Redazione

Italia underground: So Does Your Mother

Italia underground: So Does Your Mother

16 Marzo 2016 11.07
Like me!

Macina le tappe sempre a testa alta e serenamente curioso il
nostro viaggio nell’Italia sotterranea delle produzioni
musicali, ovvero quella che tanto ci piace portare alla luce al
posto di chi dovrebbe realmente occuparsene (media di settore in
un testa a testa al ribasso con certi assopiti dirigenti
scaldapoltrone), quella che davvero detiene un sempre elevato
coefficiente di interesse
così splendente da non poter
essere lasciato ad ammuffire tra le grinfie dell’anonimato.
Certo, c’è talmente tanta musica in giro – non solo in
Italia, ovviamente – da rendersi quasi tutto fuorché
indispensabile. Di pari passo, però, c’è così tanto
talento e così tanta cultura applicata in giro per
il nostro misero paese che equivale a peccato mortale non
proseguire in una ricerca che tutto è fuorché una perdita di
tempo. E allora, consapevoli di ciò, andiamo avanti per la
nostra strada senza timore alcuno.

Andiamo avanti sulla strada, sì, ma non di molto, perché la
provenienza della band che segnaliamo oggi non dista
geograficamente così tanto da quella della precedente
esperienza. Rimaniamo, infatti, in terra laziale, con propensione
alla capitale, per degustare la proposta musicale offerta dai
So Does Your Mother, band dal nome che, certo, è un
po’ tutto un programma ma non catalizza affatto la nostra
attenzione unicamente sul versante ironico immancabilmente
succulento – e comunque presente nel corpus ideologico della
formazione. Siamo dinanzi, infatti, ad un agglomerato molto folto
di musicisti (dieci in tutto) che – nessuno escluso –
lasciano trasparire, in maniera assolutamente evidente, un
talento sproporzionato quanto a tecnica esecutiva e
ricerca sonora molto coscienziosamente ancorata a
capisaldi dell’evoluzione musicale, per quanto potenzialmente
datati ma non di certo passati a miglior vita.

Andiamo per ordine. Che tipo di musica propongono i So Does Your
Mother? Non è così facile specificarlo, il che non è affatto
un male, vista la possibilità che ci viene offerta di
approfondire tutta una serie di riferimenti (anche
nostrani, per quanto sempre e comunque di derivazione esterofila;
deo gratias comunque) assolutamente imprescindibili laddove si
vuole cogliere uno scopo ben preciso insito in una possibilità
di collocazione nei confronti del prodotto che ci troviamo ad
analizzare. Questo vuol dire, senza troppi giri di parole, che
per assorbire a dovere un album pur godibilissimo da ogni fascia
di età e da ogni orientamento di gusto come Neighbours, bisogna necessariamente
possedere – o quantomeno documentarsi – una certa conoscenza
di fondo, in modo tale da amalgamarla con quanto fuoriesce dalle
casse dello stereo (o dagli auricolari dello smartphone, se
preferite) e godere pienamente di un vero e proprio regalo – si
direbbe anche alquanto raro – alle papille auditive.
Orgogliosamente constatiamo che proprio questa è una
predisposizione richiesta da quasi ogni agglomerato che fino ad
oggi ci siamo trovati a passare in rassegna, e non può che
essere un segnale estremamente positivo, indice inossidabile del
fatto che moltissimi appartenenti alle nuove generazioni non sono
per nulla esenti da un desiderio di consocenza e
presisposizione all’apprendimento in funzione di una
successiva proposta personalizzata
, perfetto sinonimo di
perpetuo tentativo di apportare ventate di freschezza in
sotterranei stantii e ammuffiti.

Un album come Neighbours, allora, non può che destare
benessere e sollievo vista la caratura emotiva e
passionale
, oltre che tecnica e culturale, di cui si pregia
pur essendo, di fatto, un esordio discografico a tutti gli
effetti (disponibile nei principali store digitali da un paio di
giorni a questa parte). Quello che offrono Lorenzo Sidoti
(chitarra), Vladimiro Sbacco (tastiere e sintetizzatori),
Gian Maria Camponeschi (basso), Alessio Zappa
(batteria), Francesco Antonini (flauto), Letizia
Lenzi
(clarinetto), Carmine Di Lauro (sax),
Francesca Faraglia (voce), Domitilla Masi (voce) e
Maria Onori (voce) è un sapiente mix di rock,
jazz, funk e progressive di stampo ’70
perfettamente in sincrono con intenzioni di ulteriore
contaminazione
votata a un annullamento di spazio e tempo
capace di riportare in vita precedenti basi stilistiche per farne
nuovo trampolino di lancio in vista di rinnovati tentativi di
esposizione.

Fra le tracce di Neighbours sembra veramente di sentir
rivivere – tanto nelle intenzioni compositive quanto nelle
sbalorditive capacità di esecuzione – mostri sacri come il
Frank Zappa di Apostrophe, One size fits all,
Zoot allures e gli incredibili documenti dal vivo Roxy
& elsewhere
e Zappa in New York. Non è un caso,
dunque, se tra i ranghi dei collaboratori a questa sfavillante
opera prima figura anche un certo Ike Willis, splendida
voce e chitarra presente nella formazione guidata proprio dal
genio di Zappa tra il 1978 e il 1988. E non è un caso nemmeno se
proprio la componente live è un altro degli elementi che
concorrono a definire l’identità dei So does Your Mother, se
è vero che – come specificato dalla band stessa ma
verificabile nelle documentazioni visive presenti online – ogni
concerto dei nostri equivale a un vero e proprio teatrino
continuo in pieno stile “Mothers”. Ma le evidenti
derivazioni non finiscono qui: i So Does Your Mother godono anche
di una sezione fiatistica di primissimo livello che li
rende perfettamente capaci di spaziare, tra l’altro
all’interno dello stesso brano, dal progressive di scuola
Canterbury al jazz elettrico e avanguardistico dei Weather Report
come anche dei nostrani Perigeo, Napoli Centrale e Area
(recuperare almeno il primo album eponimo della band di James
Senese, poi Genealogia o Crack firmati Perigeo e
Area per constatare); il tutto passando anche per notevolissimi
anfratti di pura disco music a stelle e strisce di fine
’70, il cui tocco conferisce al prodotto complessivo tutta
una serie di godurie soniche da loop continuo e indisturbato.

Malgrado, in apertura, Neighbours sembri suggerire
intenzioni marcatamente rock a causa di ben precisi riff e
strutturazioni metriche sostanziali, quella che si apre
all’ascolto in men che non si dica è una vera e propria
autostrada di riferimenti e incursioni in territori solo
apparentemente sconnessi tra loro
, in quanto saggiamente
fatti propri e rielaborati in chiave del tutto personale. Ecco
presentarsi, allora, il motivo per cui brani come Swallow, Under the roof e Your mother rendono interessantissimo
l’abbraccio tra soul e funk che fu proprio
della disco music americana e che, in questo frangente, entra in
stretto contatto con la restante conformazione a venire.
Modern seducer e Modern seducer reprise, poi, estremizzano
proprio quella frammentarietà italo-prog anni ’70 che il
perfetto andirivieni tra ritmiche e fiati amplifica in termini di
percezione estasiante. Per certi aspetti, sembra di veder
rivivere anche la roboante anima di Lester Bowie e dei suoi Art
Ensemble Of Chicago grazie a scambi sonori al limite della più
orgasmica – per quanto controllatissima – follia
“free”, salvo poi sentir coronare il tutto in qualità
di indiscutibile prodotto di vertice al richiamo di tasselli come
Red leaf e M.D, il primo zappiano a più non posso,
il secondo maggiormente orientato verso quella provenienza
tricolore di cui si parlava in precedenza.

A conti fatti, insomma, anche una band come quella dei So Does
Your Mother rientra con enorme merito tra la cerchia di
giovani emergenti già assolutissimamente pronti per sale di
incisione più prestigiose e palcoscenici più spinti, rispetto
ad altri, verso riflettori di taglio internazionale
. Pur
lasciando riposare tranquilla la definizione di capolavoro,
certamente non è un azzardo definire Sidoti e soci come delle
sincere eminenze nostrane deliziosamente meritevoli di tutta
l’attenzione necessaria a fare delle loro produzioni qualcosa
di orgogliosamente esportabile di cui potersi vantare senza
nessunissima esagerazione.

 

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