L’estremismo non paga: Boris Johnson uscirà sconfitto

Con ogni probabilità il parlamento riuscirà a imporre lo spostamento della Brexit al 2020. E a BoJo non resterà che un record: avere guidato il governo meno longevo nella storia della democrazia inglese.

04 Settembre 2019 20.17
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Il governo di Boris Johnson è affondato tra gli insulti in una seduta della Camera dei Comuni nella quale, tra l’altro, il premier ha dato del «pollastro al cloro» e dello «smidollato» al leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn, dopo avere espulso dal partito conservatore ben 21 suoi parlamentari che avevano votato contro l’ipotesi di una Brexit no deal, senza accordo. Si vedrà quale altro coniglio regolamentare verrà tirato fuori dal cappello dell’irruento premier inglese, ma ad oggi c’è poco da scommettere su di lui.

La sua posizione – solo minacciando un no deal si può imporre alla Unione Europea che abbandoni il backstop sull’Irlanda del Nord – è oggi ultra minoritaria a Westminster ed è peraltro molto difficile che riesca a concretizzare la sua volontà di convocare elezioni anticipate a metà ottobre, sciogliendo un parlamento che gli si rivolta contro. La Costituzione consuetudinaria e non scritta del Regno Unito dà infatti al premier (e non al capo dello Stato, la Regina) il grande potere di proporre lo scioglimento della Camera dei Comuni ed elezioni anticipate. Ma questa proposta deve poi essere approvata dai due terzi dei parlamentari, quindi col concorso dell’opposizione. Quest’ultima ha però subito risposto alla mossa di Johnson dichiarando che è disponibile al voto anticipato, ma solo nel caso in cui il governo accetti lo spostamento della Brexit fino al 31 gennaio 2020 per permettere nuove trattative con l’Europa.

UNO STALLO LUNGO TRE ANNI

Dunque una ennesima situazione di stallo totale sulla Brexit –stallo che dura ormai da tre anni- e addirittura una spaccatura esiziale del partito conservatore che ha perso un deputato passato ai Libdem e –appunto- espulso 21 personaggi di primo piano come l’ex ministro delle Finanze Philip Hammond, un’icona tory, come l’ex pluriministro Ken Clark, ma anche sir Nicholas Soames, il nipote di Winston Churchill. Di fatto, la grande debolezza della posizione di Johnson sta tutta nel fallimento della sua strategia. L’Unione europea infatti non ha minimamente ceduto alla sua minaccia di una Brexit senza accordo che effettivamente danneggerà tutti i suoi Paesi membri a iniziare dalla Germania (10 miliardi) e l’Italia (6 miliardi) ed è rimasta intransigente sul backstop per l’Irlanda del Nord. Nei fatti, l’estremismo e l’irruenza di Johnson, non per la prima volta, si sono dimostrati velleitari e perdenti.

La posizione ondivaga e opportunista dei laburisti di Corbyn si è mostrata sterile

Dall’altra parte, però, la posizione ondivaga e opportunista dei laburisti di Corbyn si è mostrata parimenti sterile e improduttiva. Difficile dunque in questo caos parlamentare fare previsioni, ma quella più probabile a oggi è la vittoria dell’ampio fronte (supportato ora dai parlamentari ribelli dei conservatori) che imporrà uno spostamento della Brexit al 21 gennaio 2020. Vittoria certa dopo che il parlamento ha approvato il 4 settembre per 329 voti contro 300 (quindi a larga maggioranza) la legge che impone una Brexit senza no deal. A seguire, con fortissima probabilità, elezioni anticipate col risultato che il primo governo di Boris Johnson sarà il più breve della storia plurisecolare della democrazia inglese.

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