Italia underground: Davide Pagnini

07 Aprile 2016 14.59
Like me!

Proseguendo sulla scia di un concetto di individualità,
per quanto differente dalla soluzione tecnicamente più
solipsistica incontrata nella tappa precedente di Italia
underground
, proseguiamo il nostro percorso fronteggiando una
nuova singolarità artistica rientrando però, come capitato
alcune puntate fa, in un discorso prettamente cantautorale.
Spostando la nostra attenzione verso le Marche, nello specifico
sulla città di Pesaro, abbiamo modo di fare la conoscenza
del ventottenne Davide Pagnini, fresco di uscita con
Maschere, il suo nuovo album di
canzoni inedite, sostanzialmente il primo da solista (il
precedente lavoro, Schizzi, era archiviato sotto un
binomio costruito in compagnia del duo Ebanoh).

Soffermandoci su un concetto identitario così odiernamente
abusato come, appunto, quello di cantautore, varrà
assolutamente la pena sostare per qualche attimo al cospetto di
un artista effettivamente definibile come tale, se consideriamo
come arte ciò che corrisponde ad una predisposizione
poeticamente valida in termini di sguardo verso il mondo
reale
, caparbiamente orientata verso il raggiungimento
dell’essenza principale – quando non proprio primordiale
– delle cose. Certo, il discorso sarebbe in realtà molto più
complesso e delicato, ma proviamo a spiegarne almeno un frangente
interessante per questo caso specifico.

Molti di voi ricorderanno quel recente – e comunque importante
– tentativo di catalogare e racchiudere in un’ipotesi di
insieme una buona parte della vena artistica odierna ascrivibile
all’attuale conformazione di cantautorato sotto il titolo di
La vena cantautorale degli anni zero (2010). Si trattava
di una vera e propria compilation abilmente capace di raggruppare
una vasta serie di nomi e rispettive creazioni con lo scopo di
cercare di tirare le somme, una volta per tutte, su quanto
prodotto in territorio italico in quella direzione nel corso
degli ultimi anni. Essere cantautori, però, potrebbe voler dire
qualcosa di diverso. Gente come Mannarino, Brunori Sas, Nobraino
o Dente (con la soave eccezione di Dino Fumaretto, eteronimo di
Elia Billoni, individuo prossimo a sfumature di genialità altra)
lo scrivente, in linea del tutto personale, la vede più
attinente ad una sorta di conformismo da centro sociale.
Chiariamoci: non equivale affatto a dispregiativo, una simile –
per quanto lapidaria – considerazione. È solo che, sempre
parlando in linea del tutto personale, la conformazione di
cantautore
non detiene unicamente lo scettro di una chitarra
acustica coadiuvata da due versi più o meno in rima o ben
articolati nella costruzione di un discorso che, vuoi o non vuoi,
finisce per andare a parare su determinati elementi trasformati
dal tempo in luoghi comuni.

Quando parlammo di un altro notevole talento creativo e,
soprattutto, ideologico come Michele Maraglino (qui)
ci soffermammo a sottolineare come fosse necessario notare
l’esistenza di qualcuno che, a tutto questo, riuscisse a
contrapporre, per così dire, una sorta di vento contrario
o, quantomeno, una sottospecie di controcanto
indispensabile per comprendere a fondo l’eterogenea
frammentarietà di un’intera generazione
. Con Davide
Pagnini e con un album come Maschere, in fin dei conti,
riusciamo a trovare una sorta di conferma dell’esistenza di
un gene concettuale specificamente direzionato verso territori
non consoni alla strutturazione di una benevola casta
contenutistica degli anni zero. In poche parole, se con Maraglino
si poteva guardare oltre la muraglia delle ideologie condivise
e rese chiché dalla nuova leva cantautorale
, con Pagnini si
può associare, a una simile visione, un contesto da intendere
controcorrente per via del solo voler recuperare un senso
puramente poetico della scrittura lirica e melodica
. Un senso
poetico, sì, proprio oggi che parlare di poesia quasi equivale a
una bestemmia contro lo spazio e il tempo di un mondo che corre
inesorabile e sciaguratamente irraggiungibile, deliberatamente
per fatti suoi.

L’importanza di assaporare gradualmente e con molta calma
(quindi pazienza, quindi volontà) un album come Maschere
può voler dire tanto riguardo la reale conformazione di una
generazione praticamente perduta nella confusione più
asfissiante di diritti e doveri, eppure sempre disposta a
mantenere aperta la porta del sentire più intimo e
interiormente efficace
. Se a questo, poi, si affianca una
capacità non indifferente nel costruire architetture melodiche
avvolgenti e, il più delle volte, anche molto divergenti in
stile e settorialità, la speranza sarà un po’ meno da
“lasciare agli stronzi” (Antionio Rezza docet).

Ascoltando le canzoni di Pagnini si respira un’aria di
libertà espressiva
che non è sinonimo, come per molti, di
invettiva ma di apertura totale verso l’universo,
un’aria che è molto altro rispetto a mera classificazione
generazionale. Si ha la sensazione di ritrovarsi davanti un
individuo con tante carte da giocare, prima di issare bandiera
bianca. Raramente in maniera così efficace un ragazzo di oggi
riesce a tirare fuori il meglio di sé proponendo qualcosa di
assolutamente non sciatto e ripetitivo o, meglio, capace di
riproporre temi universali (quindi anche alquanto abusati) con
un tatto e un senso emotivo che va ben oltre
l’inconsistenza da network radiofonico. Si parla di essere,
dunque, non di apparire. E sono tutte sensazioni che convergono
in un’idea magari più semplicistica ma di certo non meno
funzionante di approccio con la canzone d’autore
. Si
dirà che il vero cantautorato è stato quello schierato verso
questa o quella fazione o rivolto a riferimenti talmente alti da
rimanere nel limbo dell’intoccabilità. Ma non c’è forse
un ostinato senso di determinazione quasi politica
nell’inamovibile intenzione di continuare a scrivere
semplicemente dei versi veri e propri in un’epoca che ammette
solo concetti (a volerli chiamare così) espressi in
centoquaranta caratteri?

Non c’è da recriminare blasfemia o superomismo
nell’associare il nome di Pagnini (e di chi come lui) accanto
a quello di padri solenni come Francesco De Gregori, Ivano
Fossati o Gianmaria Testa (compianto), così come a più recenti
reinventori del settore come Pacifico o Samuele Bersani. Li
accomuna tutti il desiderio di portare avanti un’idea di
canzone
solo apparentemente semplicistica ma, nella
sostanza, fondamentalmente complessa eppure necessaria per
trasmettere il senso più intimo di realtà a dir poco
invisibili
.

Ed ecco, allora, che brani come Ballerino di jazz, Tornerà da sé o Alibi di vetro costuiscono una sorta di
ponte tra il Lucio Dalla di Com’è profondo il mare e
similari modalità di ottenere successioni di accordi e liriche
estremamente funzionali al conferimento di senso in un crescendo
graduale di pari passo con l’incremento emozionale fornito
dalle note. Alla follia,
Stella, Chiedersi perché e Parla il vento possono benissimo denotare
una conformazione da veterano anche nell’animo di chi
approccia la materia canzone, in maniera professionale, non da
moltissimi anni, tranquillamente a suo agio tra accordi maggiori
e minori in un andirivieni parallelamente significante con
un’analisi del reale mai colpevole di inesattezze e
discorsività futili
. In momenti come quelli offerti da
Mare si tocca anche una non
indifferente vena folk nostrana alla Modena City Ramblers,
mentre tasselli come Vivimi
davvero
e Rosso di sera
offrono addirittura potenziali elementi di partecipazione
sanremese. Ma arriva istantanea Il
mimo
a sentenziare su reali capacità di camuffamento
stilistico, in questo caso sulla scia di costruzioni
jazz/swing, nella volta di Mio figlio sarà un avatar, invece,
sottoforma di incursioni rock-pop-funk-rap (non a caso,
per un certo eccesso di divergenza con il corpus del disco,
proprio questo brano è posto al termine della scaletta e
indicato come “bonus track”).

Al termine di un ascolto così stratificato ma, al contempo,
denso e profondo, non si può, dunque, non tornare alla vita
quotidiana con un senso di consapevolezza aggiuntivo insito nella
qualità della proposta e, soprattutto, nella multiversalità di
linguaggio riscontrata in un’individualità così giovane
eppure già così ben delineata.

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