Perché il voto del 29 gennaio sulla Brexit è una vittoria di Pirro per May

Perché il voto del 29 gennaio sulla Brexit è una vittoria di Pirro per May

29 Gennaio 2019 21.05
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Una vittoria per Theresa May alla Camera dei comuni di Londra, ma una vittoria di Pirro. Il 29 gennaio la premier britannica è riuscita a ricompattare i Tories – Boris Johnson compreso – appoggiando un emendamento che chiedeva modifiche all'attuale intesa negoziata con i 27 Paesi dell'Unione europea sul backstop alla frontiera con l'Irlanda. Il termine backstop significa semplicemente garanzia e vuol dire che in ogni caso e qualsiasi accordo trovino le due parti – Bruxelles e Londra -, la frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord non sarà una hard border, per non nutrire separatismi e conflitti intestini che l'isola di Smeraldo ha già drammaticamente vissuto. Quell'accordo era stato peraltro proposto e sottoscritto proprio da May e dai negoziatori britannici dopo un acceso confronto con i colleghi europei nel dicembre del 2017 ed è diventato una pietra fondamentale, se non il vero e proprio punto di svolta, nelle trattative che hanno portato a completare un accordo per il divorzio. A circa un anno di distanza, però, il primo ministro britannico festeggia il voto parlamentare che rinnega – 317 sì contro 301 no – l'intesa che lei stessa ha avanzato e firmato, chiedendole di modificarla e dandole il mandato per tornare nella Capitale dell'Unione a trattare un piano B che contenga «soluzioni alternative».

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Politicamente il voto alla Camera dei Comuni è andato nel migliore dei modi per la leader del Regno Unito. I parlamentari hanno infatti bocciato ogni possibile rinvio della scadenza della Brexit fissata al 29 marzo – un rimandare che avrebbe portato solo ulteriore caos, messo May in una posizione ancora più fragile, mentre il periodo di transizione accordato da Bruxelles dà comunque a Londra due anni in più per trattare la relazione futura con l'Ue. Eppure il risultato finale della prima reale vittoria del primo ministro di fronte al Parlamento non è niente di più che una vittoria di Pirro. May ha ribadito la volontà di Londra di assicurare che il confine fra Irlanda e Irlanda del Nord resti "senza barriere", ma allo stesso tempo vuole cancellare il backstop che è semplicemente la clausola dell'accordo che prevede proprio che le barriere non ci siano. E anche se ora può fingere con i suoi parlamentari che quel backstop non fosse cosa sua, impegnandosi a cercare di ottenere garanzie "legalmente vincolanti" per allontanarne l'attivazione, comunque dall'altra parte si trova una Unione europea che non ha intenzione di riaprire un negoziato solo in nome di lotte politiche intestine al Regno Unito.

SE I POLITICI CHIEDONO L'IMPOSSIBILE IL NO DEAL DIVENTA POSSIBILE

Così mentre May si è tutelata in casa, chiedendo e ottenendo dal leader laburista Jeremy Corbyn un confronto, da Bruxelles il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk ha ripetuto per l'ennesima volta la posizione degli altri 27 Stati: «L'accordo raggiunto è e resta il migliore ed unico modo per assicurare una uscita ordinata della Gran Bretagna dall'Ue. Il backstop è parte di quell'accordo, e quell'accordo non è aperto a nuovi negoziati». Quindi, cosa succede adesso? Siamo di nuovo al paradosso, con la classe dirigente britannica che ha deciso che vuole l'"unicorno", ciò che nella realtà è quasi impossibile e imboccato un nuovo tunnel senza uscita. Ai Comuni la maggioranza ha votato anche un emendamento, seppure non vincolante, che esclude una fuoriuscita del Regno Unito senza accordo, ma come ha avvertito la stessa May «opporsi a un no deal non basta»: perché il no deal non si avveri «occorre trovare un deal». E con il voto del 29 gennaio la politica inglese si sarà pure ricompattata, ma il rischio di una uscita caotica dall'Ue è molto più vicino.

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