La Serbia ricorda i bombardamenti Nato di 20 anni fa

24 Marzo 2019 12.21
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La Serbia ricorda i 20 anni trascorsi dall'inizio dei bombardamenti Nato per la guerra del Kosovo, con una serie di cerimonie commemorative per le vittime, la più importante delle quali, alla presenza del presidente Aleksandar Vucic e della premier Ana Brnabic, in programma a Nis, nel sud del Paese, una delle città più pesantemente colpite dalle bombe Nato.

OLTRE 2.500 PERSONE MORTE SOTTO LE BOMBE

I raid alleati scattarono, su ordine dell'allora segretario generale Javier Solana, la sera del 24 marzo 1999 con i primi cacciabombardieri decollati dalla base Nato di Aviano, e si conclusero il 9 giugno dopo 78 giorni di martellanti bombardamenti che colpirono obiettivi militari e civili, causando la morte di oltre 2.500 persone e il ferimento di molte altre migliaia. Con danni materiali enormi valutati in decine di miliardi di dollari. Un intervento militare deciso, senza il mandato Onu e dopo vari tentativi negoziali in sede diplomatica, con l'obiettivo, definito 'umanitario', di indurre il regime dell'allora uomo forte Slobodan Milosevic a porre fine alle repressioni e alla pulizia etnica in Kosovo e al ritiro delle truppe serbe da quel territorio.

LA CONTESTAZIONE DI BELGRADO: FU UNA BRUTALE AGGRESSIONE

Belgrado ha sempre contestato la legittimità dei bombardamenti alleati, definiti ancora oggi una "brutale aggressione militare" contro uno stato sovrano europeo, condotti senza mandato delle Nazioni Unite e contro ogni principio del diritto internazionale, mentre al contrario Pristina parla di intervento sacrosanto, che ha contribuito alla 'liberazione' del Kosovo, e ringrazia per questo i Paesi Nato, amici e alleati, primi sostenitori dell'indipendenza proclamata poi dal Kosovo il 17 febbraio 2008.

IL DOLORE E LA RABBIA DEI POLITICI SERBI

Se a Pristina l'anniversario si celebra in una atmosfera di festa e soddisfazione, a Belgrado prevale il dolore e si commemorano le migliaia di vittime, ricordando il terrore delle bombe e le immani distruzioni che misero il Paese in ginocchio. Nella capitale sono ancora visibili i segni delle bombe e dei missili con edifici sventrati lasciati a futura memoria. Una 'azione umanitaria' si trasformò in 'catastrofe umantaria' – hanno continuato a ripetere i dirigenti serbi, e oggi il ministro della difesa Aleksandar Vulin, in un intervento sul quotidiano Vecernje Novosti, ha definito i bombardamenti di 20 anni fa «l'ultimo grande crimine del del 20/mo secolo», mentre all'unisono la dirigenza di Belgrado sostiene che l'intervento militare della Nato non ha raggiunto il suo obiettivo di risolvere la questione del Kosovo.

LA DIFFICILE STRADE DEL KOSOVO PER IL RICONOSCIMENTO

Un territorio, si sottolinea, dal quale furono espulsi 200 mila serbi e non albanesi, ancora caratterizzato da forte instabilità e discriminazioni nonostante il dialogo che va avanti da anni tra Belgrado e Pristina. L'indipendenza del Kosovo oltre che da Belgrado, Mosca e Pechino non è riconosciuta da numerosi altri Paesi occidentali compresi cinque stati membri di Ue e Nato (Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia).

LA RABBIA CONTRO LA RETORICA DEI "DANNI COLLATERALI"

Sui media si sottolinea in particolare il carattere definito 'odioso' e 'offensivo' della locuzione 'danni collaterali' adottata dai comandi Nato nella primavera 1999 per giustificare le vittime civili e la distruzione di scuole, ospedali, ponti e strade in Serbia. Oltre ai danni sull'ambiente e sulla salute dei cittadini a causa dell'uranio impoverito contenuto negli ordigni sganciati dai bombardieri Nato. Una apposita commissione d'inchiesta ha stabilito che i bambini nati in Serbia tra il 1999 e il 2015 sono risultati più vulnerabili allo sviluppo di malattie tumorali.

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