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La musica tra il vinile e lo streaming. Riflessioni antropologiche sui modi di approcciare l'esperienza sonora attuale

La musica tra il vinile e lo streaming. Riflessioni antropologiche sui modi di approcciare l’esperienza sonora attuale

16 Settembre 2016 17.11
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Lo so bene, mi sono documentato almeno un po’: quello di cui
sto per parlare ha preso forma un paio di anni fa. Nello
specifico, però, non è sul prodotto a cui farò riferimento che
voglio focalizzare l’attenzione e il perno del discorso, bensì
su ciò che di ben più vasto quel prodotto – né più
né meno rispetto ai suoi predecessori o contemporanei, sia pure,
come in questo caso, in linea meno eclatante e non così
stupefacente – riesce a scatenare nella mente e nell’animo di
chi, come me, non l’ha mai data vinta, in tutto e per tutto, ai
fautori della liquidità esistenziale. Certo, non a
livelli assolutisti, visto che di alcuni aspetti della
liquidità, intesa nel senso baumaniano del termine, ce ne
serviamo felicemente un po’ tutti – incluso il sottoscritto
– solo con una cognizione di causa nettamente più lucida
rispetto a chi è approdato in questo mondo senza mai maturare un
benché minimo interesse su come si chiami mai quel pezzo di
cartone la cui immagine stampata in superficie tanto assomiglia a
quella che dopodomani getterà via dal suo smartphone.

Mentre il sottoscritto rinnovava, come di consueto, l’eterno
duello con il proprio personalissimo senso di curiosità
rivolto ai campi artistici prediletti (musica, cinema e
letteratura in primis), non senza quella dose di timore che ogni
volta sbuca fuori dal nido in cui dimora – sostanzialmente tra
il petto e la gola, con un mai assente incremento cardiaco a fare
da catalizzatore – alla sola vista del numero di uscite
recensite da riviste apprezzate e seguite (Rockerilla, Il
Mucchio, Cinecritica, Rivista del Cinematografo, ma anche tanti
siti internet; anzi, vi si dirà di più: a scatenare la serie di
riflessioni su quanto si sta per scrivere è stato il sito
di Red Ronnie), è successo questo.

Il signor Jack White, ex capostipite dei White Stripes
(quelli di Seven nation army; “pooo popoppopooppoooooo
pooo” per i meno abbienti in termini di quoziente intellettivo)
nel giugno 2014 dava alle stampe il suo secondo lavoro
solista
intitolato Lazaretto. Un album detentore di una
sostanza complessiva piuttosto pregevole, con tanti spunti che
partono dai territori del rock più granitico, del blues ma anche
del garage più viscerale per poi giocare con arrangiamenti e
strutture compositive (come è ormai abitudine del buon White a
partire dal progetto Raconteurs, passando per quello a nome Dead
Weather). Ma in Lazaretto, oltre alla caratura musicale,
c’è tutta una serie di caratteristiche oggettive (nel
senso, proprio, di riferimento all’oggetto) delle quali non si
può non tener conto, specie se il gingillo in questione, per noi
feticisti musicali (non più di tanto, in verità, e capirete
presto perché), è la sua edizione in vinile. O meglio:
Ultra LP”.
Cerchiamo di spiegarci.

La versione in vinile di Lazaretto di Jack White (prodotto
studiato approfonditamente grazie alla libertà creativa concessa
dal possedere una propria etichetta, la Third Man Records,
che proprio col vinile gioca nelle sue produzioni intavolando una
vera e propria ricerca di settore; vedere alla voce
“triple decker record”) è qualcosa di stupefacente.
Ed è già questo il punto: stupire, impressionare,
incuriosire. Vocaboli sempre più in disuso, per
quanto riguarda il dizionario del moderno linguaggio interiore
soprattutto italiano. E perché l’edizione in vinile di
Lazaretto è qualcosa di stupefacente? È presto detto:
perché è proprio la sua conformazione di oggetto ad assumere
un valore artistico
(e anche ludico, non dimentichiamocelo
mai) e, per di più, di costruzione inedita nella sua innovazione
concettuale, oltre che tecnica. Vediamo la cosa più nello
specifico.

Quello che il buon White, a nome della sua Third Man Records,
definisce come “Ultra Lp” è un prodotto di più che
pregevole manifattura
. Per ribadire l’importanza estetica,
al pari di quella audiofonica, del formato long playing come
oggetto artistico
, in quanto detentore di un suono nettamente
differente dalla liquidità e dalla piattezza di un file audio o
dall’immediatezza immutabile di un compact disc (il suono del
vinile è di derivazione analogica, quindi conferisce tutta una
sterminata sinusoide di suoni intermedi che il cd, forte della
sua conformazione binaria, non riesce a riprodurre a dovere,
cedendo il passo ai vari dvd audio, file “flac” e simili
(provate a mettere su un piatto ad alta fedeltà The wall
dei Pink Floyd e poi ne parliamo), ciò che emerge dall’idea
innovativa – e geniale perché dettata da vera passione e
conoscenza nei confronti del mezzo – di White è l’impulso a
fare del formato vinile un materiale perfettamente capace
di
restituire proprio un godimento estetico, oltre che
sonoro
(non si spiegherebbe altrimenti il proliferare, su
Youtube, di video che riproducono, sì, determinate canzoni, ma
lo fanno mostrando il disco che gira sul piatto).

Se tiriamo fuori l’edizione in vinile di Lazaretto
(rigorosamente 180 grammi) dalla sua busta, notiamo già una
primissima cosa a vista: il lato A è normalmente lucido e
splendente
come quello di ogni 33 giri che si rispetti,
mentre il lato B è costruito su un vinile ben più opaco
in quanto direttamente collegabile al materiale utilizzato agli
albori del formato per la costruzione dei fatidici 78 giri. Già
questo è un dettaglio non di poco conto, poiché non solo
testimonia la passione e la conoscenza del suo fautore ma –
diciamo pure filologicamente – tornando ideologicamente
indietro nel tempo
, prepara il terreno proprio a quel
tentativo di godimento ludico dell’oggetto in questione
(a un tempo, cioè, in cui il formato in vinile non solo era
l’unico in circolazione ma era detentore di svago ed
espressione passionale in quanto supporto capace di conservare e
riprodurre composizioni in precedenza ascoltabili unicamente in
sede di esecuzione dal vivo – eccezion fatta per gli antichi
casi di cilindro fonografico, naturalmente). Quando poi adagiamo
il disco di White sul piatto del giradischi in movimento, ci
accorgiamo di tutta una serie entusiasmante di dettagli
puramente tecnici che, però, condizionano anche e
soprattutto l’ascolto dell’album
stesso in quanto opera
costituita da brani in successione (la cui scaletta, tra
l’altro, è diversa da quella dell’edizione in cd). Se, come
di consueto, caliamo la puntina sul primo solco del lato
A
, ci accorgiamo che, ciò che fuoriesce dagli altoparlanti
è soltanto un suono in “fade out” che culmina in un
loop
eterno di feedback e distorsioni. Incuriositi,
osserviamo la puntina non procedere nel suo regolare percorso
sui solchi del vinile, da destra verso sinistra, ma rimanere
stazionaria sul bordo del lato A
. Cosa diamine sta
succedendo? Semplice: essendo, il disco in vinile, costituito da
solchi sonori – nei quali viaggia la puntina del giradischi –
che formano una grande spirale che va dal bordo del disco fino al
suo centro (da destra verso sinistra, appunto), ci ritroviamo
dinanzi ad una facciata (il lato A) costruita sulla base di
una spirale inversa
. Per ascoltare i brani del lato A,
quindi, dobbiamo adagiare la puntina non sul bordo del disco,
bensì alla fine del lato
, al centro che, in questo caso,
rappresenta l’inizio sonoro dell’album. Vedremo, così, la
puntina viaggiare non da destra verso sinistra ma da sinistra
verso destra (dal centro verso l’esterno) e il disco suonare
regolarmente (e bene).

Non è strabiliante, una trovata del genere? Pensate anche solo
all’ingegno tecnico messo in atto per la costruzione di
una facciata simile. È deliziosamente spaventoso, specie se poi,
adagiando la puntina in questo modo per cominciare la
riproduzione del lato A, siamo portati a fare un altro balzo di
stupore da un dettaglio strepitoso: guardando il centro del disco
dall’alto, ci accorgeremo della presenza di un vero e
proprio ologramma
(creato dallo specialista in illusioni
ottiche Tristan Duke) a forma di angelo che, col
movimento del disco, volteggia liberamente sotto il nostro naso.

Mettiamo caso, in più, che, adagiando la puntina al centro del
disco – cosa possibile, attenzione, quando il nostro giradischi
non ha il ritorno automatico del braccio meccanico a fine lato –
proprio il braccio meccanico ci sfugga di mano e vada a poggiarsi
per sbaglio sull’etichetta del vinile. Quello che
sentiremo negli altoparlanti non sarà solo uno scratch
indistinto, ma la percezione di un brano musicale
nascosto
. Ebbene sì: il centro dei due lati dell’album
nasconde, sotto l’etichetta, dei solchi che riproducono due
brani, uno da ascoltare mandando il disco a 45 giri, l’altro
mandandolo addirittura a 78 giri
.

Ma la cosa che ha fatto sobbalzare di incredulità il
sottoscritto è la seguente. Il primo brano del lato
B
, Just one
drink
, ha un inizio differente (acustico o
elettrico) a seconda di come si posiziona la puntina sul
disco
. In pratica, se mettiamo la puntina due volte a caso
sull’inizio del brano, sentiremo, la prima volta,
un’introduzione acustica mentre, la seconda volta,
un’introduzione elettrica: in sostanza, due versioni dello
stesso brano contenute nello stesso spazio ma in differenti
solchi
. È proprio questa la geniale trovata tecnica che
rende possibile una meraviglia simile: la costruzione di due
spirali parallele di solchi
(una con su registrata
l’introduzione acustica, una contenente quella elettrica) che,
nel mezzo del loro percorso, confluiscono in quella che poi dà
inizio alla spirale complessiva che porta la puntina fino al
termine del lato.

Tutta questa pazzesca serie di elementi non può non scuotere
l’animo e le emozioni di chiunque
, dall’anagraficamente
ben conscio dell’esistenza del mezzo ai più inconsapevoli
“nativi digitali”. Come si diceva in precedenza, è proprio
questo il grande risultato: la dimostrazione che la musica
può essere oggetto d’arte e, quindi, elemento anche ludico

(considerazione che chi apprezza specialmente il vinile fa da
sempre nella sua ricerca di edizioni particolari o con copertine
differenti se non proprio creative: viene in mente, a un primo
pensiero, la prima edizione di Stand up dei Jethro Tull
con un pop up di cartone che innalza le figurine dei membri della
band alla sua apertura; o la prima stampa di L’uomo
degli Osanna che diventa un poster, così come lo diventa
l’apertura in quattro del live di Joe Cocker Mad dogs &
englishmen
; si apriva in quattro anche il vinile di No
code
dei Pearl Jam, ma per contenere buste e cartonati
sessualmente appetibili per i veri appassionati; ci sarà,
insomma, un motivo, se molte ristampe in vinile odierne
riproducono fedelmente cose del genere). Naturalmente, sarebbe
nettamente meglio averne passione, pena la non (o scarsa)
riuscita del gioco.

Nel corso degli ultimi tre o quattro anni, i dischi in
vinile
– malgrado certi prezzi siano seriamente da
ergastolo: le industrie, economicamente, non riusciranno mai a
trattenersi dal fare la loro sporca parte – hanno
incrementato il loro bottino di vendite
, a tal punto che i
produttori più improbabili hanno scelto di mettere sul mercato
le loro versioni di giradischi più improponibili (il peggio del
peggio è quello che trasforma il suono della puntina in mp3
direttamente su chiavetta usb: l’orrore). Da dove viene questo
dato inversamente proporzionale a quello delle vendite in compact
disc o tramite piattaforme digitali? Innanzitutto da una
coscienza tutt’altro che sottosviluppata
, ovvero capace di
comprendere come la musica su supporto materiale (il
vinile in primo luogo, ma anche il cd, per quanto in misura molto
inferiore vista la facilità con cui, oggi, lo si può
trasformare in un mp3, un’opportunità impensabile fino ai
primi anni 2000 – e stiamo parlando di un formato comunque in
circolazione dal 1982) non sia mai morta ma abbia navigato
soltanto in acque stagnanti, raggiunta solo da chi ha sempre
amato e apprezzato l’oggetto in questione.

Ma c’è un altro elemento – sostanzialmente intellettuale
oltre che puramente collezionistico – capace di concorrere a un
simile recupero (che recupero non è, ma lo abbiamo già detto
proprio adesso), ed è la considerazione del disco in vinile
(come anche alcune edizioni in cd) al pari di una vera e propria
opera d’arte
(qualora ve ne siano le caratteristiche, ça
va sans dire). Vi siete mai chiesti perché in giro per il mondo,
anche in Italia, si continui ad organizzare mostre e mercati di
dischi in vinile? Come mai migliaia e migliaia di persone
affollano fiere di imponenza continentale organizzate in luoghi
come Utrecht (Paesi Bassi), Austin (Texas, Usa) ma anche Milano
(Vinilmania) alla ricerca di questo o quel pezzo più o meno
raro, più o meno pregiato, più o meno di valore?

Record Store Day a parte (la fatidica festa dei negozi di dischi
che da qualche anno coinvolge un mondo intero di appassionati con
edizioni speciali e ristampe a tiratura limitata, e invita i meno
interessati a girovagare tra gli scaffali per provare a maturare
un certo interesse per la cosa; gli manca giusto un po’ di
buon senso nel proporre prezzi onesti ma lasciamo perdere), da
sempre si mantiene viva una enorme fascinazione per il disco in
vinile come oggetto di vero e proprio culto, sia sonoro che
estetico
. Non si tratta solo di feticismo, ma di qualcosa che
coinvolge intere comunità e numerosissime personalità dotate di
un interesse individuale che sfocia serenamente in una
passione talmente forte da diventare non solo necessità
collezionistica, ma soprattutto fonte di grande conoscenza
storico-artistica
nel momento in cui ci si va a rapportare
con oggetti che, in sé, recano un mondo con una storia ben
precisa da raccontare. Se un tizio stacca un assegno
considerevole per la cosiddetta “butcher cover” di

Yesterday and today dei
Beatles, non è solo perché vuole possedere un oggetto di
valore, ma è anche per il motivo e il contesto storico che quel
valore l’ha generato
(la prima stampa del disco mostrava in
copertina i quattro di Liverpool in camice da macellaio,
“butcher”, con in mano bambole fatte a pezzi e, addosso,
schizzi di sangue; tra le varie leggendarie motivazioni date alla
scelta di quell’immagine, c’era anche il fatto che Paul
McCartney l’avrebbe definita come “il nostro commento sulla
guerra in Vietnam”. Fatto sta che quelle copie furono ritirate
dal mercato e, ad oggi, risultano rarissime e preziose,
specialmente quelle stereofoniche di risoluzione più pregiata.
Per non parlare di quelle con la copertina incriminata nascosta
da quella più ordinaria su di essa incollata). Si tratta di una
situazione pressappoco simile a quella di un collezionista
d’arte o gallerista che può dimenarsi a dismisura nella
ricerca delle versioni di magazzino dell’urlo di Munch, tanto
per dirne una.

Proprio il record Store Day, a questi livelli, rischia di
risultare un controsenso perché – soprattutto in Italia, ma
come non prevederlo – cela il desiderio di tornaconto
industriale alle spalle di quella che, in verità, dovrebbe
essere preservata in qualità di passione dal principale valore
culturale. Ma, come accennato già pocanzi, meglio lasciar
perdere questo discorso industrialmente specifico.

Nella stessa e identica epoca in cui le vendite di dischi in
formato vinile (long playing a 33 giri) sono aumentate a
dismisura rispetto alla decade precedente, intere generazioni di
scienziati dell hi-tech audiovisivo si scannano per la supremazia
assoluta sul pianeta connesso. Stando a quanto riporta il
Corriere Economia del 12 settembre 2016, non è nemmeno più
il download lo strumento di fruizione musicale (e audiovisiva)
principale, bensì lo streaming
(cioè la trasmissione di
musica o video tramite internet, per cui basta semplicemente non
più impiegare un minimo di tempo per scaricare un file ma
cliccare sul tasto play virtuale per godere istantaneamente di un
brano o un intero album quando non di una tanto sospirata
playlist). “Per la prima volta, l’anno scorso il suo
fatturato (dell’ascolto di musica in streaming, ndr)
ha superato sia quello dei download digitali sia quello dei cd e
album fisici negli Stati uniti, il mercato più importante”, si
legge a pagina 2 del suddetto numero del Corriere Economia in un
articolo a firma Maria Teresa Cometto. Al di là del fattore
pirateria (lasciamola da parte in questo discorso generale), pare
che, dopo iTunes, sia Amazon il miglior venditore al
mondo di musica anche in streaming
. Dal momento che
l’intero pianeta è connesso in rete 24 ore su 24 e può fare
praticamente di tutto con un semplice telefonino, tocca capire se
questa nuova soluzione su vastissima scala (lo streaming) sia
utile a qualcosa (e in che modo) oltre a rappresentare
l’ennesimo e ultimo tentativo di vendere qualcosa
di immateriale a intere generazioni umane considerate sempre di
più come mero ammasso di consumatori
. Poco importa, insomma,
se circa un quinto di tutto ciò che si può trovare
nell’universo della rete non sia stati mai cliccato neanche
una sola volta. L’importante è che c’è perché ci deve
essere, punto e basta.

L’idea che in prima istanza si può avanzare rispetto a una
simile opzione di mercato riguarda un discorso prevalentemente
antropologico
in termini di interesse generale. Dipende dalle
generazioni con cui si ha a che fare, in definitiva, anche se con
le dovute eccezioni. Cerchiamo di spiegare. Il sottoscritto fa
parte, in fin dei conti, delle cosiddette nuove generazioni. Di
certo meno di altri, sostanzialmente i ventenni, ma comunque con,
sulle spalle, un cospicuo bagaglio proveniente dall’aver
vissuto per intero e sulla pelle il passaggio dai supporti
analogici a quelli digitali che ora dominano l’universo.
Orbene, il sottoscritto non freme nel detenere la smania del
download selvaggio anche se ne fa ampiamente uso prevalentemente
per conoscenza. Il dilemma sta in un dato di fatto
inequivocabile: malgrado le disposizioni economiche non siano
delle più sorridenti e, soprattutto, non avendo altri
particolari interessi a parità di prezzo, quando una cosa (un
disco, un film, un libro) al sottoscritto piace davvero, costui
la compra per goderne pienamente in qualità di opera
d’arte
. Arriviamo al punto: per quasi l’intero
corpus degli attuali ventenni, questo è un discorso che non ha
alcun senso
. Perché spendere soldi per un oggetto nero
circolare (a volte colorato per attirare un po’ più di
attenzione, se non altro, grazie al fascino cromatico) che
nemmeno si può far suonare visto che non si dispone di un
giradischi, quando ci si può, ad esempio, ingozzare di birre o
comunque scegliere ciò che maggiormente aggrada i gusti
personali per la stessa modica cifra? Ma c’è anche un
estremo opposto: molti di questi neo-ventenni – li puoi vedere
coi tuoi occhi quasi ad ogni ingresso in un megastore – sono
affascinati dal formato in vinile perché ne sentono parlare a
destra e a manca e, pur non sapendo di cosa si tratta, magari ne
acquistano una copia qualunque (fosse anche di un artista
apprezzato) che poi resta lì sul caminetto a fare la muffa
perché in casa non c’è un giradischi o, se c’è, è un
vecchio Lesa degli anni ’60 appartenuto ai genitori
adolescenti e sfortunatamente non più funzionante. Fa piacere,
insomma, la fascinazione verso il formato anche solo per
sentito dire, ma la totate disinformazione riguardo il suo
reale utilizzo
– che va ben oltre il solo dato estetico,
soprattutto in casi come quello dell’Ultra LP di Jack White
che, grazie alla sua conformazione, offre una proposta unica di
fruizione effettiva dell’opera d’arte
fa cadere le braccia a chi invoca una sostanziale comprensione e
condivisione della propria stessa passione, nella speranza che
questa non sia più rappresentata come una deviazione feticistica
ma come ciò che è realmente (ripetiamo): fruizione effettiva
dell’opera d’arte.

Morale della favola e, al contempo, domanda al lettore di turno:
forte del tuo bagaglio più o meno ampio in termini di fruizione
prevalentemente musicale, da che parte stai? Ti affascina
un ologramma sprigionato da una superficie in vinile che, in
più, contiene soluzioni magicamente multiple, o ti basta fare
zapping tra una piattaforma virtuale e l’altra? Dipenderà,
oltre che dalle tue abitudini e dalla tua derivazione
generazionale (sempre con le dovute eccezioni al pensiero
dominante), forse anche un po’ da che tipo di persona sei. In
fin dei conti, nell’appiattimento globale, c’è già chi
si è stufato anche della condivisione in streaming.

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