Per Boris Johnson parlano i giudizi di chi lo conosce

Dagli ex colleghi al suo direttore ai tempi del Daily Telegraph: quelli che si sono trovati sul cammino di BoJo lo descrivono come inaffidabile e, quel che più conta, mosso solo dalla ricerca della gloria personale.

28 Luglio 2019 14.00
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Il nuovo premier britannico in pectore Alexander Boris de Pfeffel Johnson (von Pfeffel nell’originale tedesco) sarà il vendicatore dell’orgoglio nazionale? Nel primo discorso alla nazione e al mondo il 24 luglio, tradizionalmente dopo aver ricevuto il mandato e sulla soglia del n.10 di Downing Street, ha gettato anche un guanto di sfida: nei secoli chi ha tentato di umiliare Londra (Hitler e Mussolini sono stati gli ultimi, ndr) ha sempre perso, ha ricordato Johnson. Ora, è chiaro, tocca a Bruxelles. Decollano gli Spitfire.

Gli ultimi tre anni della politica britannica sono già stati molto singolari, con una caduta vertiginosa del prestigio della più stabile e “nobile”, in politica, delle nazioni europee. Tre anni sono passati invano senza che la politica sia stata in grado né di eseguire il mandato referendario del giugno 2016 e uscire dalla Ue, né di dichiararlo apertamente una follia, cosa che peraltro un grosso numero dei deputati dei Comuni pensa insieme ormai a non meno della metà degli elettori, e in qualche modo andare oltre, probabilmente con un secondo referendum capace o di confermare il primo o di annullarlo. In linea di principio, il voto referendario del 2016 andrebbe rispettato e l’uscita dalla Ue eseguita. Ma come? Che uscita? Con che futuri rapporti con Bruxelles? Con che conseguenze economiche per il Paese? L’orgoglio nazionale vale forse il pesante prezzo?

UN PERSONAGGIO INAFFIDABILE

Impantanati, i 160 mila iscritti al Partito conservatore, vincitore per un soffio alle Politiche del 2017 e nerbo del voto anti-Ue, con una procedura discutibile di recente adozione hanno indicato a grande maggioranza Johnson, l’immagine del leave nel referendum del 2016, convinti che manterrà la promessa di portare il Regno Unito fuori dalla Ue entro il 31 ottobre, con le buone o con le cattive. Nessun settore politico dell’elettorato, indicano i sondaggi di YouGov, né conservatori né laburisti né liberaldemocratici, non chi ha votato leave e non chi ha votato remain, crede a maggioranza che la data verrà rispettata. Come Napoleone, Boris ha 100 giorni. Non saranno facili. Lo indicano le sue roboanti promesse, la risicatissima maggioranza di cui gode e destinata a scendere fra pochi giorni da tre a due voti causa una elezione suppletiva in un collegio che sarà probabilmente perduto, e la totale inaffidabilità del personaggio.

LA GLORIA PERSONALE COME UNICA BUSSOLA

Abilissimo nelle campagne elettorali, prodigo di promesse e di lusinghe, ha assolutamente una sola bussola, la gloria personale, e solo in quella crede. Rincorre la premiership da un decennio, o meglio da quando studiava da vero figlio dell’upper class a Eton e a Oxford, scuole di leadership per alcuni e di smisurati superego per altri. Ma non ha adesso assolutamente la forza parlamentare necessaria per mantenere la promessa del 31 ottobre. Ha nella sua stessa maggioranza conservatrice risicatissima almeno una ventina di deputati decisi a bloccargli una hard Brexit, un’uscita senza accordo con Bruxelles, anche a costo di far saltare il governo, come hanno dichiarato i più rappresentativi come il ministro uscente delle Tesoro Philip Hammond, il suo predecessore Ken Clarke e l’ex ministro della Giustizia Dominic Grieve. I giudizi sul personaggio, prima ancora delle opzioni strettissime che gli restano, parlano chiaro.

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«Non condivido l’ottimismo che risplende nell’immagine che ha di se stesso. È un ciarlatano, questo è chiaro da tutta la sua carriera e da come ha operato in politica», ha detto Grieve il 23 luglio dopo la scelta dei Tory. «Chi fra noi ha avuto l’occasione di lavorare con lui e quindi l’opportunità di osservarlo può testimoniare del suo modo di procedere e della sua capacità di illudere il prossimo e di auto illudersi e sono queste le due componenti del vero ciarlatano». Hammond è stato più misurato ma non meno caustico, e ha detto prima di dimettersi mercoledì 24 che non potrà mai servire in un governo deciso a uscire senza accordo dalla Ue. Sir Alan Duncan, che di Boris è stato vice quando nel 2017-2018 Johnson ha retto il Foreign Office, si è dimesso nei giorni scorsi dicendo di conoscerlo fin troppo bene, di non apprezzarlo e di «nutrire gravi perplessità sul suo modo di procedere del tutto a naso (by the seat of his pants in inglese, che sarebbe più vicino, in italiano volgare, a “col culo”). Ken Clark, veterano dei Comuni, ha espresso più volte giudizi caustici: «Davvero il più sciaguratamente irresponsabile dei ministri degli Esteri che ho conosciuto».

LE DUE FACCE DI BOJO

Un’analisi psico-politica l’ha fatta nei giorni scorsi Adrian Wooldridge, capo del politico del settimanale Economist, dicendo che molti pensano di conoscere Boris ma di Boris ce ne sono due. Uno cosmopolita, ami du peuple, con ebrei, tedeschi e turchi islamici nell’albero genealogico neppure troppo lontano, l’altro populista, nazionalista, con tinte di razzismo, prodotto completo in versione jingoista dell’upper class britannica che dopo le scuole giuste lo ha piazzato per via di facili connessioni di famiglia prima al Times, dove si fece cacciare per avere inventato dichiarazioni inesistenti alla ricerca di un articolo che nobilitasse la sua firma, e poi al Daily Telegraph, l’organo ufficioso dei conservatori, che lo mandò a fine Anni 80 a Bruxelles, dove Boris presto divenne il ridicolizzatore ufficiale di qualsiasi cosa europea e il critico costante dell’allora presidente della Commissione Jacques Delors. Chi scrive lo conobbe allora e ne serba un ricordo non sgradevole come persona, tutt’altro; ma mediocre come giornalista.

UN’AMPIA COLLEZIONE DI GIUDIZI

Perplessi restavano spesso i colleghi, quelli di lingua inglese per primi, perché Boris non di rado vedeva cose che nessuno di noi vedeva. E non sempre era perspicacia da cronista, ma piuttosto pura invenzione. Il giudizio finale di Wooldridge è netto: Boris è un politico pericoloso, dangerous. Gli piace piacere, ma quando le cose si fanno difficili non garantisce nulla. «Nei tempi difficili e quando si è primo ministro occorre avere una stella che guida il cammino e io non credo che lui abbia una stella di sorta». C’è un’intera collezione ormai di giudizi su Johnson e in Italia si direbbe hanno avuto più spazio quelli sulla sua eccentricità, un’arte anche questa che molti perfezionano a Eton ed Oxford o Cambridge e che in Inghilterra paga sempre e all’estero “fa tanto inglese”, e su una sua certa simpatia e disponibilità a trattare con le classi inferiori, cosa che l’ha aiutato nel vincere due mandati come sindaco di Londra, feudo in genere laburista.

[Boris Johnson] è impresentabile per incarichi istituzionali, perché non ha a cuore nessun interesse salvo la sua propria fama e gratificazione

Max Hastings, ex direttore del Daily Telegraph

I primi giudizi risalgono ai lontani anni di Eton, dove il suo diretto superiore (housemaster) Martin Hammond scrisse nelle note finali che Johnson «si ritiene un’eccezione… libero da quell’insieme di doveri che regolano la vita di chiunque». Per lo scozzese John McKendrick, già ministro della Giustizia nell’isola caraibica di Anguilla, è stato «il peggior ministro degli Esteri che abbiamo avuto». Ma tocca a Max Hastings, uno dei più noti giornalisti britannici, storico di fama, già inviato di guerra della Bbc e poi a lungo direttore del Daily Telegraph, e quindi del Johnson giornalista, il quadro più completo. «Si può discutere se egli sia un vero mascalzone o semplicemente un furfante», ha scritto ancora recentemente Hastings, a cui avviso Johnson è «impresentabile per incarichi istituzionali, perché non ha a cuore nessun interesse salvo la sua propria fama e gratificazione». E ha aggiunto: «La sua premiership rivelerà quasi certamente un disprezzo delle regole, dei precedenti, dell’ordine e della stabilità».

L’ADDIO ALLA PRETESA DI ESSERE UN PAESE SERIO

La sua colpa più grave secondo Hastings è però la vigliaccheria, «riflessa nella disposizione a dire a qualsiasi pubblico qualsiasi cosa gli sembri adatta a compiacerlo, senza preoccuparsi delle inevitabili contraddizioni un’ora dopo». Solo la totale indigeribilità di un governo guidato dal laburista Jeremy Corbyn potrebbe offrire a Johnson qualche garanzia di sopravvivenza, aggiunge Hastings. Comunque «per molti di noi la sua nomina (a primo ministro, ndr) indicherà l’abbandono del Regno Unito a ogni pretesa di essere un Paese serio». Johnson ha messo insieme un Gabinetto di guerra, perso ministri importanti e rispettati per dimissioni prima del suo arrivo, cacciato altri, si è attorniato da fieri brexiteer ideologici e da iperliberisti decisi a fare del Regno un grande porto franco capace di silurare Bruxelles attirando business di ogni genere.

MEGLIO UN REFERENDUM BIS DI ELEZIONI ANTICIPATE

La hard Brexit sembra una scelta inevitabile, visto che Bruxelles non può trattare in eterno. Ma i Comuni la bocceranno, è sicuro. Le elezioni anticipate, di fatto un nuovo referendum, sembrerebbero l’esito naturale. Ma è più probabile che, dopo infiammate retoriche sulle élite che tradiscono il popolo, il super elitario Boris Johnson, ironia della sorte, preferisca un secondo referendum, perché le elezioni sicuramente le perderebbe mentre il referendum gli consentirebbe comunque di cercare di restare in sella. Anche se dovesse cancellare la Brexit. Che è sempre stata per Johnson una scorciatoia al potere, e null’altro. “I Tory, terrorizzati, hanno elevato un bizzoso ciarlatano ai gradini di Downing Street», concludeva un mese fa Hastings, «e possono attendersi di dover pagare un prezzo pieno quando gli elettori vedranno le conseguenze».

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Commenti: 2

  1. articolo livoroso, a tema “spregiare i sostenitori della Brexit” comunque (anche se hanno “una certa simpatia e disponibilità”, haha), etc… Quali sarebbero gli autorevoli testimoni, gli avversari politici di BoJo? o Wooldridge dell’Economist? come chiedere a D’Alema che pensa di Renzi… Forse preferite quel fariseo di Tony Blair e la sua carica ipocrita di filoeuropeismo. Please, stop.

  2. Egregio signor Luca, il suo non è un commento, è un tentativo di screditare l’articolo senza argomenti. Grieve non è un avversario politico ma un ex ministro e deputato conservatore. Hastings , il più duro, ex direttore del Daily Telegraph, non del Guardian. Non faccia disinformazione

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