Rifiuti a Roma: tutto va bene e non c’è emergenza (sicuri?)

09 Gennaio 2019 11.03
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Il 13 dicembre scorso, l’edizione romana del Corriere della Sera mi aveva richiesto un intervento stringato, ed esclusivo, sulla situazione dei rifiuti a Roma.

Avevo rispettato diligentemente la richiesta, ma il mio intervento non è stato mai pubblicato, forse perché il 15 dicembre il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, aveva assicurato che “Non c'è un'emergenza rifiuti a Roma, ma uno stato di sofferenza che già da domani mattina dovrebbe trovare soluzione".

Le settimane delle feste natalizie, però, hanno messo in evidenza quanto precaria e critica sia la situazione.

Ripropongo dunque il mio intervento, per ricordare che una strada era stata tracciata nell’agosto del 2012, con l’impegno condiviso del ministero dell’Ambiente, della Regione, di Roma Capitale, della Provincia e di tutte le aziende del settore rifiuti che operano nella Regione Lazio.

Diversamente da Roma, in tutte le più importanti capitali europee la gestione dei rifiuti è una componente positiva dell’economia urbana, in termini di recupero di materia ed energia.

L’incendio del TMB Salario è l’indicatore di una situazione che si trascina dal 2011, quando l’Europa aprì una procedura di infrazione per la gestione dei rifiuti di Roma e il Governo dichiarò lo stato di emergenza.

Il 4 agosto 2012, con il supporto del Commissario Europeo per l’ambiente, ero riuscito ad ottenere la convergenza di Regione, Provincia e Comune su un documento comune fondato sui criteri dell’economia circolare, il “Patto per Roma”, che impegnava tutti i firmatari a realizzare:

  • entro la fine del 2014, il 65% di raccolta differenziata con il contestuale recupero e riciclo di materia;
  • la riqualificazione e la corretta utilizzazione dei TMB della Regione;
  • il completamento dell’autorizzazione regionale, bloccata da anni, degli impianti per il trattamento della frazione umida dei rifiuti e la produzione di compost di qualità;
  • la chiusura di Malagrotta, e l’individuazione di una discarica di servizio per i soli residui marginali ( non più del 20% dei rifiuti trattati).

Il Patto per Roma era diventato norma con due decreti del 7 gennaio e 25 marzo 2013, pubblicati in Gazzetta Ufficiale, che individuano tra l’altro in modo puntuale gli impianti da riqualificare e realizzare nella Regione, e stabiliscono che tutti i TMB della Regione devono assicurare almeno il 35% di produzione di combustibile derivato dai rifiuti e il 30% di frazione organica stabilizzata, riducendo gli scarti al di sotto del 25% .

Il “Patto per Roma” è stato ampiamente disatteso.

Dopo 6 anni Roma non è in grado di gestire e chiudere il ciclo dei rifiuti, con un importante deficit impiantistico mentre si accumulano nei TMB rifiuti non trattati.

E intanto i rifiuti di Roma emigrano verso il nord Italia e il nord Europa, con costi altissimi. Con le stesse risorse Roma avrebbe potuto investire negli impianti e nei servizi che servono per la gestione in autonomia dei propri rifiuti.

Eppure, l’allora presidente di AMA, Daniele Fortini, davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il 2 agosto 2016 aveva dichiarato: “Il ciclo integrato dei rifiuti urbani di Roma Capitale non c’è, non esiste, non è un ciclo e meno che mai è integrato. Le capitali europee garantiscono, mediamente, nel perimetro della città metropolitana, tutto il ciclo integrato dei rifiuti, ovvero accoglimento, trattamento e smaltimento, al 98 per cento. La città di Roma, invece, è soltanto al 36 per cento. Per il restante 64 per cento dipende da 62 impianti, 10 regioni e 3 Paesi stranieri. Ecco: nel futuro della nostra Capitale dovremmo cominciare a evitare questo”.

E dopo l’incendio del Salario, non ho sentito richiamare il Patto per Roma del 2012 o le dichiarazioni impegnative dell’allora presidente di AMA, mentre nessuna Autorità competente, o di controllo, ha ritenuto di verificare in 6 anni il rispetto dei decreti attuativi del Patto per Roma.

Forse sarebbe ora di ripartire da qui.

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