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Italia underground - Redeem

Italia underground – Redeem

16 Settembre 2016 07.05
Like me!

Per questa nuova tappa facciamo un po’ un’eccezione alla
regola. Questa rubrica si intitola Italia underground,
certo, lo sappiamo bene; male non fa, però, avventurarsi di
tanto in tanto per oltrepassare momentaneamente il confine
nazionale
e ritrovarsi dinanzi ad una proposta ugualmente (e
concretamente) interessante e densa di spunti di riflessione
artistica. La nostra rapida escursione, ad ogni modo, può
comunque rientrare nel concetto della presente rubrica dal
momento che ad essere passati in rassegna sono membri di una
band, sì, proveniente dalla Svizzera ma di estrazione
(sia linguistica – per quanto l’inglese sia l’espressione
prediletta nel corso della stesura dei testi – che di derivazione
post-geografica) sostanzialmente italiana.

I Redeem (Stefano “Saint” Paolucci alla
voce e alla chitarra, Alessio Piazza al basso e ai cori,
Simon Steiner alla batteria e ai cori) propongono,
infatti, un discorso stilistico assolutamente degno di
considerazione vista la consistente attitudine a curiosare tra
generi di derivazione e possibilità di evoluzione
o
dis-omologazione proprio da questi ultimi. L’intento di una
band come quella dei Redeem, difatti, non è quello di giungere a
risultati particolarmente sperimentali battendo chissà quali e
quanti tortuosi percorsi di più o meno corposa formazione. Al
contrario – ma non in maniera così nettamente divergente –
Paolucci e soci puntano molto probabilmente a una sorta di
personale e condivisibile rivisitazione di stili e metodiche
compositive in favore della costruzione di una propria intima via
di crescita e, fin dove e quando possibile, di evoluzione tanto
individuale quanto accessibile su più ampia scala a livello
mediatico.

Awake, il terzo album in studio
dei Redeem di recentissima uscita su etichetta Bob Media
(distribuzione Audioglobe), offre una conferma sul versante di
una semplicità strutturale che però, al contempo, dona
libertà assoluta a una impostazione orientata verso il gusto
per una ricerca storicamente stilistica
che va di pari passo
con l’acquisizione definitiva di un formato melodico a metà
strada tra la metrica della struttura canzone e
l’immediatezza della hit radiofonica degna di considerazione
anche ben oltre il solo confine radiofonico. Si tratta di
un’impostazione che, ovviamente, si rende tanto più
avvicinabile quanto più maturo e allenato è l’orecchio di
chi approccia un simile progetto discografico al di là dlla sua
potenziale portata mediatica. I Redeem, soprattutto grazie a un
gran bel disco come Awake, dimostrano di sapere, in
realtà, molto bene dove, come e quando operare per riuscire a
mantenere decisamente vivo un costante senso di freschezza
in anfratti non legati a concetti di novità particolare ma
imprescindibilmente utili a fornire all’ascolto spunti
qualitativi
tutt’altro che di poco conto.

Non è per nulla un caso, allora, se nel corpo di un album come
Awake, oltre alla dominante impostazione rock melodica che
fa da trampolino di lancio per strutture e, appunto, melodie già
ben collaudate anche da esimi colleghi di settore, pretendono
spazio a sufficienza anche tasselli alla Smashing Pumpkins,
Muse o Silverchair di fine millennio
(torna alla mente, in
questo caso, soprattutto un gioiellino estremamente eterogeneo
come Neon ballroom) in notevolissimi passaggi come quelli
offerti da Alter ego o Judgement day. E il motivo di una simile
(e graditissima) scelta non può risiedere altrove se non in quel
desiderio di deviare dalla strada maestra pur tenendola sempre
molto bene sotto tiro.

Proprio questo gustoso equilibio di forme dona vigore a
brani dalla riconoscibile ma non scontata identità. Già,
perché proprio il continuo rifarsi a forme metriche largamente
precostituite concede il non-lusso (si direbbe quasi un obbligo)
di compiere incursioni in territori solo apparentemente distanti
eppure indispensabili per un approccio ulteriore proprio al
formato canzone. Non stupisce – anzi aggrada – il continuo
riferirsi, ad esempio, ad un certo post grunge alla Bush
di secondo periodo (Insanity,
Chanson d’amour), così come
ad aperture punk rock con incursioni synth
(The riddle, Guilty) negli interstizi che separano
interessantissime costruzioni melodiche da pura “hit
single” (esmeplare, in questo senso, è il caso della
The last goodbye proposta sia in
versione elettrica che acustica in qualità di bonus track, un
po’ alla Goo Goo Dolls dei periodi più popolarmente
fortunati).

Con un album come Awake, in definitiva, i Redeem operano
su un fronte tanto bipolare quanto necessario per lasciare
sufficiente spazio ad evoluzioni o ulteriori
contaminazioni
future. Ciò che è certo è che da una band
così densa di perizia tecnica e ricca di conoscenza espressiva
ci si potrà aspettare sempre un continuo orientamento verso
orizzonti differenti (per quanto non divergenti). Non è affatto
opprimente, in luce di tutto ciò, aspettarsi di vedere il nome
dei Redeem spuntare nel mezzo di qualche classifica o
trasmissione tele-radiofonica nel giro di qualche anno.

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