Cosa può succedere dopo il voto dei Comuni sulla Brexit

Cosa può succedere dopo il voto dei Comuni sulla Brexit

14 Gennaio 2019 17.00
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Se solo avessero attraversato la Manica con lei, se solo avessero seguito seriamente i negoziati sulla Brexit con Bruxelles, se solo si rendessero conto di quali sono le vere opzioni sul tavolo, allora probabilmente gli oltre 60 milioni di cittadini britannici – e soprattuto i 650 che siedono alla Camera dei Comuni – avrebbero affrontato il voto parlamentare che ha rigettato l'accordo di divorzio dall'Unione europea con diversa consapevolezza. E invece Theresa May era difatto da sola e sembra quasi che solo lei abbia capito a cosa il Paese va incontro. I deputati sono riusciti a imporre che, nel caso in cui la maggioranza del parlamento rifiuti l'intesa negoziata con l'Unione, la premier si debba ripresentare con un'alternativa. Ma in realtà quella alternativa non esiste, a sentire la controparte, cioè gli altri 27 Paesi Ue.

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Così il voto del 15 gennaio rischia con un effetto domino di far saltare il governo, di portare il Regno Unito a un nuovo stallo e di fronte al bivio più problematico: ritirare il divorzio dall'Ue o lasciare l'Unione senza accordo. Ma per il Paese che ci ha regalato la drammaturgia moderna, prima di arrivare al bivio, ci saranno molte altre scene e altri drammi politici da interpretare. Ecco dunque premesse, significato ed effetti del voto del parlamento britannico.

1. LE PREMESSE: COME IL PARLAMENTO HA IMBOCCATO IL TUNNEL

Sono due i voti che hanno cambiato davvero la direzione del processo della Brexit. Il primo risale al 4 dicembre, quando il parlamento britannico si è espresso a maggioranza a favore di un emendamento che prevede che i deputati abbiano voce in capitolo nell'accordo. Un segnale chiaro al governo, che tuttavia cozza con le trattative portate avanti finora tra esecutivo e Commissione europea. Poi, il 7 gennaio, è arrivato il secondo voto decisivo: l'approvazione di un emendamento che prevede, dopo la bocciatura dell'«accordo May» (come viene chiamato in Gran Bretagna), che il governo presenti un piano B. E lo faccia entro tre giorni lavorativi, cioè entro il 21 gennaio.

May potrebbe ritentare la sorte con un'intesa simile a quella già bocciata, ma il leader del Labour Jeremy Corbyn ha già annunciato la mozione di sfiducia.

2. LE CONSEGUENZE: COSA SUCCEDE SE IL PIANO MAY VIENE BOCCIATO

Cosa succede ora che May non ha ottenuto la fiducia del parlamento? A questo punto c'è la possibilità di formare un nuovo governo entro 14 giorni, e saremmo già alla fine di gennaio. Ma a oggi è difficile che questo avvenga. I Tory sono 317, per la maggioranza hanno bisogno dei 10 voti del Dup, gli unionisti irlandesi che sono contrari al piano May a cui preferirebbero una Hard Brexit. Invece, per la maggioranza dei deputati la Brexit senza accordo sembra essere l'opzione peggiore. Dall'altra parte, l'opposizione ha 322 voti – 262 del Labour, 12 dei Libdem, 35 del Partito nazionale scozzese pro-Ue e sette del Sinn Fein, il partito irlandese che ha ottenuto che il parlamento di Belfast abbia voce in capitolo sul risultato di tutto il processo. Entrambi i partiti principali sono divisi sulla Brexit. Ovviamente, di fronte alla frammentazione parlamentare, si potrebbe costituire anche un governo di minoranza per gestire il dossier Brexit, ma quello che è certo è che senza un'alternativa all'esecutivo May si andrebbe a nuove elezioni. Bisognerebbe attendere almeno 25 giorni per indire il voto e si arriverebbe quindi già a fine febbraio. Come ripetono frequentemente a Bruxelles, «le lancette dell'orologio corrono».

3. LA POSIZIONE DELLA UE: LA RINEGOZIAZIONE NON È SUL TAVOLO

L'immagine vista dalla capitale dell'Unione europea appare più lineare, comprensibile e spoglia: le carte da giocare sono poche, i futuri possibili anche. Già a dicembre, quando di fronte alle tensioni e alle bocciature parlamentari May, decisa a salvare la pelle, ha rimandato il voto e cominciato un pellegrinaggio nelle principali capitali dell'Unione, in un crescendo di ipotesi di nuove trattative, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk è stato limpido: «Non rinegozieremo l'accordo, incluso il backstop, ma siamo pronti a discutere di come rendere più facile la ratifica da parte britannica. Ma, visto che il tempo sta per scadere, discuteremo anche la nostra preparazione per un no deal scenario (uno scenario senza accordo, ndr)».

Le opzioni per noi sono chiare. Non tratteremo un accordo diverso da quello che è stato negoziato

Anche dopo il voto parlamentare che costringe May a inventarsi un piano B, la Commissione Ue ha confermato a Lettera43.it: «Le opzioni per noi sono chiare. Non tratteremo un accordo diverso da quello che è stato negoziato. Per il resto tutto è nelle mani britanniche, loro hanno invocato l'articolo 50». A stretto giro, Bruxelles ha ribadito per vie ufficiali che non c'è chance di rinegoziare l'accordo. La Corte di giustizia Ue ha peraltro confermato che, come Londra ha chiesto il divorzio in maniera unilaterale, così Londra potrebbe ritirarlo unilateralmente. Certo, con l'evocazione martellante di un improbabile secondo referendum, c'è sempre la possibilità di prendere altro tempo.

4. LE OPZIONI REALI: ESTENSIONE DELLA TRANSIZIONE, RITIRO O NO DEAL

L'articolo 50 del Trattato di adesione all'Unione europea spiega: i trattati dell'Ue «cessano di essere applicabili al Paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine». In sostanza, se Londra dovesse intraprendere la strada tortuosa di nuove elezioni o un cambiamento di esecutivo dovrebbe chiedere ai capi di Stato e di governo degli altri 27 Paesi Ue un'estensione del periodo di transizione e questi dovrebbero votarlo all'unanimità – Irlanda compresa. A questo punto, se ottenessero il sì dei partner, i leader politici britannici potrebbero avere il tempo di valutare quale opzioni potrebbe portare loro il guadagno immediato, competere su quale direzione imprimere al Regno ed eventualmente sfidarsi in una campagna elettorale. Ma cosa cambierebbe per l'Unione europea? La questione sarebbe solo rimandata. E il bivio si riproporrebbe: ritiro del divorzio oppure Hard Brexit.

5. IL FATTORE C(ONSENSO): COSA DICONO I SONDAGGI

Per capire come sia possibile che i politici britannici si siano infilati in un tale tunnel, basta mettere insieme i numeri delle ultime ricerche di opinione di YouGov. Stando agli ultimi sondaggi, realizzati a gennaio, se oggi si ripetesse il referendum sulla uscita dall'Unione europea il Remain vincerebbe con il 54% dei voti e il divorzio otterrebbe solo il 46% dei voti. Ma – ed è questo il fattore che più fa aumentare la tensioni a Westminster – se le opzioni tra cui scegliere diventano restare e imboccare la via della Hard Brexit la percentuale di chi sceglierebbe di mantenere l'appartenenza all'Unione sale al 58%; se la scelta è tra l'appartenenza all'Ue e la Brexit secondo l'accordo negoziato da May, la permanenza nell'Ue ha addirittura il 63% dei consensi. L'intesa negoziata – che è anche la sola che è stata discussa e su cui parlamentari e cittadini hanno dovuto fare i conti con la realtà – è sostenuta solo dal 37% dei britannici.

A complicare questa situazione, in cui i partiti sembrano assecondare le opinioni volubili degli elettori, ci sono poi i sondaggi più propriamente politici: le rilevazioni realizzate tra fine dicembre e inizio gennaio dicono che, se il Labour smettesse di fare muro sulla Brexit, perderebbe il 14% dei suoi possibli elettori, assestandosi al 26%, mentre i Tory crescerebbero di un punto. Paradossalmente, però, il Labour ha un leader spontaneamente pro-Brexit, mentre la premier Tory, che i conservatori potrebbero defenestrare, era a favore del Remain. Un puzzle – tra opinione pubblica e classe dirigente – che non è per nulla semplice ricomporre.

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