. Enrico era invece un totus politicus, tranne un intervento sulla futurologia, sollecitato da Ferdinando Adornato, lui era immerso nella vita pubblica senza dichiarate altre simpatie culturali. Era colto ma teneva tutto per sé.

DOPO ENRICO IL PCI PERSE LA SUA ANIMA

La morte di Berlinguer pose il problema della successione. In altri tempi e in un partito comunista normale probabilmente si sarebbe scelto fra un vecchio esponente, e qui erano in pole position Napolitano e Lama, o il figlio del partito, cioè Massimo D’Alema. Ma Napolitano e Lama erano apparsi agli occhi del partito come due critici di Berlinguer, addirittura da destra, e il partito richiamò in servizio un altro latinista di grande cultura e generosità, Alessandro Natta. Quel Pci era, come ho detto, dominato da correnti rigide e multiformi. C’erano gli amendoliani, poi diventati miglioristi, c’erano gli ingraiani, e c’era il mondo che si era coagulato attorno a Berlinguer, il cosiddetto centro del partito. Poi c’erano tante personalità che apparivano cardinalizi come Aldo Tortorella, intellettuale raffinatissimo e dominatore dell’apparato, e un’ala filosovietica guidata da Armando Cossutta che era più forte di quanto apparisse perché molti filosovietici erano “in sonno”. Natta interpretò il ruolo di uomo della transizione che avrebbe portato alla ribalta un gruppo dirigente nuovo. La leggenda racconta che nel garage delle Botteghe Oscure Achille Occhetto e D’Alema sottoscrissero un patto “prima tu, poi io”. Sta di fatto che immediatamente si capì che, privo dell’immagine carismatica di Enrico Berlinguer, il Pci sembrava un pugile suonato.

Enrico Berlinguer inaugura una sezione del Pci, il 13 maggio 1984, a Nogara.

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COL CROLLO DEL MURO LA FINE DEL SOGNO

L’89 dette il colpo finale. Molti decisero di difendere il comunismo, persino fra i miglioristi si sosteneva la tesi di un partito del comunismo democratico, ma Occhetto, uomo di straordinaria disinvoltura, propose che quel dramma collettivo mondiale diventasse la grande occasione e sciolse il Pci immaginando di trasformarlo non in un partito socialista ma in un partito democratico a modello statunitense. Solo D’Alema capì che quel che stava accadendo era un dramma e chiese al partito di non festeggiare la propria morte ma di accettarla come estrema necessità per portare in salvo l’esercito. Il resto è storia recente.

C’era Berlinguer invece oggi abbiamo Di Maio, Salvini, Giletti, Travaglio, Davigo per tacere della stagione di Berlusconi

In questa storia però nessuno dei nuovi dirigenti si rivelò erede di Berlinguer. Non lo fu Achille Occhetto, funambolo della politica, non lo è stato Massimo D’Alema, il predestinato che iniziò a giocare la partita in un campo che non era il suo, non lo è stato Walter Veltroni che scoprì improvvisamente di non essere mai stato comunista. Per carità di patria taccio su Piero Fassino e Pier Luigi Bersani. La caratteristica dei leader post-berlingueriani è che nessuno di loro aveva una compenetrazione comparabile con quella di Enrico Berlinguer. Se il Pci non fosse stato sciolto, il leader progressista del comunismo italiano sarebbe stato Massimo D’Alema, un po’ Andropov, un po’ Gorbaciov. Però è andata diversamente e Berlinguer non ha avuto eredi. Non li ha avuti sui terreni fondamentali. Dopo di lui la televisione, che lui dominava, è diventata preda di altri politici. Dopo di lui le masse, cioè i poveri, si sono buttati a destra sospinti dalla sciatteria della sinistra. Dopo di lui la moralità è diventata il bambolotto di pezza di alcuni pm. C’era Berlinguer invece oggi abbiamo Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Massimo Giletti, Marco Travaglio, Pier Camillo Davigo per tacere della stagione di Silvio Berlusconi. L’ultima diga 35 anni fa è crollata a Padova e dopo la morte di Enrico sono arrivati loro. Noi comunisti del Pci abbiamo perso tanto, ma l’Italia ha perso più di noi.

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