Redazione

Italia underground: Electroadda

Italia underground: Electroadda

22 Marzo 2016 12.06
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La carovana di papille auditive sempre affamate di buon gusto e
senso del bisogno di evoluzione sonora di Italia Underground
riparte dai territori laziali delle volte precedenti per
approdare al nord, in Lombardia, nello specifico nell’area
brianzola. É dai territori di Mezzago e Bellusco, infatti, che
provengono gli Electroadda, solido, compatto e
preparatissimo duo composto da Carlo Frigerio (batteria,
computer, sintetizzatori) e Leonardo Ronchi (chitarra,
voce e sintetizzatori).

Contribuendo alla conformazione di un panorama musicale italiano
costellato di autoproduzioni di gran pregio e qualitativamente
non inferiori a niente e nessuno al mondo – qualunque sia il
genere affrontato o rivisitato – ulteriori braccia tecniche e
culturali arrivano a incrementare le reali possibilità di
salvataggio per una certa dignità artistica tricolore. Forti del
loro primo extended play ufficiale omonimo,
pubblicato online proprio in questi giorni e reperibile anche

sulla loro pagina Facebook
, gli Electroadda riescono a
coinvolgere con stupore la nostra capacità di ascolto in quanto
perfettamente in grado non solo di portare avanti un discorso
personale che coinvolge numerosi stili e impostazioni
differenti
, ma arrivano anche – si direbbe, in casi come
questo, soprattutto – a sfruttare il formato “ep”
(per quanto virtuale, vista la distribuzione digitale online) in
maniera assolutamente coscienziosa e saggiamente rivolta proprio
a una serie di possibilità argomentative di cui non si può non
tenere conto. Cerchiamo di spiegarci.

Electroadda contiene cinque brani e, attraverso di
essi, affronta altrettanti generi e stili di composizione ed
esecuzione ben diversi tra loro
, solo apparentemente distanti
anni luce l’uno dall’altro ma, a conti fatti,
assolutamente necessari, nell’insieme e nell’ordine di
idee in cui vengono inseriti, per operare un discorso che pone al
centro dell’attenzione proprio il formato utilizzato
(l’ep, appunto) in quanto unico vero limite a scopo positivo.
Malgrado questo ipotetico limite consista, dunque, nella brevità
di durata e nella compressione, in un arco di tempo minore
rispetto a quello di un album completo, di una serie veramente
sterminata di idee e riferimenti, la stessa idea di limite
trasmigra in un non improbabile concetto di possibilità
infinite
riscontrabili proprio dalla capacità del duo
brianzolo di sfruttare questa compressione in proprio favore,
passando di genere in genere in men che non si dica, di
brano in brano se non proprio di minuto in minuto.

Il duo composto da Frigerio e Ronchi, sostanzialmente, offre
un’impostazione di massima basata su una concezione hard rock
da “power duo”, quindi con una sezione ritmica priva
delle quattro corde tipiche di uno strumento come il basso
elettrico ma, per contro, sostituita, nell’eventuale
mancanza, da inserimenti elettronici provenienti da
tastiere e campionamenti che, ad ascolto ultimato,
risultano essere tutt’altro che un artificio o una forzatura.
L’idea sonora del duo brianzolo è estremamente chiara,
limpida, genuina e, più di tutto, saggia per quanto ampiamente
variegata e stratificata. Ma è proprio questo il punto: oltre ad
essere compositiva e tecnica, l’intelligenza pèrofessionale
di Frigerio e Ronchi è anche rivolta ad una notevole capacità
di sfruttamento dei propri mezzi. In soli cinque brani e in circa
venti minuti di musica, gli Electroadda riescono a proporre non
una, ma una vera e propria serie di idee musicali tutte molto
ben delineate
e assolutamente capaci di far intuire come il
futuro della band possa essere giocato in termini di longevità
almeno discografica, dal momento che si percepisce a chiare
lettere la facilità con cui i nostri potrebbero sfornare
dischi sempre diversi e orientati, di volta in volta, verso campi
sonori anche sideralmente distanti fra loro
.
Electroadda, dunque, concorre perfettamente al
raggiungimento di questo scopo facendolo nel migliore dei modi,
cioè sfruttando le possibilità strutturali di un ep per
amplificare al massimo la dimostrazione di una versatilità

– se non proprio di una camaleonticità, quindi comunque di una
profonda cultura musicale – di importanza forse maggiore
rispetto a quella delle idee che prendono corpo attraverso il
suono proposto.

Non è affatto un caso, dunque, se l’esordio discografico
degli Electroadda (in circolazione comunque da diversi anni a
questa parte e, quindi, solo ora decisi a mettere su disco queste
precisissime idee) si apre con un brano come A better life, dove la percezione che
matura in mente all’ascoltatore è quella di avere a che fare
con un ennesimo simulacro indie, wave e post
rock
di matrice Editors, Bloc Party o Interpol. Ma è un
attimo, perché in un solo battito di ciglia che dura tre minuti
e mezzo, un intero mondo sonoro viene creato e distrutto in vista
del tassello successivo. Il secondo step proposto dal disco
rappresenta, infatti, il primo grande giro di boa
stilistico: un brano come Star
girl
, infatti, sembra provenire direttamente dal garage
rock
moderno dei primi White Stripes e Black Keys,
precedenti, cioè, ai successivi approfondimenti prettamente
blues e alle prime fortune anche in ambito commerciale. La
ruvidità e la possenza con cui le distorsioni chitarristiche si
legano alla selvaggia percussione delle pelli non lasciano scampo
alcuno, salvo poi, però, cambiare nuovamente rotta approdando,
addirittura, in territori meticci che partono proprio da questa
predisposizione per tramutare il tutto nientemeno che in
sperimentazione elettronica in puro stile Radiohead del
periodo Kid A / Amnesiac. Seguendo la scia, poi, di
Tired intro, si può constatare
l’eccellente preparazione del duo anche qualora dovesse esser
coinvolto nella preparazione di una qualche colonna sonora
cinematografica di matrice ambient. Il brano in questione,
infatti, sembra uscire da una pellicola mai girata del migliore
Iñárritu, malgrado punti a rivelarsi come introduzione al
cambio di rotta finale di Tired,
dove anche i fantasmi ispiratori della poetica sia lirica che
sonora di un certo Bob Dylan vanno tranquillamente a braccetto
con quelli che toccarono l’anima ai discepoli U2 di Rattle
and hum
, intrisi come sono di tanta sostanza classic
rock
, folk e blues delle origini.

Tirando le somme, dunque, ci si ritrova al cospetto di un
prodotto e di una band indiscutibilmente straripante di spunti
creativi
talmente eterogenei da rasentare il capogiro. Sono
tutte caratteristiche, queste, meticolosamente cucite e
revisionate in nome di un perfetto sfruttamento delle risorse
sia tecniche che legate alle influenze personali
. La
consapevolezza che traspare tra le righe di questo ep è quella
legata con nodo scorsoio al coraggio insito nel tentativo di
reinventare continuamente un’identità di per sé già molto
ben netta e precisa nella sua multiversalità.

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