Con la Brexit il Pil potrebbe calare del 3,9% in 15 anni

Con la Brexit il Pil potrebbe calare del 3,9% in 15 anni

28 Novembre 2018 14.28
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Scenari foschi per l'economia britannica nel caso in cui sia approvato l'accordo di divorzio dall'Ue sottoscritto dalla premier Theresa May con Bruxelles. L'economia del Regno Unito sarebbe infatti destinata a perdere fino a un 3,9% di Pil entro 15 anni con la Brexit. È quanto è emerso dagli scenari elaborati dal Tesoro e resi pubblici il 28 novembre. Il calo sarebbe tuttavia molto maggiore, fino a un 9,3%, in caso di 'no deal', ossia di un traumatico divorzio senz'accoro.

RISCHIO DI CONTRAZIONE DEL 9,3% COL "NO DEAL"

Lo studio fatto dal Tesoro, che il governo conservatore ha reso noto secondo quanto promesso nei mesi scorsi in parlamento, ipotizza, laddove il piano May venga adottato, un contraccolpo in termini di minore crescita dell'economia nazionale compreso fra il 2,5 e il 3,9% in una proiezione quindicennale. Mentre prevede un tracollo fra il 7 e il 9,3% del Pil in qualunque altro scenario più hard, fino al cosiddetto 'no deal', con un impatto negativo su tutti i settori del business britannico.

UN DIVORZIO TRA I 60 E 200 MILIARDI

Il documento, di 82 pagine, non prende in effetti in esame il contenuto esatto dell'accordo sottoscritto dalla premier a Bruxelles, essendo stato preparato prima, ma si basa comunque sulle linee negoziali del Libro Bianco (White Paper) presentato a suo tempo dal governo May. In cifra assoluta il costo del divorzio da qui al 2033 viene indicato fra un minimo di 60 miliardi di sterline e un massimo di 200 col 'no deal'. Theresa May e il suo governo sottolineano comunque alla Camera dei Comuni che non si tratta di previsioni, bensì di analisi. E precisano che, in caso di via libera all'accordo attualmente sul tavolo, il Regno Unito non sarebbe fra 15 anni «più povero rispetto ad oggi», visto che il Pil continuerebbe a salire, ma crescerebbe di meno rispetto allo status quo della permanenza nell'Ue.

GOVERNO PRONTO A VARARE «OPPORTUNITÀ FUTURE»

Un prezzo che, al livello minimo, la premier Tory e lo stesso ministero del Tesoro lasciano intendere valga la pena pagare pur di rispettare il mandato referendario del 2018, preparare il terreno alle ipotizzate «opportunità future» e approfittare di quelli che vengono presentati come «i vantaggi politici» strutturali della Brexit: fra l'altro sul fronte della stabilità interna del Paese e della fine della libertà di movimento in materia d'immigrazione.

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