Bossi vuole pedalare

Salvatore Cannavò
18/01/2011

Federalismo: dopo il caso Ruby, la Lega teme rallentamenti.

La Lega ha fretta, molta fretta. La missione che si è data è quella di approvare il federalismo prima che scada il tempo fissato dalla legge, cioè maggio 2011, e le settimane decisive sono le prossime. Però il ‘caso Ruby’ sta rendendo tutto maledettamente difficile e la corsa contro il tempo si fa incontenibile. Frenetico è anche il comportamento del ministro Roberto Calderoli, incaricato di preparare i decreti attuativi che, a loro volta, devono avere il via libera dall’apposita Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale (leggi l’articolo sulla riforma). E lì si passa per il rapporto diretto con Partito democratico (Pd) e Terzo polo.
NIENTE ELEZIONI. Il ministro della Semplificazione normativa è piuttosto innervosito dall’ulteriore scombussolamento politico e, del resto, il silenzio prolungato di Umberto Bossi fa capire che dentro la Lega si sta cercando una qualche soluzione al problema. Calderoli, al momento, ha comunque rinviato l’ipotesi del voto anticipato spiegando: «Il nostro dovere è lavorare e mantenere un clima per le riforme». Le elezioni non servono. A condizione, però, che i passaggi parlamentari siano utili allo scopo.
IL VOTO DELLA THALER. E qui le cose si fanno più difficili perché nella commissione presieduta dal pidiellino Enrico La Loggia, il centrodestra la maggioranza non ce l’ha. Anzi, per un voto, ce l’hanno le opposizioni, formate da Pd, Italia dei valori e Terzo polo. In realtà, a garantire quell’unico voto di vantaggio è la senatrice sudtirolese Helga Thaler che, in occasione della fiducia al governo, lo scorso 14 dicembre, scelse di astenersi abbandonando l’aula (in Senato, questo si computa come voto contrario) e quindi non è maldisposta nei confronti del governo. Ma può bastare questo per assicurarsi il federalismo?

La Lega in cerca di sicurezze

Il prossimo 26 gennaio la Commissione dovrà dare il parere (che la legge istitutiva del federalismo ha vincolato all’approvazione dei decreti attuativi emanati dal governo) sul ‘federalismo municipale’, cioè sulle norme che regolano l’imposizione fiscale da parte dei Comuni. Pd e Terzo polo, che hanno mosso già più volte le critiche ai progetti della Lega, hanno visionato la nuova bozza redatta dal ministro Calderoli e parlano di ‘pasticcio’ e ‘porcellum tributario’.
UN CONTESTO COMPLICATO. E quindi chiedono modifiche al testo facendo capire che se la Lega vuole fare passi avanti deve trattare con loro. Sullo sfondo c’è chiaramente il contesto politico generale, la turbolenza prodotta dal ‘caso Ruby’, le preoccupazioni del Vaticano e del Quirinale, un tam-tam sempre più pronunciato in cui il Cavaliere pare incapace di superare indenne l’ennesimo scandalo.
FUTURO INCERTO. La Lega, quindi, vede crollare l’impalcatura su cui ha costruito finora il progetto federalista senza intravederne una di ricambio. Di ‘larghe intese’ al momento non c’è traccia, di allargamento al centro, nemmeno. Insomma, il Carroccio ha bisogno di certezze e nessuno sembra, almeno per il momento, potergliele dare. Le opposizioni tergiversano e non sanno bene fino a che punto potranno spingersi anche se oggi il Pd, facendosi coraggio, ha chiesto le dimissioni del premier.

La guerra di successione nel Pdl

Nel Popolo della libertà (Pdl), invece, sembra si stia creando una certa bufera. Se, da un lato, c’è chi continua a minacciare il voto anticipato come unica soluzione all’impasse politica (lo ha fatto il ministro Frattini), iniziano anche a uscire dichiarazioni nettamente contrarie alle elezioni anticipate, come quelle di Roberto Formigoni e Gianni Alemanno. Quello che si intravede, dice qualche parlamentare Pdl a mezza bocca, è la ‘guerra di successione’ dentro alla destra tra gruppi divisi tra loro, con profili politici e ambizioni a volte opposte.
TRA LEALISTI E CIELLINI. Ci sono infatti i ‘lealisti’ a oltranza che possono raccogliersi attorno al ministro Angelino Alfano e che vedono anche un ruolo attivo dei ministri Franco Frattini e Mariastella Gelmini, senza contare Ignazio La Russa. C’è poi la continuità istituzionale impersonificata da Gianni Letta la cui eventuale presidenza del Consiglio potrebbe garantire a Berlusconi la tutela di molti interessi e rappresentare per Quirinale e Terzo polo una stabilizzazione politica.
Ma si fanno avanti anche altre opzioni, come quella ciellina rappresentata da Formigoni che non è mai stato così attivo. Formigoni può vantare ottimi rapporti con il Vaticano, forti legami economici, anche con il mondo delle Coop rosse, una certa credibilità nei confronti di Pierferdinando Casini e soci.
TREMONTI O FORMIGONI. Difficile dire se possa andare bene alla Lega, perché qui le reazioni sono diverse. Se, da un lato, con un governo Formigoni si liberebbe la poltrona di presidente della Lombardia, dall’altra si salderebbe una direzione del Pdl vetero-democristiana. Insomma, la carta leghista d’eccezione resta Giulio Tremonti che il 18 novembre ha lanciato una dichiarazione di fedeltà a Berlusconi che assomiglia a un epitaffio: «Sono stato e sarò sempre onorato di rappresentare questo governo nel mondo».
Tremonti potrebbe guidare un governo in grado di imbarcare anche il Terzo polo ma la sua affermazione dipende anche dall’eventuale resa dei conti interna al Pdl, nel caso Berlusconi dovesse uscire di scena. Quel richiamo costante al voto anticipato è, in realtà, un muro eretto contro il ministro dell’Economia. Segno, tra l’altro, della babele di voci e della confusione che regnerebbero nel centrodestra al momento di una disfatta di Berlusconi. Che, se fino a qualche mese fa costituiva la principale garanzia per Bossi, adesso rappresenta il suo maggior problema.