Birmania, libertà di carta

Giovanna Faggionato
20/08/2012

Fine censura, ma la repressione resiste.

Birmania, libertà di carta

I primi a essere informati sono stati i direttori dei maggiori quotidiani. Lunedì 20 agosto il ministero dell’Informazione birmano li ha convocati per comunicare la notizia che aspettavano da 48 anni e due settimane: l’era della censura preventiva è finita.
Dal 6 agosto del 1964 fino a oggi, articoli, servizi radiofonici e trasmissioni televisive venivano setacciati, filtrati e esaminati da zelanti funzionari ministeriali. Per ottenere l’autorizzazione alla pubblicazione, i prodotti editoriali dovevano evitare gli argomenti più sensibili.
UNA SVOLTA STORICA. Invece, d’ora in poi in Myanmar sarà possibile leggere ciò che prima era tabù: commenti sulla Costituzione, sulla stabilità politica e le minoranze etniche.
La decisione può essere considerata storica per le 300 testate, tra quotidiani e settimanali, e i 3 mila siti Internet che animano il dibattito pubblico. Fino al 2011 il regime controllava anche i testi delle canzoni e persino i libri di fiabe, eppure i cronisti sono cauti nel definirla una rivoluzione.
LA REPRESSIONE CONTINUA. Il comitato per la censura, che il governo aveva in un primo momento dichiarato di voler eliminare, è destinato a lavorare ancora a pieno ritmo. Per gli articoli pubblicati, infatti, rimangono le leggi repressive che sono valse la prigione a tanti oppositori del regime.
Il significato delle parole pronunciate a ottobre da Tint Swe, il potente capo del dipartimento per il controllo della stampa, è diventato chiaro: la censura, aveva detto, è incompatibile con la democrazia, i giornalisti devono accettare le responsabilità connessa con la libertà di stampa.

Una primavera sotto regime militare

Strana concezione della democrazia, quella del regime birmano. Da quando, a novembre del 2010,  il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è stata liberata, l’apertura del Paese all’Occidente ha avuto un’accelerazione.
A 50 anni dal golpe che nel 1962 consegnò il Paese alla dittatura, il graduale disgelo è dosato sapientemente dall’attuale presidente della Repubblica, il generale in congedo Then Sein.
A ottobre del 2011 il regime ha liberato 260 prigionieri politici, a dicembre per la prima volta dopo 50 anni il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha visitato il Paese. Nelle elezioni parlamentari di aprile, Suu Kyi ha conquistato un seggio in parlamento. E poco dopo l’Unione europea ha congelato per un anno le sanzioni economiche contro il governo militare, mentre a giugno gli Stati Uniti hanno annunciato l’alleggerimento del loro embargo.
Sulla carta, insomma, la Birmania sembra proiettata verso un futuro civile e democratico.
LA COSTITUZIONE MILITARE. Tuttavia, la transizione ha probabilmente precise ragioni economiche, cioè la necessità di slegarsi dall’area di influenza della Cina e dalla sua soffocante egemonia, aprendosi agli investimenti europei e americani. E il potere politico è ancora saldamente controllato dalla giunta militare.
Pur avendo osato ostacolare gli interessi di Pechino, impedendo la costruzione della diga faraonica sul fiume Irrawaddy, il 67enne Sein non è certo un alfiere dei diritti civili. Amico e alleato dell’ex dittatore Than Shwe, alla guida del Paese dal 1992 al 2011, ha presieduto la commissione costituzionale sui cui si è fondata la perestrojka sui generis del Myanamar: la nuova Costituzione prevede che il 25% dei seggi del parlamento siano attribuiti dai generali, ai quali è affidato anche il diritto di veto sulle materie politiche principali.

Il silenzio sul conflitto etnico

Una delle conseguenze del ruolo ancora centrale dei militari è la difficile convivenza con le 135 etnie del Paese. Il nuovo governo ha rotto tre cessate il fuoco con i gruppi politici di ispirazione etnica. Per molto tempo la censura ha protetto la guerra dell’esercito ufficiale contro le minoranze, e in particolare contro i musulmani Rohingya. Ma negli ultimi anni, il conflitto ha subìto una recrudescenza.
Nel 2010 il numero degli sfollati è stranamente triplicato, arrivando a quota 140 mila. E non si contano le denunce delle organizzazioni governative e dalle Nazioni Unite sulle discriminazioni perpetrate dai militari e dalla maggioranza buddista sulla popolazione di fede islamica.
LE CRITICHE A SAN SUU KYI. Mentre riceve il plauso del mondo per aver allentato le maglie della censura della stampa, Sien continua a usare il pugno di ferro contro la minoranza musulmana.
E ora che San Suu Ky è entrata in parlamento e ha aperto un dialogo con il governo, il suo silenzio sulle persecuzioni subite dai musulmani nell’Ovest del Paese inizia a fare rumore.