Boris Johnson tende la mano all’Ue ma chiude sul backstop

Il nuovo inquilino di Downing Street ha aperto alla possibilità di trovare un'intesa diversa con Bruxelles. Ma senza la misura che coinvolge il confine irlandese.

29 Luglio 2019 17.20
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Boris Johnson è «pronto a tendere la mano» all’Ue e a fare «migliaia di miglia di sforzi supplementari» per raggiungere un nuovo accordo sulla Brexit. Ma ha ribadito che l’intesa raggiunta da Bruxelles con Theresa May «è morta» e che il vincolo del backstop sul confine irlandese «non è buono» e deve sparire.

CHIUSA LA POSSIBILITÀ DI UN SECONDO REFERENDUM

A queste condizioni, ha aggiunto alla Bbc il neopremier, in visita in Scozia, «ci sono tutte le chance di poter avere un deal». Johnson ha detto poi di non vedere «alcuna ragione» per un secondo referendum sulla secessione scozzese.

BRUXELLES: «L’ACCORDO DI DIVORZIO NON SI TOCCA»

A stretto giro è arrivata la risposta anche delle autorità di Bruxelles che hanno rispedito al mittente la posizione del leader conservatore. «Come il presidente Juncker ha già detto al premier Johnson, la posizione dell’Ue rimane invariata. Abbiamo concordato un accordo di divorzio con il governo del Regno Unito ed è il migliore possibile», ha spiegato una portavoce della Commissione Ue. «Siamo disposti ad aggiungere elementi alla dichiarazione politica», ha aggiunto, «ma non riapriremo l’accordo».

JOHNSON RIANIMA I TORY NEI SONDAGGI

Intanto, almeno per ora, la conquista della leadeship da parte dell’ex sindaco di Londra ha rianimato i Tory nei sondaggi. Il messaggio netto dato dal nuovo premier sulla Brexit ha prodotto un rimbalzo di diversi punti nelle aspettative di voto ai conservatori secondo la rilevazione dell’istituto Opinum, che indica il partito di governo adesso al 30%. Mentre il Labour di Jeremy Corbyn recupera l’1% e viene accreditato al 28%. I LibDem filo-Ue di Jo Swinson restano invece attorno al 15-16%; testa a testa con gli euroscettici del Brexit Party di Nigel Farage, in calo dopo l’ascesa di Johnson: entrambe queste forze rimangono d’altronde lontane, in vista di elezioni nazionali condizionate dal sistema maggioritario uninominale, rispetto ai risultati ottenuti con il proporzionale (e con affluenza più bassa) alle recenti Europee.

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