Redazione

Italia underground: I Carnival

Italia underground: I Carnival

23 Novembre 2015 13.35
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Premessa

 

Accendi la radio perché magari non sopporti il silenzio assoluto
mentre lavori su qualcosa o perché non ti va di adagiare ancora
una volta sul piatto o nel lettore qualche disco in tuo possesso.
Vai su e giù tra le tante stazioni nazionali e locali, fai
avanti e indietro tra uno spot pubblicitario altisonante e uno
scambio di battute insensate tra due o più speaker che non si
curano di badare a ciò che dicono, presi come sono
dall’attesa del lancio di un nuovo pezzo imposto dal network.
Prima di renderti conto definitivamente del fatto che forse
sarebbe stato meglio continuare a sfidare il silenzio pur di non
trasformarti in succulento pasto per attacchi isterici, spegni la
radio e la metti in vendita su Ebay. È più o meno questa la
sofferenza quotidiana di chi non accetta di precipitare tra le
grinfie del più becero consumismo mediatico
. Nello
specifico, l’ambito musicale – ahinoi in maniera non
dissimile da quanto accade tra le pagine di un libro, al cinema o
attraverso uno schermo televisivo – ha subito, su scala
massificata e non solo nazionale, un vertiginoso appiattimento
verso il basso in termini qualitativi
.

Basta passare in rassegna proprio uno qualunque dei vari network
che intasano l’etere per toccare con mano, ustionandosi,
l’inconsistenza di proposte tramutate in veri e propri
trapani per le orecchie. Se a questa condizione – già di per
sé alquanto fastidiosa ma, per fortuna, non mortale nel vero
senso della parola – accostiamo una fugace riflessione sulla
nostra condizione economica (parlo soprattutto degli appartenenti
alla mia generazione), ci rendiamo conto, da appassionati veri,
di non poter stare al passo delle tante uscite giudicate
interessanti. Facendo un rapido due più due, allora, ci
consoliamo con la liquidità del passaggio in rassegna dei
prodotti che richiamano la nostra curiosità e attenzione
attraverso la gratuità della rete
, accantonando – chissà
quanto momentaneamente – l’esigenza vitale di assaporare un
album in tutto e per tutto, di toccarlo con mano, di annusarne il
libretto, di ammirarne l’artwork. Ma cosa conviene fare
quando tutta questa facilità odierna di fruizione, seppur
indispensabile (bando momentaneo alle polemiche da rivenditori in
difficoltà), finisce per divenire abitudine e, dunque,
anestesia per una fame che tramuta spesso
tossicodipendenza? Semplice, se davvero lo si vuole: si cerca una
sana overdose andando a scovare ciò che non riesce ad
arrivare alla nostra attenzione aprendo siti internet
, pagine
Sundcloud, Bandcamp o quanto altro per diventare talent scout di
noi stessi.

Nel suo piccolo, l’Italia – lo sosterrò fino
all’ultimo respiro per esperienza vissuta – è strapiena
di personalità estremamente interessanti
. Inutile ripetere
ancora una volta le motivazioni mercantili che selezionano questo
o quel prodotto al posto di quell’altro, pena anche – va
detto – l’incentivare un evidente eccesso di offerta
rispetto a una domanda effettiva in graduale scemare. Ma quando
si parla di qualità, le intenzioni di chi ama davvero (in questo
caso specifico) la musica – e le sue implicazioni più
viscerali – possono arrivare ad essere bellicose, se con un
simile aggettivo si può definire proprio quell’urgenza non
consumistica di fare nuove conoscenze artistiche che possano
essere anche sinonimo di avvicendamento generazionale vivo e
presente. Spulciando la rete in lungo e in largo, dunque, il
giro d’Italia immaginario per il quale scegliamo di
partire con questa prima ‘puntata’ di una fantomatica
rubrica che si è scelto deliberatamente di denominare Italia
underground
(sapendo quando incamminarci, non curandoci di
quando e se rinunciare a proseguire) vuole fare esattamente
questo: tentare di mantenere accesa la fiamma
dell’interesse
ricordando a noi stessi (generazione senza
padri ideologici e culturali dichiarati) che anche la vita
artistica e la lotta all’inconsiderazione va avanti.

 

I Carnival

 

Non del tutto casualmente questo viaggio parte dalla
Liguria, una terra che per motivi indissolubilmente
affettivi lo scrivente ama a dismisura. Anche La Spezia,
come mille altre località sia di provincia che identificate come
capoluogo, pullula di cantine affamate di rock and roll e
dintorni
. O forse dovremmo dire di pura vita. Già, perché
se prendiamo una band come quella de I Carnival – occhio
all’articolo, è obbligatorio – ci accorgiamo che, forse,
la nostra generazione non ha ancora completamente perso. Anzi.
Leonardo Elle (voce e chitarra), Roberto Benacci
(chitarra solista), Milo Manera (basso) e Leonardo
Pierri
si pongono fin da subito come ulteriori rappresentanti
di un’epoca e di uno stile di vita che continua ad avere
sempre meno punti di riferimento diretti (si riveda il discorso
sui padri). Il puro spirito del rock ma non solo, come vedremo,
unisce questi quattro ragazzi da un paio di anni a questa parte
(all’inizio erano in cinque), portandoli anche sul prezioso
palcoscenico dell’Arezzo Wave Band, ad oggi ancora uno dei
più eterogenei spazi di proposte anche sperimentali.

Urgenza‘ sembra essere la parola d’ordine.
Altrimenti perché sentirsela di tirare fuori due album in un
anno
? Superstellar, prima, e
Se non mi tengo volo, adesso (il
disco è uscito il 23 novembre), sono solo l’inizio di un
percorso ricco di sfumature e andirivieni sia stilistici
che esistenziali. Sì, perché sotto l’apparente
semplicità
dei brani che costituiscono soprattutto questo
secondo lavoro in studio (coadiuvato alla produzione dalla
eccellente La Clinica Dischi) c’è tutta una variegata
serie di riferimenti e rimandi
, anche solo accennati, a tutto
un corpus di conoscenze personali e passioni che non possono
essere rinchiuse, nel più semplicistico dei modi, nella becera e
insignificante identificazione ‘indie’.

I Carnival, insomma, partono da un rock puro di stampo tricolore
alla Litfiba, tardi Diaframma, primi Afterhours o anche – per
pochissime sfaccettature rivolte proprio a quella frazione
esistenzialista – CSI e Marlene Kuntz, per poi salire sulla
macchina del tempo e incorniciare il tutto in un – anche qui
italico – spirito wave indipendentista – più che
‘indie’ – non solo in termini di proposta pratica,
quanto anche e soprattutto guardando a una considerevole
libertà di espressione. Non è vietato, quindi, sentire
in un lavoro di notevole interesse come Se non mi tengo
volo
un piacevole desiderio di incursione nei territori di un
alternative (per l’appunto) underground di stampo
newyorkese alla Fugazi, con punte di Gang Of Four o Wire, tanto
per fare qualche esempio. Tutto questo bagaglio, però, è
particolarmente catalizzato da una considerevole dose di
ironia
. Attenzione, però, perché c’è modo e modo di
fare ironia. La modalità selezionata dai Carnival è quella che
vuole proprio questa attitudine al centro di una modalità
espressiva assolutamente mai banale
, anzi molto ben
direzionata verso la condivisione di idee e punti di vista
concettuali spesso appartenenti a discorsi da massimi sistemi.
Tematiche quali il disagio generazionale, con rispettiva
introspezione e risoluzione personale del rapporto
individuo/condizione esterna, o situazioni all’apparenza
surreali eppure più vere del vero trasportabile con
l’ausilio di mezzi come musica e parole, sono tutte scelte
fondamentali a fare proprio dell’ironia il vettore
fondamentale per la comprensione di un discorso che, dunque, non
resta unicamente sonico. Per intenderci, non è poi un’eresia
confessare di aver avuto visioni zappiane all’ascolto di
Se non mi tengo volo, anche se – sia chiaro – si
tratta più della consapevolezza di avere a che fare con il
giusto approccio a problematiche altrimenti irrisolvibili, che di
reali riferimenti stilisticamente assenti e da non scomodare.

Proprio in ambito stilistico, accennavamo a una fondamentale
eterogeneità di riferimenti o, meglio, di lezioni
apprese
. Il garage rock insito in brani come Cinema
Paradiso
, ad esempio, o la deliberata scelta di estendere il
proprio raggio d’azione anche verso sonorità hard-blues
moderne (Ora che non ho più te), finiscono per essere un
vero e proprio trampolino di lancio per interessanti escursioni
nei territori psichedelici di Rollingstronz (che
scuola, quella dei primi Kula Shaker) o per le licenze di
sbraitamento ideologico di E me ne sbatto il cazzo,
Furia fuggitiva, La psiche inversa o
Pornovisione cult (con annesso videoclip). Spunti wave
essenziali
fanno capolino in Triangolo shock e
Tutti i vizi che ho, ma è l’opera – e l’autore
– nel complesso a risultare interessante e ammirevole per
intenzioni coscienti e, prima di tutto, supportate da una
buona dose di cultura (non soltanto) musicale individuale
.

Per farla breve fin dove possibile, insomma, I Carnival sono una
band da tenere d’occhio sia su disco che sul legno di un
palcoscenico. Suoneranno dal vivo a Carrara (MS) il 23 novembre,
Sarzana (SP) il 27, Firenze il 2 dicembre, Genova l’11
dicembre, Crema (CR) il 2 gennaio 2016, Roma il 23 gennaio, La
Spezia il 29 gennaio, Torino il 2 febbraio. Che sia
l’occasione per accorgerci di essere ancora vivi? Starà a
loro ma anche un po’ a noi scoprirlo.

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