Eleonora Lorusso

Fukushima tra bonifica e incubo nucleare

Fukushima tra bonifica e incubo nucleare

14 Aprile 2019 07.00
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Decontaminazione riuscita, parola delle autorità di Fukushima, sull’isola di Honshu, dove l’11 marzo del 2011 un terremoto e conseguente tsunami causarono un gravissimo incidente alla centrale nucleare, destinato a cambiare per sempre la storia e la geografia di quel territorio.

In un primo momento si sottovalutò la situazione, minimizzando le conseguenze: gli abitanti, rimasti in quelle prime ore nelle proprie case, vennero poi evacuati all’indomani del disastro a causa degli altissimi livelli di radiazioni. Ora, otto anni dopo, i funzionari locali pianificano i reinsediamenti, ma la popolazione ha paura. Il risultato è che l’intera area, che un tempo contava oltre 10.300 abitanti e oggi appena 367, è costituita soprattutto da città-fantasma.

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OKUMA E NAMIE, LE CITTÀ FANTASMA

Case ed edifici abbandonati, vegetazione rimasta a lungo incolta, infrastrutture da terminare, ma soprattutto desolazione: oggi chi si aggira dalle parti di Okuma, a circa 12 chilometri dall’impianto nucleare di Fukushima, si imbatte in quel che resta della località duramente colpita da disastro. Oggi si tenta la via della normalizzazione: il 40% del territorio è stato dichiarato decontaminato, ma Okuma rimane una città-fantasma. In meno di 400 sono tornati, ma solo 48 si sono detti disposti a rimanervi in modo permanente. A nulla sono valsi finora i tentativi di rassicurazione da parte delle autorità locali che hanno annunciato per le prossime settimane l’inaugurazione di infrastrutture di collegamento, servizi e di una nuova municipalità. Non va meglio a Namie, che era stata dichiarata off limits, e dove da qualche tempo ha riaperto un asilo nido, di fronte a una foresta. Ma a preoccupare sono i livelli di radioattività denunciati da associazioni come Greenpeace Giappone, che sarebbero superiori a quelli massimi raccomandati a livello internazionale ed esporrebbero i bambini a radiazioni fino al 10-20% maggiori rispetto a quelle compatibili con la salute umana.

DUBBI SULLA DECONTAMINAZIONE

Nel Rapporto Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini realizzato dall’associazione ambientalista, si segnalano pericolosissimi livelli di radiazioni sia nelle aree ancora interdette sia in quelle decontaminate, e si accusa il governo di aver mentito sul reale stato di pericolosità allo scopo di rassicurare l’opinione pubblica in vista dei Giochi olimpici di Tokyo 2020. Alcuni esperti ritengono che gli addetti alla bonifica, in larga parte provenienti da fasce sociali disagiate e pronti ad accettare incarichi pericolosi anche senza le dovute protezioni, sarebbero esposti a irradiazioni pari a 4,0 μSv all’ora (millisievert). Se si considera che una normale radiografia produce meno di 1 μSv, gli scienziati ritengono che ciascun addetto che lavori per otto ore al giorno, in un anno sarebbe esposto all’equivalente di 100 lastre al torace. Ma il problema riguarda anche aree più estese.

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I RISCHI PER I BAMBINI E I DANNI A LUNGO TERMINE

A differenza di quanto accaduto a Chernobyl con l’esplosione di un reattore nucleare nel 1986, in Giappone le autorità hanno disposto un intervento immediato nella zona dell’incidente, ma a preoccupare sono i danni a lungo termine dell’esposizione a radiazioni. In Ucraina, a distanza di 33 anni, il materiale radioattivo non è stato rimosso ed è fonte di emissioni nell’ambiente. Un rapporto del Chernobyl Forum, che fa capo all’Onu, conta 65 vittime e oltre 4 mila casi di tumori alla tiroide tra coloro che all’epoca avevano tra 0 e 18 anni. Ma anche a Fukushima, le conseguenze sono analoghe: secondo un report della prefettura locale redatto a quattro anni dall’incidente su 298.577 bambini dei 367.687 che vivevano nella regione, aveva riscontrato 86 casi conclamati di cancro alla tiroide e 23 sospetti. In una seconda fase di studio, condotta su oltre 75.300 minori, i ricercatori avevano scoperto un aumento dei malati di tumore. Allarmi sono stati ripetutamente diffusi anche per quanto riguarda la fauna marina, sia in prossimità delle coste giapponesi, sia in quelle più lontane, facendo ipotizzare danni persino alle acque californiane, poi smentiti dall’Istituto di ricerca oceanografico statunitense. Nonostante le rassicurazioni di diversi istituti, come l’ufficio della sanità pubblica svizzera, non sono mancati timori sulla qualità e il rischio di radioattività in prodotti vegetali e animali importati dal Giappone, come accaduto in occasione di Chernobyl.

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IL GIAPPONE DICE ADDIO AL NO NUKE

Eppure, dopo un’iniziale ondata no nuke, contro il nucleare anche in Giappone, già tre anni dopo il governo premeva per la riaccensione delle centrali nucleari temporaneamente spente per innalzare i livelli di sicurezza e per la realizzazione di nuovi impianti. Nei giorni scorsi il ministero dello Sviluppo economico giapponese ha riaperto il dibattito sul tema, ipotizzando sussidi per i produttori di energia nucleare, proprio per far fronte all’aggravio di spese per introdurre standard di qualità. Tokyo non sembra dunque voler rinunciare a questa fonte energetica, ritenuta meno costosa rispetto alle altre. D’altra parte la stessa Tepco, la Tokyo Electric Power Co che gestiva anche Fukushima, è decisa a riattivare anche la centrale atomica di Tokai.

LA CORSA AL NUCLEARE IN MEDIO ORIENTE

Lo spettro di possibili incidenti non ferma la corsa al nucleare neppure in altre parti del mondo e soprattutto in Medio Oriente e non solo in Iran, dove è fonte di tensioni con gli Stati Uniti per il timore di una crescita degli arsenali atomici. Negli Emirati Arabi è in via di definizione l’attività che riguarda la stazione energetica di Barakah, costruita dalla Korea Electric Power Corporation (Kepco) e definita il più grande piano nucleare al momento in costruzione. In Arabia Saudita si lavora a due impianti atomici che dovrebbero far fronte all’elevata richiesta energetica del Paese. Neppure la Turchia sta a guardare, con l’attività a Akkuyu, nella costa sud, mentre l’Egitto ha avviato lo scorso anno la costruzione di una centrale a El Dabaa, a ovest di Alessandria. La Giordania, infine, sta pianificando una serie di impianti di dimensioni più ridotte, ma diffusi sul territorio. Tutto ciò ha creato allarme tra gli esperti che rievocano l’incubo Chernobyl e Fukushima.

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