Boris Johnson rischia di fare la stessa fine di Salvini

Come il leader della Lega ha sperato nel vento amico della storia, ignorando i numeri parlamentari. La sua maggioranza è fragile e rischia di non avere i consensi per la Brexit.

19 Agosto 2019 17.22
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In genere non piace sentirsi soli in certi frangenti. Da buoni italiani dovremmo trovare qualche consolazione nel fatto che anche un’altra nazione europea ancor più di noi blasonata sta attraversando un momento drammatico, pur con conti nazionali assai migliori e un debito pubblico che è sul Pil non molto più della metà del nostro. Facciamoci i fatti nostri, facciamo una hard Brexit, uscire dalla Ue alla buena de Dios e senza intese sul come e sul dopo, dicono ora a Londra, un passo arduo che nessun referendum in realtà ha mai autorizzato.

Abbandoniamo l’euro si è detto e ancora si dice a volte in Italia, rispondiamo picche alle regole di bilancio, sfasciamo l’Unione (proviamoci) e torniamo al semplice Mec strizzando l’occhio all’amico Vladimir Putin, e vivremo felici e contenti. L’Italia agli italiani, perbacco, ciascuno libero di esprimere nobiltà d’animo e viva intelligenza, di entrambe dotati tutti in abbondanza da italiani veri, lasciatemi cantare/perché ne sono fiero, alla Toto Cutugno.

IL SUICIDIO DI SALVINI CON LA CRISI DI GOVERNO

Sul Tamigi hanno ora Boris Johnson come testimonial e primattore di questa recita a soggetto, sul Tevere e sul Naviglio noi abbiamo Matteo Salvini, protagonista assoluto. Il leader della Lega al momento si è messo nei guai ma ciò che conta non è quanto accaduto nelle ultime due settimane bensì quanto non chiarito nei mesi e anni scorsi, e che alla confusione attuale è propedeutico. Partendo dagli ultimi fatti, si osserva che da ultimo “il Capitano” si è incartato, come direbbe lui, e come spiega su Libero il suo da tempo estimatore Vittorio Feltri. «La sensazione è che Salvini si sia infilato in un cul de sac», ha scritto in questi giorni l’oracolo bergamasco arrivando subito al nocciolo del problema, l’aritmetica parlamentare: «Sorvolare su questo dato è da fessi».

I numeri contano e Salvini se ne è dimenticato quando l’8 agosto scorso ha sfiduciato il governo

Nei nostri sistemi politici i numeri contano molto più delle idee, osservazione valida anche per l’amico Boris si può aggiungere, e Salvini se ne è dimenticato quando l’8 agosto scorso ha sfiduciato il governo e aperto la crisi. Avendo i cinque stelle circa il doppio dei suoi deputati e senatori, poiché la consistenza parlamentare è quella del marzo 2018 e non quella del trionfo salviniano alle Europee del maggio 2019, ed essendo numericamente possibile un’altra maggioranza (M5s-Pd e altri), ecco il cul de sac, espressione francese assai pertinente. E alla fine «quello di Salvini è stato un tentativo di suicidio». Feltri dixit.

LA LEGA NON HA AVUTO UNA LINEA CHIARA IN POLITICA ESTERA

La poca chiarezza di Salvini su alcuni temi fondamentali ha contribuito ad arrivare a questo punto. L’equivoco salviniano maggiore è sul fronte dell’Europa e della politica estera in generale. Il leader neoleghista ha creato un mondo di aspettative dove sarebbe stata la storia, la rivoluzione dei popoli, l’affossamento naturale delle élite (eterno discorso di chi vuole diventare nuova élite) a risorvergli i problemi senza fatica e senza obbligo di chiarezza. L’euro, Maastricht e le sue regole, il fiscal compact, la burocrazia comunitaria, i vari Consigli europei ficcanaso, tutto sarebbe stato spazzato via o molto ridimensionato.

Matteo Salvini (foto Maurizio Brambatti/Ansa).

Il leader russo Vladimir Putin in questa cosmogonia da Quarto Oggiaro rappresentava il nuovo. Tanto più che persino nel cuore del sistema, a Washington, c’era un Putin americano, Donald Trump. Salvini ha fatto per anni una feroce campagna contro l’euro, «moneta sbagliata» per poi dire più volte che l’uscita dall’euro non è all’ordine del giorno, ma intanto aveva piazzato in cruciali ruoli parlamentari a teorici dell’uscita dall’euro quali l’economista Alberto Bagnai e saltimbanchi quali Claudio Borghi Aquilini, il “padre” del minibot, idea di cui forse non si sentirà più parlare. È anche per avere legittimato, un po’ sposato e un po’ tollerato, idee balzane di questo tipo che alla fine Salvini si trova solo.

JOHNSON APPARE CONFUSO COME SALVINI

Il passaggio cruciale del suo cammino della storia dovevano essere le parlamentari europee di tre mesi fa, dove ha stravinto in Italia ma perso in Europa perché il grande balzo dell’internazionale sovranista, immobile ai risultati notevoli del 2014, non c’è stato. Sempre una forza temibile, ma nessuna avanzata irresistibile. Nessuna marcia trionfale risolve i problemi di Salvini. Le sue (vaghe) idee di affossamento della Ue potrebbero funzionare se avesse nella Unione europea alleati importanti, e se li avesse coltivati e seguiti con cura, gli iberici ad esempio e i francesi e altri e non solo i Paesi di Visegrad, che su immigrazione e debito pubblico gli hanno voltato le spalle e comunque dalla Ue non vogliono affatto uscire.

Boris Johnson (foto Will Oliver/Epa/Ansa).

Anche Boris Johnson si è dato e ha dato a chi lo segue un appuntamento con la storia e scatta il 31 ottobre. Se esce dalla Ue the hard way avrà vinto, salvo poi capire nei mesi e anni le conseguenze di quell’uscita senza accordo e del pieno ritorno delle frontiere e l’ira degli scozzesi che cercheranno davvero il distacco totale da Londra; se non riesce a uscire alla hard o se squassa gravemente per farlo il sistema costituzionale britannico, scritto e non scritto, avrà perso.

L’AZZARDO RISCHIOSO DEL PREMIER DELLA GRAN BRETAGNA

Anche Boris Johnson ha idee piuttosto confuse, a partire dall’aritmetica parlamentare, perché i suoi conservatori hanno un solo voto in più delle opposizioni e si reggono sui 10 seggi degli unionisti nordirlandesi, una formazione complicata. È quindi molto probabile che sulla Brexit, dopo la riapertura dei Comuni a settembre, il governo Johnson venga messo in minoranza, essendovi almeno 25-30 deputati conservatori che mai accetteranno una hard Brexit. Sfiduciato il governo, in base alle regole parlamentari in 14 giorni occorre o ricostituire la maggioranza o trovarne una nuova, se no si va al voto. C’è in vari settori parlamentari l’idea di una nuova maggioranza pro tempore per bloccare la Brexit, chiedere a Bruxelles un nuovo rinvio, indire elezioni e/o un nuovo referendum; ma se il gruppo dirigente laburista (non l’intera delegazione parlamentare) insiste nel volere che questo governo sia guidato dal leader laburista Jeremy Corbyn, difficilmente si farà.

La strategia di Johnson: non prima il voto e poi la Brexit, ma il contrario, in modo che il risultato elettorale non possa influire sull’uscita

Sembrano esservi tuttavia tutti i numeri per mettere il governo Johnson in minoranza con l’accusa di incostituzionalità e di oltraggio al parlamento. Johnson, sotto la strategia “senza prigionieri” di Dominic Cummings già capo della campagna 2016 per il leave, ha giurato di far passare una hard Brexit che mai l’assemblea approverebbe. Il piano di Downing street infatti, dando per scontata la messa in minoranza, prevede di indire elezioni per i primissimi di novembre, dopo che il 31 ottobre ci sarà stata l’uscita, già decisa per legge a suo tempo, ma al termine di un iter che non si è concluso. Non prima il voto e poi la Brexit, ma il contrario, in modo che il risultato elettorale non possa influire sull’uscita.

PER I PARLAMENTARI INGLESI UNA HARD BREXIT È ANTI-COSTITUZIONALE

Le norme parlamentari lasciano di fatto al premier indicare la data di una elezione anticipata, è lui cioè che la suggerisce alla regina. Ma altre norme dicono che nessun governo sfiduciato può prendere decisioni gravi che limitino la discrezionalità dei successori. Da qui l’ipotesi di una battaglia sui principi costituzionali. L’ha già dichiarata in questi giorni Philip Hammond, nel 16-19 ministro del Tesoro e delle Finanze con Theresa May, affermando che sarà questo lo scontro e che non esiste nessun mandato referendario per una hard Brexit.

Una manifestazione pro-Unione europea a Londra (foto Andy Rain/Epa/Ansa).

Cosa confermata, a marzo, da Michael Gove, oggi ministro con Johnson e con lui nel 16 volto e anima della battaglia referendaria: «Non abbiamo votato per uscire senza un accordo. Non era questo il messaggio della campagna che ho aiutato a guidare». Hammond è chiarissimo: «Non c’è un mandato popolare e non c’è un mandato parlamentare per una no deal Brexit». John Bercow, presidente dei Comuni, ha detto che si batterà fino all’ultimo respiro perché il Parlamento si faccia sentire prima del 31 ottobre.

Johnson con la hard Brexit spera che il fatto compiuto e lo spirito del nazionalismo abbiano il sopravvento, silenziando se necessario Westminster

La linea di Boris Johnson, che ha chiamato «collaborazionisti» con il nemico i deputati che come Hammond cercano di opporsi, spera che il fatto compiuto e lo spirito del nazionalismo abbiano il sopravvento, silenziando se necessario Westminster, patria del parlamentarismo moderno. Sembra difficile. Salvini ha sperato a lungo nel vento amico della storia, come Johnson del resto, e da ultimo ignorando i numeri parlamentari italiani si è anche preso del “fesso” dal suo amico Feltri. Vedremo presto se l’epiteto vale anche per Boris Johnson convinto, come Salvini, che la battaglia contro la Ue è nelle corde dei popoli liberi. Putin per interesse storico russo, e Trump per questioni immediate di bottega cercando di sfasciare un partner ingombrante, applaudono.

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