Lev Jašin, il ‘Ragno nero’

13 Ottobre 2012 11.30
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Lev Ivanovič Jašin era solito prendere appunti sulle
caratteristiche dei suoi avversari (movenze e stili di gioco) per
poi raccoglierli dentro un quaderno, suo prezioso alleato, prima
di affrontarli sui campi di pallone. Su di lui Enrico Albertosi
diceva: “Lo vedevi tra i pali ed era un gatto, con una
rapidità ed una sveltezza incredibili. Aveva due braccia che gli
arrivavano oltre le ginocchia, quando si posizionava in
porta
”.

Josef Maier, il leggendario numero uno del Bayern Monaco e della
nazionale tedesca, lo ha descritto – invece – con queste
parole: “Quando prendeva il pallone a terra era come una
pantera. Stava rannicchiato sulla palla. Guardava a destra e a
sinistra, come se dovesse nasconderla. Poi scattava in piedi. E
rinviava…..
”.

Jašin è stato votato come il miglior portiere del XX secolo
dall’IFFHS, l’Istituto Internazionale di Storia e Statistica
del Calcio. Si è trattato di un riconoscimento tra i numerosi (e
prestigiosi) ricevuti durante e dopo una carriera da estremo
difensore della Dinamo Mosca e dell’URSS, le due squadre
della sua vita.

Soprannominato il ‘Ragno nero’ per il colore della divisa che
indossava prima di infilare i guanti, è stato l’unico portiere
a vincere il prestigioso Pallone d’Oro (1963). I pali e la
traversa, per lui, erano compagni di gioco non soltanto sui prati
verdi: prima di esordire nel calcio che conta aveva infatti
conquistato un campionato sovietico di hockey su ghiaccio.
Sempre, ovviamente, per la Dinamo Mosca, la squadra del Ministero
per gli Affari Interni del suo paese.

Nato nel 1929, appena dodicenne si era ritrovato a lavorare in
fabbrica. Partito dal basso, gli era mancato il mondiale per
arrivare a toccare il cielo con un dito. Sull’argomento,
intervistato qualche mese prima di Italia ’90, aveva
dichiarato: “Mi sembra che la nostra squadra non sia ancora
pronta a diventare una grande nazionale. Sono necessarie
tradizioni che noi ancora non abbiamo. L’Italia ed il Brasile
le hanno, per questo hanno vinto diverse volte la Coppa del
Mondo. Le tradizioni contano quasi più dei soldi. Ma forse un
giorno o l’altro i calciatori sovietici potranno assaporare
il piacere di questo successo
”.

Aveva smesso di giocare a quarantuno anni, esattamente come Dino
Zoff, che così lo aveva voluto ricordare il giorno in cui era
mancato a causa di un tumore allo stomaco: “Per me è stato
senza dubbio un modello, anche se direttamente l’ho visto
giocare solo nell’ultima parte della sua carriera, quando
ormai quarantenne stava per ritirarsi. Comunque lui prima e
l’inglese Banks poi sono stati i giocatori cui mi sono
ispirato. Ci legava una grande amicizia e quando festeggiai a
Sanremo il mio addio al calcio Jašin volle essere
presente
”.

A proposito di Gordon Banks: anche il portiere inglese, arrivato
secondo nella speciale classifica dell’IFFHS davanti a Zoff e
Maier, aveva speso bellissime parole a favore del ‘Ragno
Nero’: “Era un grandissimo portiere. E un vero
signore
”.

Nel palmarès di Jašin figurano cinque campionati sovietici e
tre coppe dell’URSS, un Oro olimpico (1956) ed un Europeo
(1960), accompagnati da una serie lunghissima di aneddoti e
leggende. Di lui si era detto che parava moltissimi tiri dal
dischetto (oltre cento in tutta la carriera) perché ipnotizzava
l’avversario: “Non ho poi parato così tanti rigori.
Praticamente parare un tiro dagli undici metri è impossibile.
Gli undici metri, per un portiere, creano una situazione molto
sgradevole. Per esempio: adesso mi ricordo il penalty di Mazzola
che ho parato in Italia (10/11/1963, ndr.). Io contavo sempre
sull’errore dell’avversario. Pensavo: ‘se l’avversario
sbaglia, sei avvantaggiato’, sapendo che la porta è enorme, e
che è facilissimo segnare. Invece al giocatore sembra che la
porta sia piccolissima, e il portiere enorme. Dunque chi attacca
e sbaglia, aiuta il portiere che para. Era stato un errore di
Mazzola… E se non avesse sbagliato? Avrebbe fatto goal. E
nessun Jašin sarebbe stato in grado di parare
”.

Aveva preso parte a quattro edizioni dei campionati mondiali, non
partecipando da protagonista all’ultima, quella disputata in
Messico nel 1970, dove aveva trionfato il Brasile di Pelè. Il
fuoriclasse verdeoro era stato invitato al suo addio al calcio,
avvenuto allo stadio “Lenin” di Mosca il 27 maggio del 1971 e
celebrato grazie ad un’amichevole contro il Resto del Mondo.
Tutti mi chiedono il campione che ho preferito. Anch’io
ho avuto un idolo ed è stato Pelè. Il brasiliano non ha
strabiliato con il suo talento solo i tifosi, anche noi
avversari, appassionati, innamorati del calcio. Per i portieri
era un inferno. Sapeva inventare dei gol così belli e
interessanti che certe volte per lo stesso portiere era quasi un
piacere vedere come Pelè riusciva a realizzarli. Vi dico di
più: io sono orgoglioso che Pelè mi abbia segnato dei gol,
certi gol. Sì, ne sono orgoglioso. Lo giuro
”.

Umile, sincero, sportivo nel senso più profondo della parola,
Jašin non si considerava il migliore del mondo. “Può
darsi che sia frutto della fantasia giornalistica
”, amava
sostenere.

Questa, però, era riuscita talmente bene da risultare
vera.

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