Bisogna saper perdere

Alessandro Giberti
06/12/2010

Ecco chi sono i protagonisti dei dieci maggiori flop del 2010.

A volte sono state scelte sbagliate prolungate nel tempo, a volte un singolo minuscolo episodio determinante. Il successo, o l’insuccesso, di una vita può dipendere, come nella bellissima scena di Match Point di Woody Allen, dal rimbalzo della pallina al di qua o al di là della rete dopo il tocco del net; oppure da testarde prese di posizione, cocciuto senso di onnipotenza, addirittura stupidità. E comunque l’effetto è il medesimo: carriera rovinata, professionalità compromessa. Ecco il meglio del peggio 2010.

1. Stanley McChrystal

Non era un parolaio, e si è visto. È bastata un’intervista a Rolling Stones, il primo e unico lungo ritratto “autorizzato” direttamente dall’ex comandante della missione Nato in Afghanistan, e ciao, strike. Polemiche, dimissioni, ritiro dall’esercito, pensione.
Tutto nel giro di una decina di giorni. Certo, definire «gay» e «peggio di essere presi a calci nel culo da una stanza piena di gente»  l’ipotesi di andare a una cena ufficiale a Parigi con un gruppo di ministri francesi a spiegare le esigenze dell’Isaf, non lo ha aiutato. E neanche storpiare il nome del vicepresidente Joe Biden in “Bite me”, gergale per “Vai a fare in cxxx”, a pensarci bene. Il generale ora però si sta consolando con un giro di conferenze per gli Usa da 60mila dollari a serata. Chissà quanto durerà.

2. Marcello Lippi

Va bene, ha vinto tutto. Cinque scudetti, una Champions League, una Coppa intercontinentale, una Supercoppa europea, una Coppa Italia, quattro Supercoppe italiane, e soprattutto, il Mondiale 2006 in Germania. Quindi, punto primo, grazie. Punto secondo, le disastrose scelte tecniche che hanno portato l’Italia a presentare una pattuglia formata da vecchi campioni spompati e giovani scarponi solo-polmoni al Mondiale 2010 in Sudafrica, sono state sue. E sono state sbagliate. Punto. Carriera finita? Forse no, ma intanto si parla di nazionale Ucraina..

3. Claudio Scajola

Mister «a mia insaputa» non poteva non finire in classifica. Ridicola la situazione in cui si è cacciato, con i 180 metri quadrati vista Colosseo pagati in parte dal costruttore Diego Anemone, ancor più ridicola la sua linea difensiva: «Mah, non so, se fosse così i miei legali eserciteranno le azioni necessarie ad annullare il contratto» e altri arrampicamenti vergognosi. Vergognosi per chi li ascoltava ancor più che per chi li pronunciava, il che è tutto dire. Futuro politico? Anche no.

4. Filippo Penati

Il 2009 era stato il suo anno: coordinatore nazionale della mozione Bersani nella fase congressuale del Pd. Bottino pieno, vittoria e incarico immediato: capo della segreteria politica. Le premesse per un grande 2010 c’erano tutte, un destino che aveva finalmente fatto uscire l’ex sindaco della Stalingrado d’Italia (Sesto San Giovanni) dai rigidi confini lombardi. E invece niente, proprio la sua terra, e la sua città di nascita, Milano, gli sono stati fatali.
Si perché Penati è l’artefice della carriera politica più fulminante della Storia, quella dell’architetto Stefano Boeri: non era neanche iniziata che è già finita. La scelta del Pd di appoggiare la candidatura di Boeri è stato senza dubbio l’harakiri politico dell’anno. E la vicenda ha assunto toni ancor più grotteschi se si pensa che Milano è proprio la roccaforte di Penati. Insomma, si poteva sbagliare nome a Torino, a Bologna, a Roma, ovunque. Ma non in “casa”, non nel capoluogo della provincia di cui si è stati presidente per cinque anni. Risultato? Dimissioni (ovvie) e carriera, diciamo così, leggermente in stand-by.

5. Antonio Cassano

Ne ha combinate così tante nella sua vita professionale che abbiamo perso il conto. Insulti, corna, sputi, litigi. Spesso sovrappeso, tiratardi, indolente, donnaiolo impenitente («ho avuto 6-700 donne», ha scritto nella sua autobiografia, con un’approssimazione al centinaio che ha fatto sognare). Ma è un genio, si è sempre detto. Ed è vero. Ma l’eterno talento di Bari vecchia, in fondo, non è che abbia poi combinato un granché.
Sì, qualche grande partita al Bari, qualcuna alla Roma, e qualcuna in più alla Sampdoria. Del periodo madrileno si ricorda più che altro l’imitazione che ne facevano sulle tv spagnole mentre era intento a mangiare e bere come un pazzo. Ora, il litigio con il presidente Garrone e Fantantonio si ritrova fuori rosa. A 28 anni, non si può certo dire che la sua carriera sia finita, ma insomma: come calciatore ha un grande futuro dietro le spalle.

6. Chris Dyer

È l’ingegnere 41enne responsabile della strategia Ferrari in pista. Essendo questi due termini, “strategia” e “Ferrari”, diventati l’ossimoro dell’anno dopo il disastroso week-end di Abu Dhabi, ne consegue che l’australiano non ha fatto esattamente un ottimo lavoro.
Folle la decisione di fermare Felipe Massa quando era evidente che non sarebbe mai potuto rientrare in pista davanti a Mark Webber, addirittura scoraggiante quella di richiamare ai box anche Fernando Alonso senza aspettare i due-tre giri necessari a comparare i tempi dei due piloti. Le sue scelte sono costate il Mondiale al pilota spagnolo. Pagherà? C’è da scommetterci.

7. Mariella Burani

Il 2010 è stato l’anno del crollo definitivo della signora della moda di Reggio Emilia schiacciata da un monte debitorio di oltre 500 milioni di euro. Il suo gruppo, a seguito della richiesta avanzata dalla Procura di Milano, è stato dichiarato fallito l’11 febbraio. Il 28 luglio sono invece stati arrestati il marito Walter e il figlio Giovanni con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Pochi giorni fa, il 27 ottobre, l’ultimo colpo di scena: lo stesso Giovanni, ex amministratore delegato del gruppo, ha cercato di iscriversi allo stato passivo dei creditori. Il giudice gli ha fatto soltanto un gesto con l’indice, il cui significato era chiaro: “Non provarci neanche”.

8. Mel Gibson

Ormai è ufficiale: il vecchio Mel ha perso la brocca. La caduta libera dell’ex star assoluta del cinema hollywoodiano non conosce rallentamenti.
Dopo le accuse di antisemitismo di qualche anno fa (sia per il film La passione di Cristo, sia per un vergognoso parapiglia con una pattuglia di poliziotti californiani colpevoli di averlo fermato completamente ubriaco: «Siete dei fottuti ebrei», disse loro l’attore), Mel ha rincarato la dose. Per non farsi mancare nulla, quest’anno ha arricchito la sua collezione di squilibri mentali aggredendo fisicamente (a quanto pare brandendo anche una pistola) e telefonicamente (augurandole, tra le altre amenità, di venire stuprata da un «branco di negri») nientemeno che la fidanzata, nonché madre di uno dei suoi figli, Oksana Grigorieva. Arma letale, come la sua testa.

9. Gordon Brown

Due anni e mezzo da primo ministro gli sono bastati per affondare il Labour dopo 10 anni di governo ininterrotto della sua nemesi, il brillante Tony Blair. Impacciato davanti alle telecamere, scorbutico con gli elettori, goffo nei movimenti, Brown è sempre apparso poco a suo agio nei panni del capo.
Non che non lo fosse per nulla, o che abbia sbagliato tutte le scelte strategiche una volta riuscito a sgomberare finalmente Downing Street dal fascinoso predecessore. È che non ha funzionato, punto e basta. Probabilmente era soltanto ora di cambiare direzione politica per il Paese, ma lo scozzese sarà sempre ricordato per essere rimasto con il famoso cerino in mano. Se all’insuccesso politico aggiungiamo il disastro editoriale (la sua raccolta di discorsi pubblici, intitolata The Change We Choose, è stato un flop micidiale, a fronte dell’incredibile successo planetario dell’autobiografia di Blair), ce n’è abbastanza per finire dall’analista. E restarci.

10. Alessandro Profumo

Dare del “trombato” a un signore che si è appena messo in tasca una liquidazione da 40 milioni di euro, potrebbe anche apparire una leggera forzatura, ce ne rendiamo conto. Ma qui non si discute l’ampiezza del portafoglio di Profumo, ma lo scotto subito dal banchiere che si è visto di fatto estromesso da quella stessa Unicredit che ha praticamente costruito da solo.
I fatti sono noti, non c’è bisogno di riassumerli, ma ancora si ricordano quelle vorticose serate di settembre con voci impazzite che si rincorrevano in un delirio per direttissima: si è dimesso, no l’hanno dimesso, non se ne va più, contrordine: ha già abbandonato l’istituto. Come sia precisamente andata è difficile saperlo, il risultato è uno solo: la sua carriera di banchiere si è interrotta. Bene, ma si è interrotta.