Le mosse di Boris Johnson per preparare una hard Brexit

Londra si prepara a lasciare Bruxelles senza accordo. Inaugurato il gabinetto per gestire la pratica e varato un accantonamento da oltre 4 miliardi per eventuali contraccolpi.

01 Agosto 2019 19.36
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Il governo di Boris Johnson ha innestato il turbo verso lo scenario di una Brexit no deal, sventolato anche e soprattutto come una minaccia ai Paesi Ue. Ma il raddoppio degli stanziamenti di emergenza in vista del possibile divorzio senz’accordo da Bruxelles alla scadenza del 31 ottobre, fra poco più di 90 giorni, non cancella gli allarmi e i timori per l’economia britannica e non solo.

A RISCHIO LA MAGGIORANZA PARLAMENTARE

Pesano anche le incognite di una maggioranza parlamentare ormai appesa a un filo per il neopremier Tory, forte sulla carta al massimo a un voto di scarto dopo la scontata perdita a favore degli eurofili LibDem del seggio del collegio gallese di Brecon and Radnorshire, messo in palio a causa di uno scandalo ereditato dal passato. L’attivismo del successore di Theresa May, che ha avuto tra l’altro un colloquio telefonico «costruttivo» col presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è l’unico elemento certo di questa calda estate europea.

MAXI STANZIAMENTO IN CASO DI NO-DEAL

Rientrato da un tour non privo di contestazioni nelle irrequiete ‘piccole nazioni’ del Regno – Scozia, Galles e Irlanda del Nord – Johnson ha inaugurato il cosiddetto ‘gabinetto di guerra sulla Brexit’, coordinato da Michael Gove con riunioni da ora quotidiane fino al 31 ottobre: e tanto di orologio digitale consegnato a Downing Street per scandire il countdown. Mentre il cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid, ha confermato l’accantonamento di un extra budget annuale da 2,1 miliardi di sterline destinato a portare a 4,2 miliardi la somma disponibile per far fronte, seppure in parte, ai contraccolpi dell’eventuale taglio netto dall’Ue.

A LAVORO ANCHE PER INCREMENTARE LE SCORTE DI FARMACI

Fra gli obiettivi, quello d’incrementare le scorte di beni essenziali, inclusi farmaci d’importazione, le cui forniture verso l’isola potrebbero risentire di prevedibili intoppi doganali. Un quadro che l’opposizione laburista denuncia come il frutto della scelta deliberata dell’esecutivo entrante di sfidare Bruxelles a rischio di hard Brexit, parlando per bocca del cancelliere ombra, John McDonnell, di «uno spreco spaventoso» per un Paese in cui urgerebbero risorse contro «le diseguaglianze sociali». A inquietarsi non è del resto solo il Labour.

I TIMORI DI BANK OF ENGLAND

La Bank of England torna pure a far sentire la sua voce in toni allarmati, come stime di crescita ritoccate al ribasso all’1,3% per il 2019 e il 2020, rispettivamente dall’1,5 e dall’1,6. Ma il governatore Mark Carney non si è fermato qui, richiamando apertamente lo spettro di una recessione fra i tre orizzonti futuribili tratteggiati dall’istituto laddove il no deal dovesse davvero diventare realtà. Oltre a quello di un ulteriore calo della sterlina, già scivolata in questi giorni ai minimi degli ultimi due anni e mezzo, con conseguenze repentine – cambio alla mano – nelle tasche dei turisti britannici in partenza per le vacanze nell’area Ue: Paesi mediterranei in testa.

I RISCHI PER L’OCCUPAZIONE IN UK E UE

Dalla Baviera, un monito è arrivato poi da Harald Kruger, amministratore delegato di Bmw, che nel Regno produce le Mini, ultimo fra i top manager di colossi internazionali dell’auto ad avvertire Johnson sull’ipotesi di tagli e chiusure nel caso di una hard Brexit realmente hard. Un incubo che d’altronde rischia di colpire di qua come di là dalla Manica, a prendere per buono il cataclisma prospettato a regime nella variabile dell’opzione no deal da uno studio choc dell’università belga di Leuven: con oltre mezzo milione di posti di lavoro e 4,4 punti di Pil sotto la spada di Damocle nel Regno Unito, ma anche con 1,2 milioni di licenziamenti potenziali nei 27 Stati dell’Unione. Di cui 290.000 in Germania, 141.000 in Francia e 139.000 in Italia. Roba da far tremare un po’ tutti e che peraltro, nella percezione britannico-brexiteer del Boris pensiero, sembra poter rappresentare un’utile quanto sinistra leva negoziale. Come conferma l’esordio del suo sherpa, David Frost, presentatosi a Bruxelles in queste ore solo per ripetere che Londra uscirà comunque dal club a fine ottobre. Anche senza intesa, se l’Ue non accetterà – come non finora non accetta – di «rivedere l’accordo di recesso», accantonando la garanzia vincolante sul confine aperto irlandese del contestatissimo backstop.

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