Barbara Ciolli

Quali rischi corre la Germania con la Brexit

Quali rischi corre la Germania con la Brexit

23 Febbraio 2019 11.00
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Alla bocciatura del piano sulla Brexit del parlamento britannico, Angela Merkel ha per l'ennesima volta gettato acqua sul fuoco. «C'è ancora tempo», per la cancelliera tedesca, «fino all'ultimo giorno, per negoziare responsabilmente il processo di separazione e lavorare per mantenere le migliori relazioni anche dopo con la Gran Bretagna». Certo, non è un inchino a Theresa May, l'altra leader di ferro dell'Ue: dai risultati choc del referendum del 2016, la Germania è pronta anche a ridefinire i trattati bilaterali con Londra, di modo che siano vantaggiosi per gli interessi economici tedeschi (un piano B, in caso di hard exit), ma Berlino ha anche rigettato in blocco la prima proposta britannica di uscita dall'Ue, tutta concentrata sugli interessi di Oltremanica. «Non si può prendere solo il buono e buttare via il resto», chiosò stizzita la cancelliera, rinfacciando al Regno Unito in generale anche il suo approccio da membro, per quasi mezzo secolo, della comunità europea.

ADDIO LIBERO SCAMBIO, ANCHE CON GLI USA

Se tenere un piede dentro (l'Ue) e un altro fuori (dall'euro) è stata la politica da sempre dei britannici verso il Vecchio continente, Germania e Gran Bretagna sono in compenso due strette alleate, più di quanto la Germania non lo sia con la Francia, per le politiche di libero scambio commerciale. Londra è il trampolino di lancio dell'export tedesco verso gli Stati Uniti e la rete del Commonwealth degli ex possedimenti britannici: un presente che a breve diventerà passato, perché alla Brexit si aggiunge la reiterata minaccia di Donald Trump dei dazi al 25% (dal 2,5% vigenti) alle auto prodotte nell'Ue, cioè al comparto automobilistico trainante tedesco. Alla metà di febbraio si pronuncerà il Dipartimento del Commercio degli Usa e non a caso, in vista dell'uscita della Gran Bretagna dall'Ue il 29 marzo e delle nuove politiche doganali Oltreoceano, nell'ultimo trimestre del 2018 l'economia tedesca ha bruscamente frenato.

La Germania sta spostando l'import-export con la Gran Bretagna sulla Cina e sui Paesi Bassi, ma per l'auto non basta

PRESSING DELL'INDUSTRIA PER UNA BREXIT SOFT

Parlare di recessione nel 2019 anche per la locomotiva d'Europa è prematuro. Ma certo tra Brexit, dazi di Trump e non ultimi i costosi strascichi (tra risarcimenti e maxi-multe per processi e class action e adeguamento alle nuove norme tedesche) degli scandali sulle emissioni, per il comparto dell'auto tedesca gli ostacoli si sommano. Se si aggiunge che la Cina (ormai terzo bacino per l'export tedesco, dopo nell'ordine gli Stati Uniti e la Francia, nonché primo fornitore della Germania) cresce meno del previsto, lentamente come non accadeva da quasi 30 anni, l'orizzonte è fosco, anche per il Nord Italia che è parte integrante dell'indotto dell'industria tedesca. Le associazioni degli industriali in Germania premono per prime per un accordo sulla Brexit soft e controllato. A salvaguardia dell'interscambio con la Gran Bretagna, che ancora fino al 2016 era la terza destinazione dell'export tedesco, davanto alla Cina.

GRAN BRETAGNA E USA PRIME PER IMPORT DI AUTO TEDESCHE

Dopo il verdetto del leave del 23 giugno 2016, i tedeschi si sono attrezzati. Il Regno Unito resta il secondo mercato per l'export dell'Ue, ma la Germania ha iniziato a spostare l'interscambio sulla Cina – ormai suo primo partner commerciale – e, nell'Ue, sui Paesi Bassi. Nondimeno la Gran Bretagna rimane il sesto fornitore della Germania e il suo quarto bacino dell'export, dominato dal mercato Usa. In particolare per le auto (13%) e la componentistica (4,6%), che coprono quasi il 17% delle esportazioni tedesche: la Gran Bretagna viene subito dopo gli Stati Uniti nell'importazione di auto dalla Germania, qualcosa come 27 miliardi di euro nel 2016. Dieter Kempf, a capo delle Lega degli industriali tedeschi (Bdi), ha ammesso che la previsione del + 1,5% di crescita nel 2019 del Paese (già nettamente inferiore al +2,2% del 2017 e ancora meno del +1,9% stimato nel 2018) «non prendeva in considerazione una Brexit disordinata, il rischio maggiore a breve termine».

VIA LE BANCHE: VERSO FRANCOFORTE O MILANO?

Il timore è di un'impennata nei dazi del 10%, anche dalla Gran Bretagna. In più la recessione Oltremanica e di altre economie dell'Ue (come quella italiana già in atto) si ritorcerebbe contro la Germania. Anche per Hoger Bringmann, capo dell'Associazione delle Camere di commercio tedesche (Bga), «la Brexit è il problema più urgente dell'economia tedesca», circa 750 mila posti di lavoro sono a rischio. Volkswagen e Opel hanno già ridotto gli investimenti Oltremanica e a catena le grandi banche, anche tedesche, stanno spostando i capitali da Londra verso Francoforte, ma in tante anche verso Piazza Affari: che la Borsa milanese sia controllata dalla London Stock Exchange è un'altra delle inquietudini dei tedeschi, che a lungo termine non sono unicamente economiche. In ogni caso con un disimpegno di Londra verso l'Ue – controllato o meno – la Germania subirà un riassetto dell'orientamento economico attuale e anche geopolitico.

IL RIPIEGAMENTO SULL'ASSE FRANCESE

Ai tedeschi recalcitranti si chiederà più leadership. Nella difesa comune per esempio, considerato che sulla Gran Bretagna ricade un quarto delle capacità di difesa dell'Ue. Mentre economicamente, senza la sponda britannica, i tedeschi saranno più vincolati al protezionismo francese: non a caso furono loro e non i francesi a spingere per l'ingresso del Regno Unito nella Cee nel 1973, dando così impulso alla libertà di scambi e di mercato con la seconda economia dell'Ue e ben oltre. Con la fissità dell'asse franco-tedesco, per forza di cose rafforzato da Merkel, perderanno il loro baricentro anche i Paesi dell'Est fuori dall'euro, critici come Londra sulle politiche comuni, e prenderà ancora più corpo l'euroscetticismo. Le turbolenze aumenteranno durante e dopo le Europee. Guarda caso, Berlino propone a Londra una Brexit che mantenga la libera circolazione di beni, servizi, capitali e di anche migranti, anche fuori dall'Ue. Un dialogo tra sordi, possibile che Londra accetti?

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