Bollani, non solo jazz

Bruno Giurato
18/12/2010

L'istrionico pianista designato miglior musicista del 2010.

Bollani, non solo jazz

E il premio della rivista Musica Jazz per il miglior musicista 2010 andò al pianista Stefano Bollani. Ottimo e abbondante. La rivista è antica (fu fondata nel 1945, ha avuto per direttore Arrigo Polillo, uno che se la giocò a duello, verbale, con Boris Vian e che fu alla fine da Vian elogiato), ma le scelte non sono proprio da cuor di leone: quest’anno abbiamo Paolo Damiani come compositore dell’anno e Roberto Gatto come batterista. Mancano Paolo Fresu e soprattutto Enrico Rava per sancire la tendenza all’evergreen selvaggio. Se non all’elogio compulsivo dei chilometrati.

Un figlio del progressive rock

Intanto abbiamo Bollani, ottimo e abbondante, uno che ha tutto per piacere a grandi e piccini. Classe 1972, milanese trapiantato in Toscana, diplomato al conservatorio, esperienze nel pop con Irene Grandi, Raf, ma soprattutto con Jovanotti. Ha suonato con mezzo mondo del jazz (Gato Barbieri, Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Portal, Enrico Rava, Paolo Fresu, Richard Galliano, Han Bennink, Phil Woods, Chick Corea).
Bollani è un piano player di decisa filiazione europea per l’uso di cluster, (intervalli stretti, spesso di seconda, molto amati da Debussy) nell’armonizzazione delle melodie che creano un effetto da alta cristalleria armonica.
E poi nel lavoro della mano sinistra, che nelle improvvisazioni poco si distende nello swingato e “africano” walking bass, e preferisce muoversi in modo regolare sul beat, sovente in contrapposizione ad ampie sequenze di arpeggi su gruppi irregolari suonati dalla mano destra, con un effetto complessivo di diversi ritmi che s’inseguono. E sì, Bollani musicalmente è anche un figlio del progressive rock.

Un figlio del surrealismo

Ma è anche un figlio del Surrealismo. Memorabile il suo progetto La gnosi delle fànfole, in cui si è trovato a mettere in musica, insieme al cantante Massimo Altomare, le poesie surreali dell’etnografo Fosco Maraini, padre di Dacia.
Ma innanzitutto e per lo più Stefano Bollani è un figlio del cabaret. Perché le sue performance più geniali stanno al di fuori del circuito jazz. Le sue “canzoni sullo stile di” sono un must del cazzeggio.
Per esempio ha composto ed eseguito un allegro sfottò di Franco Battiato, un brano dal titolo Hai mai letto Kundera, che si conclude con i versi immortali «Cu cu ru cu cu Kundera». E allora guardiamo questi video. Perché se è vero che ognuno ha il proprio genio, è anche vero che l’eclettismo ha un limite, e che batti e ribatti ognuno va a finire dove il proprio genio lo porta.

 

[mupvideo idp=”j-153SuP6iI” vid=””][mupvideo idp=”Y2Y-gcV3GLo” vid=””][mupvideo idp=”8TTVPHquXDI” vid=””]

Un figlio delle avanguardie

Poi c’è anche il lato intellettuale di Bollani. Il pianista tosco-milanese è anche firmatario del “Manifesto di reading”. Niente a che fare con le ballate del carcere di Reading di Oscar Wilde. In questo caso reading significa appunto lettura (non sarebbe stato meglio intitolarlo Manifesto della lettura o faceva troppo scuole serali?), e il manifesto è proprio una dichiarazione d’intenti artistica che si occupa di musica e parola.
Sul sito www.manifestodireading.com c’è la spiegazione di tutto. Nella presentazione si citano il manifesto futurista e i movimenti d’avanguardia. Oltre al nome di Bollani ci sono quelli di artisti come il cantante attore dei La Crus Mauro Giovanardi, il comico Alessandro Bergonzoni, l’attrice Elisabetta Fadini. Poi il testo contiene affermazioni come «La voce segue la musica, non solo la musica che segue la voce». Il risultato sembra un po’ al di sotto dei futuristi e di molte avanguardie del Novecento. Pazienza.

Un figlio del rubamazzetto

Il fatto è che anche la comicità involontaria sta tutta dentro al personaggio Bollani. Perché tutto fa gioco e tutto fa cabaret. Perfino la rilettura della musica sudamericana che Bollani ha offerto in BollaniCarioca è un po’ a rischio superficialità. Come se Bollani andasse alla radice con decisione e poi si distraesse e cominciasse a giocare rubamazzetto.
Fatta salva la grandissima perizia tecnica magari l’ascoltatore vorrebbe un po’ più di quella che una volta si chiamava profondità. Ma in fondo che ci vuoi fare, al cabaret non si comanda.