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10 Maggio 2013 05.47
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PARKIN ED INVECCHIAMENTO

Il sogno dell’uomo è sempre stato quello di potere allontanare sempre più nel tempo le cause biologiche che portano  gli individui alla morte . Non parlo delle malattie o degli incidenti , ma del controllo  di un certo  supposto orologio biologico programmato per ogni specie vivente  e per ogni singolo individuo. Dalla metà del 19° sec. i progressi nell’agricoltura, nell’industria alimentare, nelle pratiche igieniche e nei vari campi della medicina hanno portato a un graduale aumento della vita media umana causato principalmente da una diminuita mortalità nell’età giovanile ma  dopo ,dalla metà del 20° sec. in poi , è dipeso sempre più da una maggiore sopravvivenza in età avanzata. Recenti studi sui meccanismi molecolari della senescenza hanno dimostrato che la longevità è fortemente controllata da programmi biologici selezionati per ottimizzare l’impiego delle risorse tra riproduzione e riparazione dei danni subiti nel tempo dai componenti cellulari. Parkin è una proteina che nell’uomo è codificata dal gene PARK2 . La precisa funzione di questa proteina è sconosciuta,tuttavia, la proteina è un componente di un complesso multiproteico E3 ubiquitina ligasi che a sua volta è parte del sistema ubiquitina-proteasoma che agisce nella presa  in carico  di proteine  per la loro degradazione.  Le mutazioni in questo gene sono note per causare una forma familiare di malattia di Parkinson conosciuta  come malattia autosomica recessiva giovanile di Parkinson Come la perdita di funzione della proteina parkin porti alla morte cellulare dopaminergica in questa malattia non è chiaro. L’ipotesi prevalente è che parkin aiuti a degradare una o più proteine tossiche per i neuroni dopaminergici. Il gene park2, coinvolto nell’insorgenza di alcune forme della malattia di Parkinson, riveste un ruolo cruciale anche nell’invecchiamento e nella determinazione della longevità nel moscerino della frutta (Drosophila melanogaster). A riferirlo in un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”sono David Walker e colleghi dell’Università della California a Los Angeles.E’ stato sufficiente potenziare l’azione di questo gene  che in pratica sembra gestire la “ raccolta di rifiuti cellulari “  per allungare del 25% la vita dei moscerini della frutta. Il risultato, pubblicato sulle rivista dell’Accademia delle Scienze   incrementa le conoscenze sui meccanismi fisiologici in cui è coinvolto il gene e in prospettiva potrebbe avere importanti implicazioni anche per la cura delle patologie correlate all’età anche nell’essere umano

LE  CELLULE  STAMINALI NEL  FUTURO DI MOLTE TERAPIE

 

 

 

 

Le cellule staminali sono cellule primitive non specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo attraverso un processo denominato differenziamento cellulareLe cellule staminali vengono classificate in base alla loro potenza, cioè la capacità  di differenziarsi nei vari tipi di cellule .Vengono quindi chiamate  Totipotenti ( producono tutte le cellule differenziate in un organismo : sono le spore nei funghi e gli zigoti ) , Unipotenti (quando si  differenziano  in un singolo tipo di cellula come per esempio gliepatociti ),Multipotenti (quando si  differenziano in un numero limitato di ceppi cellulari. Un esempio di una cellula staminale multipotente è una cellula ematopoietica la quale può svilupparsi in diversi tipi di cellule del sangue, ma non può svilupparsi in cellule cerebrali o altri tipi di cellule ) . Le cellule staminali possono essere classificate anche in base alla loro origine  : cellule staminali adulte (sono cellule non specializzate che si riproducono giornalmente per fornire alcune specifiche cellule come per esempio le staminali adulte nello stroma del midollo osseo che possono trasformarsi in cellule epatiche,neurali, muscolari, renali e follicolari ), Cellule staminali embrionali ( (ES) sono cellule pluripotenti ricavate dalla massa cellulare interna della blastocisti )  ; Cellule staminali amniotiche ( provengono dal liquido amniotico , hanno caratteristiche biologiche molto simili alle cellule staminali embrionali, ma non hanno le controindicazioni di tipo etico legate alla distruzione dell’embrione ) ; Cellule staminali dei villi coriali (sono contenute nelle strutture della membrana placentare denominati villi coriali ) ;Cellule staminali del cordone ombelicale  (costituisce una fonte di cellule staminali emopoietiche adulte che danno origine a tutte le cellule del sangue) ;Cellule staminali pluripotenti indotte (iPS) (cellule differenziate trasformate  in cellule pluripotenti ).L’attenzione dei ricercatori è focalizzata su eventuali futuri utilizzi delle cellule staminali  a scopo clinico  per alcune patologie, per le quali  potrebbero avere un potenziale d’uso strabiliante e risolutivo , anche se al momento tali sviluppi sono ancora sostanzialmente lontani dalla pratica clinica. Alcuni trattamenti “sperimentali” basati sulle cellule staminali, a volte presentati con toni enfatici ma senza che a questi corrisponda in realtà una solida evidenza scientifica, hanno spesso fatto leva sulla disperazione e le false speranze dei pazienti, e creato il business dei “viaggi della speranza” in diversi paesi del mondo, in cui sono sorte delle “cliniche private” che operano spesso fuori dalle regolamentazioni e dalle buone prassi cliniche internazionali. Comunque la ricerca più avanzata sull’utilizzo terapeutico delle cellule cellule staminali è senz’altro nel campo della medicina rigenerativa  quella branca della  medicina che ha come scopo quello di riparare organi o tessuti danneggiati da malattie, traumi o dal “semplice” invecchiamento  utilizzando cellule staminali tramite il meccanismo biologico della “ rigenerazione “ Per esempio, quando vengono iniettate nei pazienti, le cellule staminali sono in grado di rigenerare e reintegrare il midollo osseo e il sistema immunitario eventualmente danneggiati da chemioterapia e/o radioterapia. Altra applicazione che ha dato buoni risultati è la terapia a seguito di un infarto. Per esempio è noto che  il muscolo cardiaco, dopo un infarto, viene danneggiato e forma un tessuto cicatriziale che impedisce una corretta contrazione cardiaca e compromette quindi la funzionalità stessa del cuore continuando così per tutta la vita il paziente  a soffrire di  insufficienza cardiaca cronica , ma le cellule staminali del cuore possono essere opportunamente stimolate per riparare il muscolo cardiaco. Per ridurre al massimo le reazioni di rigetto, dovrebbero essere utilizzate le cellule staminali del paziente, poiché esse, al contrario delle cellule da donatore estraneo, vengono tollerate senza problemi dall’organismo. Le cellule non proprie, infatti, non vengono riconosciute dal sistema immunitario e vengono attaccate. In questi casi si rende necessaria l’assunzione di farmaci per la repressione del sistema immunitario per tutta la durata della vita con conseguenti disagi e significativi effetti collaterali. La sperimentazione  va avanti per molte altre patologie  anche se in Italia come in altre parti del mondo esistono notevoli  impedimenti  di natura etica   e legislativa in particolare quando si parla di sperimentazioni con staminali di provenienza embrionale.
Le statine e il rischio di sviluppare il diabete

I benefici complessivi delle statine ancora superano chiaramente i rischi potenziali di possibili effetti secondari  negativi . Questa è la conclusione  alla quale arriva un’ interessante ricerca farmacologica condotta   da Muhammad Mamdani del St. Michael’s Hospital e Institute for Clinical Evaluative Sciences di Toronto su pazienti utilizzatori di alcuni tipi di statine per il trattamento della dislipidemia  . Lo studio condotto per anni su un campione significativo di pazienti di età oltre i 66 anni e pubblicato sul British Medical Journal del 23 maggio 2013 ( BMJ 2013; 346: f3156 ) mette in evidenza  un significativo aumento del rischio diabete  tra gli utilizzatori di potenti statine ad alte dosi  ( in particolare l’atorvastatina aumenta del 22% il rischio diabete, la rosuvastatina del 18% e la simvastatina del 10% rispetto alla pravastatina.)Il meccanismo dell’azione diabetogeno delle statine non è ancora chiaro,ma, come è stato suggerito di recente, le statine possono inibire la secrezione di insulina attraverso i loro effetti sulle cellule β pancreatiche.Per le statine, la prevenzione di eventi cardiovascolari e l’associazione con diabete incidente sembra andare di pari passo, maggiore è la potenza e maggiore è la dose, maggiore è l’effetto di entrambi i risultati.

 

 

 

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