Redazione

Escursioni letterarie vol. I – Alberto Staiz e le esistenze in “riserva”

Escursioni letterarie vol. I – Alberto Staiz e le esistenze in “riserva”

24 Marzo 2015 15.56
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In giro per il mondo ci sono megastore stracolmi di best sellers
altisonanti provenienti da nomi altrettanto burrascosi
nell’ambito propagandistico da centro commerciale culturale
(“culturale” per modo di dire), eppure così scevri di
interesse e valore reale da risultare costantemente nulli e,
molto spesso, vuoti di senso nella loro costruzione
“tavolinistica” reiterata quasi per inettitudine produttiva.
Nel bel mezzo di una totale predisposizione ad un volere popolare
sempre più infimo e privo di contenuti ma, al contempo, proprio
per tali ragioni popolanamente servilistche, capace di ottenere
un tornaconto anche con qualche zero in più, fanno capolino
alcuni editori minori – non parlo di quelli a pagamento, quelli
semplicemente non sono editori – estremamente capaci di porre
in essere una o più realtà misconosciute eppure estremamente
capaci di regalarti – qualora tu voglia veramente ricercarlo
– quell’appagamento emotivo che latita continuamente in una
letteratura italiana, in primis, nella quale l’abbassamento
imperterrito dell’asticella del comune desiderio esplorativo
(che sembra, ormai, non esistere quasi più) ha provocato una
deprimente dispersione non solo di contenuto ma – di pari passo
– anche di desiderio e istinto personale insito nel curiosare
tra le viscere della propria stessa realtà di appartenenza.

Malgrado io abbia sempre amato moltissimo svariate proposte, per
così dire, “major” anche nel campo letterario – di una ne
parleremo a breve proprio su questi schermi digressivi –
personalmente apprezzo moltissimo andare sempre un po’ alla
scoperta proprio di quella sorta di realtà nascoste ma
letteralmente urlanti, sia nel campo letterario che,
principalmente, in quello musicale e cinematografico. E che
bello, poi, quando certi talenti con certe idee e cuori così
aperti e così ben intavolati te li trovi magari a distanza
fisicamente chilometrica ma virtualmente al fianco tanto nella
quotidianità professionale quanto in quella esistenziale,
proprio lì, talmente vicini nello spirito, nelle intenzioni o
anche solo in qualche mai sterile opinione da risultarti quasi
fraterni in una semplicità espressiva – se vuoi, anche in un
paio di piccolissimi luoghi comuni ma comunque radicati in
terreni di sincerità devastanti – a tratti disarmante.

Uno di questi, almeno quello più recente e, in cuor mio, più
soddisfacente per quanto di buono ho potuto riscontrare in una
persona che stimo davvero tanto, è l’ottimo Alberto Staiz.
Staniamo subito i potenzialmente ovvi conflitti di interesse.
Sì, Alberto è un mio collega anche abbastanza stretto: entrambi
scriviamo da molti anni sul quotidiano che ci ha concesso di
svezzarci (WakeUpNews) e
che, in un modo o nell’altro, abbiamo contribuito a far
crescere in maniera anche alquanto consistente. E sì, con
Alberto ho una simpaticissima e amichevole confidenza che,
spesso, ci porta a convergere le nostre personali intenzioni
anche sul da farsi: non è un caso, infatti, se ho voluto
coinvolgere anche lui con una rubrica per la costola
web-radiofonica del giornale (WakeUpRadio)
che ho creato di mio pugno, e non è un caso nemmeno se ho
passato proprio a lui il testimone di caposezione Musica di
WakeUpNews, una volta constatato che bisognava affidare il timone
ad una persona che avesse la mia stessa freschezza e passione
insindacabile degli albori.

Che vi interessi o meno l’opinione o il semplice sentire di uno
sprovveduto come me, che però, a trent’anni compiuti, ha
comunque all’attivo un cospicuo numero di esperienze anche
molto eterogenee, il sottoscritto vi consiglia apertamente la
lettura del romanzo d’esordio proprio del buon Alberto Staiz,
vale a dire
Una vita in riserva
(Leucotea edizioni). Il motivo
di un tale consiglio non riguarda chissà quale favore. No. Il
motivo del mio consiglio risiede esattamente in quello che ho
accennato poco fa: umiltà, umanità, sincerità e condivisione
sono le parole d’ordine per l’accesso al mio rispetto più
profondo. E in Alberto, queste caratteristiche, ci sono
praticamente tutte.

Ora, tu dimmi a chi vuoi credere. Preferisci seguire le
illogiche, fasulle e plastificate vicende di chi dice di stare
tre metri sopra il cielo quando, nella realtà dei fatti, ne
scava trentatré sottoterra un po’ a tutti, o vuoi prestare
fede alle percezioni puramente umane di una persona che quelle
situazioni – la loro verità, intendo – le vive
costantemente, maledetto giorno dopo maledetto giorno, sulla
propria stessa pelle ormai da esse arrugginita, ma proprio per
questo esperta e perfettamente coadiuvata da una logica
dell’esistere attuale lucida e concreta?

Se preferisci la prima opzione, allora abbandona pure questa
pagina e vai altrove, ovunque tu voglia ma altrove. Se acconsenti
ad assaggiare la seconda, invece, lascerò volentieri che Alberto
ti parli di Alex, un ragazzotto trentenne con il vizio
dell’essere un “barfly”, cioè il cosiddetto “moscone da
bar” che gironzola di bancone in bancone in perenne ricerca di
una birra, di un whiskey e di un paio di sane natiche di gentil
sesso da palpare in un locale sotto il palco di una cover band di
turno che mantiene attiva una serata tipo della provincia
milanese – ma non solo. Tra i resoconti di tali serate agli
amici di una vita e una condizione esistenzialmente temporale
percepibile soltanto se scandita dalle battute di quel rock duro
che è una delle poche fonti di approvvigionamento vitale – non
a caso, in Una vita in riserva, Alberto titola ogni
capitolo riferendosi a una canzone perfettamente capace di
descrivere lo stato d’animo tanto del protagonista quanto di
lui che scrive – Alex assume sempre più le sembianze di
un’intera generazione – la mia, la sua, la nostra – nata
senza padri, cresciuta senza riferimenti e ancorata – col
motore, appunto, in riserva – a boe di salvaguardia del sé,
certo, ma sempre in funzione dell’altro (sia esso maschile o
femminile, amiche e amici fraterni così come amori più o meno
corrisposti) nella speranza di raggiungere, con forze proprie in
funzione, però, di quelle collettive, un porto quantomeno
confortevole o decorosamente predisposto al respiro, al riposo,
alla tranquillità, a un benessere tutt’altro che materiale e
quantitativo.

Se pensi che tutto questo sia all’ordine del giorno nel campo
artistico attuale, per tematiche e trattazioni varie sempre più
incentrate su di una crisi esistenziale che, per molti, ha
significato e continua a significare vendite anziché soluzioni
tangibili, non ti posso dare torto ma ti rinnovo l’invito a
chiudere questa pagina e a passare oltre, perché quello che
Alberto esprime può sembrare – anzi è – già visto e
sentito, certo, ma raramente attraverso il filtro della
sincerità e dell’umanità più commovente che puoi riscontrare
e vivere onestamente attraverso le sue pagine, nella maniera più
assoluta.

Linguisticamente, ma anche – a tratti – ontologicamente,
Alberto parte da idoli illustri come, su tutti, Kerouac e
Bukowski, con azzardate citazioni anche joyciane insite in
monologhi interiori rivoltati, però, simpaticamente – e anche
un po’ grottescamente, da bravo sornione quale è – in ambito
giovanilisticamente ben più scherzoso. Però la sua capacità di
conferimento di senso esplode letteralmente quando il suo Alex
arriva a trovarsi esattamente a cavallo tra la vanagloria di una
vita spensierata, alcolica, rockettara e il desiderio vitale di
mettere ordine in tutto, a partire dall’aspirazione a un lavoro
non per forza remunerativo ma quantomeno consono alle proprie
caratteristiche curriculari, per arrivare alla realizzazione
della necessità di mettere radici in un amore puro, vero e
genuino – ma difficilmente raggiungibile a causa di svariate
situazioni e condizioni – che porta il nome di Azzurra.
Vincerà ancora la disillusione che tutti noi trentenni
conosciamo, ahinoi, fin troppo bene o la concreta forza d’animo
che, malgrado tutto, ci contraddistingue tanto nel bisogno quanto
nel nostro stesso modo di essere?

Tra le migliaia di difficoltà che qualunque sconosciuto ha e
avrà sempre nel tentativo di dire la sua in modo fin troppo sano
per i gusti del dio denaro, Alberto – che come me, spero, e
tanti altri bravi sconosciuti possiede doti tali da non risultare
il solito “poeta di Facebook”, per dirla alla Montanari –
è riuscito, senza mai avere una certezza di riscontro, a mettere
nero su bianco uno spaccato onestissimo su una contemporaneità
bastarda nel vero senso della parola, cioè nel suo essere
meticcia nella forsennata sete di punti di riferimento culturali
e ideologici purtroppo, per larga parte, assenti nel presente e
ritrovati in menti contemporanee ma comunque provenienti,
cronologicamente, da contesti trascorsi e solo in seguito
saggiamente riadattati ad una visione attuale lucida e
affidabile.

Tutto questo, naturalmente, mi invoglia a parlare un po’ con
lui, in pubblica piazza, proprio di queste cose.

 

Alberto, come sei arrivato a pensare di scrivere – e
quindi a portare a termine la stesura – di questo tuo romanzo
d’esordio?

 

La stesura di un vero e proprio romanzo è stato il culmine di un
naturale processo evolutivo di espressione personale, iniziato
ormai più di dieci anni fa. Gli studi universitari di stampo
umanistico e la contemporanea passione per la musica mi hanno
portato a scrivere canzoni rock per la band per la quale suonavo
come chitarrista ritmico in quel periodo. Canzoni di rabbia,
disillusione, amore perduto, insoddisfazione, paura, incertezza.
Con il tempo ho cominciato a sentire il bisogno di un maggiore
“spazio” di espressione. Dalle canzoni sono così passato
alla stesura di racconti brevi e da questi poi alla scrittura di
un romanzo, iniziato quasi per gioco ma portato poi avanti con
passione e convinzione fino alla fine.

 

Che collocazione di genere gli daresti?

 

Userei un’espressione come “realismo urbano”. Una piccola
analisi del mondo contemporaneo vista dagli occhi disillusi di un
quasi trentenne della provincia, raccontata però con tanta
ironia e autoironia, senza disdegnare qualche sana volgarità
alla Bukowski, un autore che apprezzo moltissimo.

 

E tu – in ogni senso, artistico o personale – da dove
vieni?

 

Io vengo dal rock. Il rock americano in tutte le sue espressioni:
dal classic rock, al metal, passando per il grunge. Il rock per
me è tutto. E’ un modo di vivere e comprendere la vita, non
solo un semplice genere musicale. Dal punto di vista letterario
credo che, nonostante sia un lettore avidissimo e discretamente
eclettico, le mie fonti di ispirazione provengono anche questa
volta dagli Stati Uniti. Se dovessi dire un nome soltanto direi
senza dubbio Hemingway: nessuno scrittore mi ha segnato e
affascinato quanto lui. Ho letto Fiesta così tante
volte che non ricordo nemmeno il numero preciso: credo sei, ma
potrei sbagliarmi. E ogni volta è come se fosse la prima.

 

Portare a termine un progetto letterario non avendo un
contratto o comunque non facendolo per professione usufruendo,
dunque, di un anticipo monetario o simili, al giorno d’oggi
rischia sempre più di naufragare nella stanchezza, nella
disillusione e nella mancanza di predisposizione verso ciò che
risulta sempre più essere un hobby anziché un lavoro. Cosa,
quanto e che prerogative ha richiesto il processo di produzione
del tuo libro?

 

Per uno scrittore esordiente gli ostacoli sono moltissimi. E ogni
giorno ci si scontra con tutta una serie di motivi che spingono a
mollare tutto. Io sono una persona molto testarda e non demordo
facilmente. Sto ultimando la stesura del mio secondo romanzo, e
ho progetti per almeno altri tre libri. Tuttavia, è vero, alcuni
giorni si fa davvero fatica a portare avanti con costanza le
proprie ambizioni personali. Per quanto riguarda la mia
esperienza di stesura di Una vita in riserva posso dire
di averlo scritto nel tempo libero, cercando di mantenere una
certa costanza lavorativa, con alcuni picchi di stesura durante i
mesi da disoccupato, quando avevo ovviamente più tempo da
dedicare a questo lavoro.

 

Cosa hai fatto dopo aver detto “ok, ho finito”?

Ho sorriso e tirato un sospiro. Poi sono uscito e
sono andato al pub a bere una birra, pensando “vada come vada:
anche se non troverò mai un editore disponibile a pubblicarmi
sono felice di aver portato a termine questo progetto”

 

Quali sono i pro e i contro del pubblicare con un editore
“piccolo”?

 

Un editore piccolo offre tanta passione, un dialogo sincero e
amichevole, quasi “face to face”, con i suoi autori e una
professionalità puntuale e instancabile. Ovviamente però il
marketing e la distribuzione di un piccolo editore non possono
competere con i mezzi a disposizione di un grande editore.

 

Che ruolo ha la città – nel tuo specifico la provincia
– nella tua vita oltre che nel romanzo?

 

Un ruolo fondamentale. La provincia è il luogo dove sono nato,
cresciuto e dove ho fatto le esperienze più significative della
mia vita. Inevitabile quindi che diventi il setting delle mie
opere. Nello specifico la zona dell’Altomilanese –tra
Legnano, Busto Arsizio e Gallarate – è caratterizzata da una
concentrazione tale di città medio piccole tutte attaccate
l’una all’altra che risulta essere una grande conurbazione
dalla densità abitativa elevatissima. Un luogo di scintillante
benessere e ricchezza (nei decenni passati), però al tempo
stesso caotico, inquinato, chiassoso. Un luogo dal quale ogni
giorno sento l’impulso di fuggire, ma pur sempre luogo di
nascita al quale finisco sempre per rimanere legato.

 

Che ruolo ha, invece, la musica, tanto nel libro quanto
nella tua vita (anche qui)?

 

Come già detto prima la musica rock rappresenta qualcosa che va
al di là del semplice concetto di musica. È un modo di
intendere la vita, di viverla, di interpretarla. Non passa un
giorno senza che io ascolti anche un solo riff di chitarra o un
unico ritornello graffiante urlato con rabbia. Musica e
letteratura sono i due nutrimenti intellettuali senza i quali
perderei quel poco di serenità quotidiana di cui posso disporre.

 

Una vita in riserva sembra unire queste due
espressioni artistiche non solo attraverso un titolo ad ogni
paragrafo o la presenza di band e canzoni nel corso della
narrazione, ma scendendo anche più nel profondo grazie alla
descrizione “rock” della vita stessa, con tutti i pregi e i
difetti insiti nel cercare soluzioni di libertà laddove regna
incontrastato l’obbligo di un’etichettatura, nel caso di
Alex, socio-esistenziale…

 

Si esattamente. Per quanto il romanzo non sia autobiografico,
anche se ho preso spunto ovviamente da tante cose che ho vissuto
in prima persona, volevo che Alex ragionasse negli stessi termini
nei quali vivo la mia esistenza, appunto quelli di una vita rock,
che, sia ben chiaro, non significa vivere da rockstar, bensì
vivere alla perenne ricerca di nuovi stimoli ed esperienze, senza
avere paura di urlare la propria rabbia e il proprio disagio nei
confronti di un mondo di sempre più difficile decifrazione.

 

Il personaggio di Azzurra mi dà l’idea di una metafora
di stabilità desiderata, l’unica alternativa per un benessere
personale, qualcosa da raggiungere a tutti i costi con le ultime
forze residue. È davvero questo l’unico vero grande bisogno
della nostra generazione, o siamo ancora capaci di puntare
realmente in alto rischiando di perdere o guadagnare tutto con
tutti?

 

Azzurra rappresenta in primis il coronamento dell’amore, grazie
al quale poi tutti gli altri problemi, di qualsiasi genere,
passano in secondo piano. Inoltre volevo che rappresentasse una
metafora delle scelte che la vita ci impone e che non possiamo
evitare: il classico bivio al quale si arriva e in virtù del
quale diventa di conseguenza obbligatorio decidere da che parte
andare. Anche se spesso in questi casi non si vorrebbe scegliere
perché timorosi di imboccare la strada sbagliata.

 

Ti riconosci in questa epoca?

 

Purtroppo no. Sono cresciuto nel benessere degli anni ’80 e
’90, ho avuto un’infanzia felice e spensierata, e sono sempre
stato pieno di belle speranze verso il futuro. Ma una volta
terminati gli studi mi sono ritrovato in un mondo difficile da
comprendere, che si fonda su principi di cui non capisco la
logica e dove i giovani fanno una fatica incredibile a costruirsi
quel futuro che, solo pochi anni prima, sembrava roseo e senza
preoccupazioni. Io, come molti altri miei coetanei, mi sono
sentito disorientato e in un certo senso “ingannato”. Inoltre
non mi riconosco in questa epoca per tutta una serie di logiche
che ormai regolano il rapporto tra le persone e il mondo: c’è
troppa apparenza e troppa poca sostanza. Ma non sono d’accordo
nemmeno con coloro i quali osannano troppo il passato. In questo
caso il rischio è quello di vivere nella nostalgia, che però è
il massimo impedimento al progresso: si vive la vita in un
perenne immobilismo, pensando a quando è stato bello il passato,
e senza fare nulla per migliorare il presente e quindi costruire
il futuro.

 

Quali sono le differenze e le similitudini tra te e
Alex?

 

Per modellare la vita di Alex mi sono basato su molti fatti che
ho vissuto in prima persona o che sono stati vissuti da persone
che conosco. Ovviamente però ho romanzato moltissimo e alla fine
dei conti tutti i personaggi del romanzo, nessuno escluso,
risultano delle invenzioni.

A livello caratteriale Alex è sicuramente molto più cazzone di
me e più passivo nei confronti della vita. Senza fare un elenco
posso tranquillamente dire che tra me e Alex le differenze sono
moltissime, anche se chi mi conosce percepisce che in Alex c’è
tanto di me.

 

Mollare tutto e scappare via o restare qui e lottare fino
all’ultimo per avere quello che ti spetta?


La seconda. Io sono un lottatore di natura e la mia intenzione è
restare qui e continuare a rimboccarmi le maniche. Inoltre al
momento non vedo chissà quali terre promesse al di fuori
dell’Italia. Motivo in più per rimanere qui. E in fondo, se
non ci sbattiamo, se non sudiamo, cosa stiamo al mondo a fare?

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