Redazione

Italia underground: Homicide Hagridden

Italia underground: Homicide Hagridden

28 Aprile 2016 14.04
Like me!

Stanford, anno 1971. Un team di ricercatori diretti dal professor
Philip Zimbardo della Stanford University avvia un esperimento
psicologico
finalizzato ad indagare il comportamento umano in
una società in cui gli individui (era la tesi da
dimostrare) sono plasmati esclusivamente dal proprio gruppo di
appartenenza
. Servendosi di una serie di volontari, Zimbardo
divide i presenti in due gruppi con due ruoli contrastanti, vale a
dire guardie e prigionieri, e li rinchiude in una prigione simulata
per poi lasciarli agire di loro spontanea volontà. All’inizio
tutto bene, poi la cosa sfugge drammaticamente di mano con effetti
a dir poco tragici.

Su questo insieme di fatti realmente accaduti sono stati prodotti
film (il più notevole è The experiment di Oliver
Hirschbiegel con Moritz Bleibtreu, 2001), libri (tra cui Black
box
di Mario Giordano, da cui è tratto proprio quel film) e
una pièce teatrale intitolata Effetto Lucifero (a cura
della compagnia Oyes), proprio come l’omonimo libro-resoconto
dello stesso Zimbardo, edito in Italia nel 2008. La dicitura
anglofona di questo nominativo, però – Effect Lucifero – ora diventa anche il
titolo del nuovo album della notevolissima band che ci apprestiamo
ad approcciare in questa nuova turnata di Italia
underground
, vale a dire i torinesi Homicide Hagridden
(Massimo Moda alla chitarra e alla voce, Stefano Moda
alla batteria, Valerio Possetto al basso e Fabio
Insalaco
alla chitarra), giunti alla loro seconda uscita
discografica ma in attività addirittura dal 1994.

Ebbene sì, questa volta facciamo un bel salto non tanto geografico
quanto principalmente di genere. Parlando degli Homicide Hagridden
– e, grazie a loro, anche di un certo altro modo di considerare
il dato musicale in Italia – abbiamo l’opportunità, infatti,
di affrontare nientemeno che il sempre vivo e interessantissimo
mondo del metal, in questo particolare caso riguardante la
sua ramificazione “thrash”. In tal senso, c’è da
fare un piccolo appunto riguardante proprio una delle tante
interessantissime stratificazioni di una certa considerazione di
underground italiano legato, per l’appunto, all’universo
delle band aderenti alle più svariate sfumature di un genere
comunque ancora giovane e in via di ridefinizione (avrà poco più
di trent’anni) come il metal (si pensi anche solo alle più
recenti implicazioni cosiddette “djent”).

Il territorio italiano, che lo si voglia o no, si è sempre
visto cosparso non solo di grandi band in generale ma, nello
specifico, anche di grandi metal band di varia derivazione e
con differenti obiettivi, non tutte detentrici di quella notorietà
internazionale che gli spetterebbe di diritto ma indiscutibilmente
dotate di incommensurabile qualità tecnica e compositiva che
contraddistingue, da sempre, i rispettivi musicisti (in questo
senso, universalmente parlando, il metal, dopo il progressive, è
davvero il genere che più di tutti richiede una sostanziosa
abilità strumentale per essrre proposto e goduto in maniera
adeguata). A partire dai Death SS di Steve Sylvester, attivi
ufficialmente addirittura dal 1977, l’Italia, dai primi anni
’80 fino ai giorni nostri, ha visto nascere agglomerati di
valore stratosferico come, tra i mille altri, Vanadium (la band di
Pino Scotto, per intenderci), Novembre, Rhapsody Of Fire, Labyrinth
o Lacuna Coil, tutti ensemble costituiti da personalità
perfettamente in grado di fornire un elevatissimo grado di perizia
tecnica in quanto veri e propri studiosi delle possibilità
evolutive legate al proprio strumento di appartenenza. Pescando tra
le innumerevoli proposte nazionali attuali assolutamente degne di
considerazione ben oltre i limiti dell’underground
autoproduttivo (i nomi sono talmente tanti che farli qui
equivarrebbe ad occupare diverse pagine), gli Homicide Hagridden ci
permettono di dimostrare come un genere solo apparentemente
aderente ad intenzioni (per dirla alla maniera più ignorante)
malefiche, in realtà, si presta meglio di altri al disvelamento
delle psicologie più recondite appartenenti all’animo
umano
. Il tutto, naturalmente, all’insegna di una
tellurica commistione di watt, precisione tecnica e perfezione
ritmica
, tutti elementi che confluiscono nella capacità di
rendere interessante un genere per molti estremamente ostico grazie
al fascino che essi stessi, nella loro certosina giustapposizione,
riescono a suggerire anche ai meno abbienti.

Si accennava all’esperimento di Stanford non a caso e non solo
per la comune derivazione nominativa dell’album dei quattro
torinesi. Cara a tante band metal capaci di non infognarsi
nell’obsoleta e scontatissima etichettatura luciferina tipica
di uno pseudosatanismo irrimediabilmente fine a se stesso,
tematiche legate a una particolare riflessione sociologica a
tutto tondo permettono di fare di un sottogenere così granitico e
folgorante come, appunto, il thrash metal, qualcosa di
perfettamente capace di conferire il senso più corposo della
questione, vale a dire una lunga serie di considerazioni tanto
oscure quanto necessarie a mettere in mostra e vivisezionare uno
dei lati più insondabili del comportamento umano non solo
contemporaneo, in quanto radicato inscindibilmente proprio in un
passato secolare che, il più delle volte, si preferirebbe
cancellare dalla memoria. Tutto ciò, senza troppi giri di parole,
rende l’atto stesso della composizione musicale qualcosa di
indiscutibilmente capace di sondare l’animo umano
facendo di suoni e parole, per quanto sintomaticamente attratti da
una certa violenza propositiva, veicoli complementari ai fini di un
ulteriore – ma non meno approfondito – studio introspettivo
legato al sentire umano.

Quello portato avanti dagli Homicide Hagridden è un discorso che
si avvale di un sottogenere divenuto genere e, ormai, considerabile
come un “classico” del settore – il thrash metal, appunto –
per apportare non tanto innovazioni quanto ulteriori tentativi di
cammino lungimirante capaci di fare della loro stessa portata
compositiva e strutturale un validissimo terreno di coltivazione
per riflessioni riguardanti proprio quel concetto di
plasmabilità antropologica (più che limitatamente sociale)
messo perfettamente alla gogna da un album estremamente duro e
diretto come Effect Lucifero.

Di derivazioni ispirative ce ne sono diverse e si sentono, anzi
sono perfettamente riconoscibili nell’impostazione basilare
dello stile adottato dalla band torinese. Malgrado le tematiche
affrontate facciano presupporre un’impostazione legata ad
intenzioni sulfuree – predisposizione più affine ad agglomerati
di stampo “death” e “black” metal – ciò che emerge da un
album come Effect Lucifero è quanto di più ascrivibile a
un validissimo tentativo di riprendere in mano una struttura
solo apparentemente datat
a come, appunto, quella del thrash
metal, per farne qualcosa di ancora utile a mettersi alla prova
sui propri rispettivi strumenti
. Lo spirito di eminenze
discografiche come, principalmente, Kill’em all dei
Metallica (1983) e Reign in blood degli Slayer (1986) è
vivo e vegeto e, anzi, contribuisce a rendere il tutto ancora più
roboante e distruttivo grazie a nozioni basilari perfettamente
assorbite e, di conseguenza, pronte ad essere rimesse in gioco con
veste differente
. Coadiuvati da un uso della voce (quella di
Masismo Moda) capace di farsi strumento di per sé in quanto
coscienziosamente proveniente da un mix perfetto tra il James
Hetfield appena maturo e il Tom Araya più sanguinolento, i
tasselli che compongono l’apocalisse sonica racchiusa tra le
viscere di Effect Lucifero spaziano tra vere e proprie
deflagrazioni ritmico-timbriche di rullanti isterici, doppie casse
cardiopalmiche e cascate di riff in frustate distorsive
(4 letters) e perfette
sciabolate seterofoniche (Remembrance of me, Regime), passando per lampi black e heavy
alternati in segmenti quasi autoconclusivi (Raped), per rarefatte distruzioni
auditive sorprendentemente inframezzate da gocce di
sperimentazioni orientalizzanti (Lie
to me an angel
, Lethal
agreement
), ma anche attraverso la caparbietà tutt’altro
che fuori luogo di incursioni prog-death (Purify) quando non addirittura
brutal-black con tanto di growl e scream (The unsaid).

Una volta giunti al termine del primo ascolto di un album come
Effect Lucifero
, in sostanza, uno dei primi pensieri che
balzano alla mente dell’ascoltatore più coscienzioso e
onnivoro è rivolto a tutta quella vasta schiera di discepoli del
sano dio del rock’n’roll in eterno lamento riferito alla
sostanziale scomparsa del loro maggior padre putativo:
l’universo musicale – viene da dir loro – , e in
particolar modo quello italiano, gode di un elevatissimo numero
di sfumature; forse, provare ad assaggiarne qualcuna ogni tanto,
senza lamentare questo o quel fastidio cerebrale da pregiudizio,
può voler dire salvare un certo interesse per le cose
appartenenti a questo mondo.

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