Redazione

Italia underground: The Rideouts

Italia underground: The Rideouts

04 Febbraio 2016 14.35
Like me!

È perennemente tempo di viaggio, qui a Italia underground. E
cosa c’è di più bello, per noi assetati di scoperte musicali,
se non attraversare lo stivale intero per andare a scovare sempre
nuove proposte succulente e di considerevole interesse artistico?
Quest’oggi è proprio il caso di sgattaiolare nientemeno che
dalla precedente Sicilia alla Trieste terra
madre di una notevolissima band – nient’affatto principiante,
tanto per cominciare a chiarirci – che risponde al nome di
The Rideouts. Cosa vale questo viaggione da capo
sud a capo nord tricolore? Prima di tutto un cambio di rotta in
termini di genere proposto su queste pagine digitali. In secondo
luogo – ma secondo a niente e nessuno – la sempiterna
garanzia di qualità regalata dall’incontro
con soggetti pienamente dotati prima di cultura
musicale
(nostra amica primordiale, ora e per sempre) e
poi anche di un certo talento.

I Rideouts sono usciti da poco con il loro terzo album in
studio
intitolato Heart and
soul
, una sacrosanta miscela di stili
compositivi e performativi
che arriva alle nostre
orecchie direttamente dagli anni ’60 e ‘70 per deliziarci con
una mistura talmente energica da far quasi dimenticare ogni
derivazione pur di lasciar campo libero alla principale
goduria sonora che evade dal supporto
tecnologico fin dalle prime note proposte in successione. Un
discorso valutativo ben ragionato, però, occorre farlo
ugualmente, ed è pressappoco il seguente.

Molti di voi, soprattutto nel corso degli ultimi – diciamo pure
– dieci o quindici anni avranno percepito, in giro tra siti
specializzati, riviste di settore o semplici discussioni in
locali ospitanti band più o meno emergenti, l’utilizzo del
termine “revival”. Di cosa si tratta, nello
specifico? Per revival, sostanzialmente, si intende il recupero
di generi musicali (spesso anche molto) passati per un loro
considerevole recupero in funzione di una
riproposizione
da far avvenire innanzitutto nel
presente, con strumenti tecnologici possibilmente moderni o
comunque attuali (malgrado ci sia chi navighi in direzione
opposta a un simile concetto, vedi alla voce Allah-Las) e,
principalmente, cercando di far, appunto, rivivere almeno una
parte dell’atmosfera sonica respirata nella decade alla quale
si fa riferimento. Il caso dei Rideouts (Max
Scherbi
alla voce e chitarra, Andrea
Radini
alla chitarra, Michela Grilli
alle seconde voci, Gianpiero de Candia al basso
e ai cori e Federico Gullo alla batteria) chiama
prontamente a rapporto i mitici anni ’60,
soprattutto quelli legati al beat britannico o
alla contemporanea “invasion” d’oltremanica e
d’oltreoceano. Ma c’è una doverosissima questione da
segnalare, per quanto riguarda la band triestina da noi passata
in rassegna: i riferimenti di stile e gusto personale sono,
certo, quelli legati a nomi di eminenze internazionali – prime
su tutte quelle che componevano il nucleo dei Beatles, ma senza
tralasciare i fraseggi acidi di Chocolate Watch Band, Seeds,
Mitch Ryder & The Detroit Wheels e affini – ma, in fin dei
conti, prendono come base di lancio un po’ di più le
commistioni operate dai precursori della fase revival, tra cui
– prima di tanti altri – i Kula Shaker di Crispian Mills
(alla cui voce l’ugola di Scherbi è splendidamente vicina).

Quello dei Rideouts, insomma, può dirsi una sorta di
revival di revival” assolutamente personale
e perfettamente in sincrono con le intenzioni di una band che
vuole, prima di tutto, divertirsi e far
divertire
, ma al contempo assorbire, smembrare,
ricostruire e sperimentare con quanto di più
innovativo posto in gioco dai propri idoli di sempre. Proprio nel
corso di questo doppio passaggio di consegne, i
riferimenti si avvertono e si godono liberamente nel migliore dei
modi. Quello proposto da un disco come Heart and soul è
un andirivieni continuo tra generi e sottogeneri
che si pone come obiettivo primario – dal lato artistico,
ovviamente – il continuo germogliare di un sempre fresco
interesse per il dato qualitativo della proposta messa in campo,
elemento che fa dell’ascoltatore una sorta di macchina del
tempo di se stesso utile ad innalzare la musica – quella musica
– a tassello cardine di ogni approccio al formato canzone
proposto.

Contaminazione” è di certo un’altra
parola d’ordine, se si considera l’eccezionale
predisposizione di Scherbi e soci a fare delle loro passioni un
must capace di generare veri e propri flussi emotivi che partono
da una predisposizione melodica tardo beat per
poi oltrepassare le ruvide onde energetiche assimilate da intere
generazioni al suon di garage rock e
psichedelica. Si arriva, insomma, al punto da
ritrovarsi dinanzi, certo, a un saggio e devoto recupero di
strutture precedentemente note, ma il traguardo supplementare
resta quello riguardante l’appropriazione e la conseguente –
nonché del tutto personale – riproposizione di simili
scelte come colonna portante per architetture sempre pronte a una
nuova centrifuga emozionale
.

Non è un caso, quindi, se proprio un sound come quello dei Kula
Shaker ritorna in mente grazie al fulminante incipit proposto
dall’eccellente binomio composto dai coinvolgenti riff di
Not enough e Plastic
soul
, brani in cui emerge fin da subito anche un
eccellente lavoro in termini di sezione ritmica
che, in fin dei conti, trasporta il tutto verso orizzonti più
marcatamente rock nel senso classico del termine, con vaghe tinte
blueseggianti, se non anche ai limiti del funk, che male non
fanno al risultato complessivo. È facilmente riscontrabile, tra
l’altro, una delicatissima attitudine alla melodia per brani in
puro formato canzone come la bellissima ballad I’m
so sorry
e la melanconica Put the blame
on me
, non disprezzanti anche incursioni
orchestrali
di gran pregio e coraggio. Sapienti intrecci
acustici ed elettrici costruiscono il sound di una
Give it to me che gioca a fare da
dinamo per i sinuosi groove proposti dalle incursioni garage di
I’ll be free, per i crossover
psichedelici offerti da Who I am e per
i ritmi funk di Wait eTake
it easy
. Una vena blues viscerale emerge a chiare
lettere dalle metriche di Be a man
(scuola “revival di revival” Jon Spencer e Black Keys/Dan
Auerbach?), mentre Don’t cry mette in
mostra la capacità che il quintetto triestino ha nel fare suo
anche un approccio differente dai dichiarati riferimenti, eppure
importante per la creazione di linee melodiche avvolgenti e
proponibili a un orecchio anche non del tutto allenato (si odono,
qui, echi perfino di U2, R.E.M. e Oasis, a voler azzardare). Il
risultato complessivo è, lo abbiamo detto fin dall’inizio, un
coefficiente di godibilità altissimo, intriso
di quell’intuito passionale che fa di un semplice recupero
qualcosa di personale e, per di più, anche longevo,
paradossalmente. Date, insomma, una chance ai Rideouts e non ne
uscirete pentiti, se ne uscirete.

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