Antonietta Demurtas

Brexit, molto rumore per nulla: a che punto siamo

Brexit, molto rumore per nulla: a che punto siamo

05 Settembre 2016 14.00
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da Bruxelles


Much ado about nothing.
Si potrebbe usare il titolo della commedia di Shakespeare – Molto rumore per nulla – per descrivere quello che è successo dal giorno in cui i cittadini britannici hanno votato per uscire dall’Unione europea.
Era il 23 giugno 2016 e nonostante le dichiarazioni, gli intenti, le proposte, a oggi non c’è ancora un piano per gestire la Brexit.
Titoli di giornale, vere o presunte task force pronte a difendere i diritti dell’Ue o dell’Uk, dossier, tesi e analisi allarmistiche continuano a girare sui tavoli di Londra e Bruxelles, ma a segnare le giornate europee sono solo tante indiscrezioni, mille dichiarazioni. E pochi fatti.
MAY, E L’ARTICOLO 50? Di fatto il premier conservatore britannico Theresa May non ha ancora invocato l’Articolo 50 del trattato di Lisbona in modo da dare avvio alle trattative per il divorzio dall’Ue.
In teoria a Downing street starebbero studiando un modo per tenere fede alla parola data da May al momento di succedere a David Cameron: «Brexit significa Brexit».
Secondo il quotidiano britannico The Telegraph, per evitare che i parlamentari a favore della campagna Remain possano usare il voto in parlamento per bloccare la Brexit, May potrebbe bypassare l’Aula, non chiedere nessuna ratifica del referendum, e avviare direttamente il negoziato di uscita.
CHIESTO UN ALTRO REFERENDUM. Intanto il 5 settembre il parlamento di Westminster ha discusso la petizione, firmata da 4 milioni di cittadini, che chiede di tenere un secondo referendum sulla Brexit.
Ma il documento non prevede un voto e il governo si è già espresso contro la possibilità che gli elettori britannici siano chiamati ancora alle urne.

Bilaterali e trilaterali aspettando Bratislava, vertice chiave del 16 settembre

Nell’attesa che a Londra facciano la prima vera mossa, nel resto d’Europa è un incontro dietro l’altro: «Molti pensavano che dopo la Brexit l’Ue fosse finita, ma non è così», ha tuonato il premier Matteo Renzi nella conferenza stampa con Merkel e Hollande a bordo della portaerei Garibaldi al largo di Ventotene il 22 agosto.
Sono soprattutto i Paesi fondatori dell’Ue a cercare di venire a capo della matassa britannica prima del vertice informale di Bratislava del 16 settembre tra i leader dei 27 Stati Ue, ormai orfani del Regno Unito,
Il 2 settembre l’incontro tra Angela Merkel e Jean-Claude Juncker è solo uno dei tanti meeting che la cancelliera tedesca e il presidente della Commissione Ue stanno avendo in queste settimane con i vari leader.
Dopo il bilaterale di Maranello con Renzi nel quale la Brexit è stato uno dei temi all’ordine del giorno, Merkel è volata anche in Francia per incontrarsi con François Hollande.
Durante il bilaterale tra i due leader, circa 50 top manager tedeschi e francesi hanno discusso insieme le sorti dell’economia europea post-Brexit.
TIMMERMANS ASPETTA LA MOSSA UK. Ma sino a quando Londra non parla, l’Ue si può limitare a mimare mosse e contromosse, perché come ha spiegato il primo settembre il vice presidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, all’agenzia Afp: «Spetta al Paese che decide di abbandonare l’Ue dirci come vuole lasciarci e penso che sia questo il punto di partenza della discussione… Forse prima dovrebbero trovare una linea comune tutti insieme e poi dirci che cosa vogliono veramente».
E per ora l’unica idea che è uscita dal nuovo dipartimento del governo inglese per gestire la Brexit è un profilo Twitter che recita: «Seguiteci per gli aggiornamenti sui negoziati Uk per lasciare l’Unione europea e stabilire le future relazioni tra l’Ue e Regno Unito», con la speranza forse che i follower oltre a seguire i lavori diano anche qualche suggerimento.

IL MERCATO UNICO, LE MERCI, LE PERSONE. Ma a non sapere esattemente cosa vogliono sono gli stessi Stati membri, che singolarmente non vorrebbero riunciare alla partnership economica con il Regno Unito, ma sanno bene che a livello politico e sociale è nel rispetto delle regole Ue che bisogna trovare un accordo.
Per superare l’ostacolo dei vincoli posti dall’Ue per far parte del mercato unico fondato sulla libertà di movimento di merci, capitali, persone, c’è già chi ha azzardato la creazione di una ‘Partnership continentale’ con il Regno Unito, che consiste in una integrazione economica per quanto riguarda merci, servizi, capitali e, solo in una minima e ridotta parta, la mobilità lavorativa.
Insomma un’altra Europa a due velocità, alla quale potrebbe aderire anche Turchia, Ucraina e Svizzera.
È questa finora l’unica idea messa sul tavolo da cinque esperti europei (Guntram Wolff, direttore del think tank bruxellese Bruegel, Jean Pisani-Ferry, commissario generale della France Stratégie e docente alla Hertie School of Governance, André Sapir, docente all’Université Libre de Bruxelles, Norbert Rottgen, presidente della commissione Esteri del Bundestag,  Paul Tucker, membro del Systemic Risk Council e ricercatore ad Harvard), secondo i quali la libera circolazione delle persone «non è indispensabile per il funzionamento dell’integrazione economica».

Dalle preoccupazioni della Nato allo scetticismo della Corte di Giustizia

Ma sul tavolo degli analisti economici non c’è solo la questione della libera circolazione delle persone.
Ancora tutto da definire sarebbe per esempio il modo di gestione delle politiche economiche esterne con i Paesi extra Ue, la politica estera, la sicurezza e la difesa.
IL FONDATORE ALL’USCITA. In questo senso a essere preoccupato per le sorti del Regno Unito è anche il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che il 2 settembre alla riunione annuale dei leader del gruppo parlamentare dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) e l’Unione cristiano sociale (Csu) al Bundestag, ha voluto sottolineare ancora una volta l’importanza di una più stretta cooperazione tra la Nato e l’Ue.
Ma è proprio all’interno di questa nuova alleanza che la Nato avrebbe voluto vedere uno dei suoi alleati fondatori, il Regno Unito, in prima fila, e non vicino alla porta di uscita.
Se, infatti, per quanto riguarda il mercato unico si è sinora riusciti a intravedere qualche soluzione per il post-Brexit, in tema di sicurezza e difesa, secondo gli analisti, si potrebbe al massimo delineare una sorta di ‘forum’ consultivo con il Regno Unito.
Che comunque ha sottolineato Stoltenberg «rimane un nostro forte alleato».
DUBBI DELLA CORTE SU BREXIT. Intanto, mentre economisti europei cercano soluzioni per evitare che l’uscita del Regno Unito causi uno tsunami politico ed economico, a prevedere una calma piatta è Koen Lenaerts: il presidente della Corte di giustizia europea ha infatti espresso forti dubbi sul fatto che la Brexit diventerà mai effettiva.
In un’intervista alla rivista De Kennis van Nu ha detto: «Siamo ancora completamente al buio», riferendosi al fatto di sapere «se ci sarà davvero una Brexit, quando e in quali condizioni». Per ora, ha ricordato Lenaerts: «È tutta speculazione».

La Scozia difende i diritti dell’Ue

L’unica per ora a mandare un segnale chiaro e deciso è il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon: «La Scozia deve controllare il suo destino» e per questo è necessario avviare un «nuovo dibattito» sull’indipendenza dalla Gran Bretagna dopo il referendum sulla Brexit.
Nel suo intervento Sturgeon ha aggiunto che devono essere discusse tutta una serie di questioni dato che l’uscita del Regno Unito dall’Ue è vista dal governo di Edimburgo come minaccia all’economia e a una serie di diritti garantiti da Bruxelles.
Resta sul tavolo, quindi, la possibilità che si arrivi all’indipendenza da Londra, anche con un secondo referendum dopo quello perso nel 2014 dai nazionalisti.
IL SOLITO RITORNELLO INGLESE. A Londra invece sul tavolo c’è ben poco. Secono il quotidiano The Guardian, nell’ultima riunione di governo, May avrebbe ribadito senza mezzi termini l’impegno a ridurre gli ingressi degli immigrati Ue nel Regno Unito dopo la Brexit, anche a costo di un impatto nelle trattative con Bruxelles sugli accordi commerciali con l’Europa.
Ma le dichiarazioni ufficiali rimangono ancora molto generiche. Il Regno Unito «potrà lasciare l’Unione Europa ma non lascerà mai l’Europa», è l’unico messaggio che il ministro degli Esteri Boris Johnson ha voluto rilanciare in occasione della sua partecipazione alla riunione informale con i colleghi Ue a Bratislava. «Il Regno Unito, il governo inglese e Theresa May restano assolutamente impegnati nella partecipazione alla cooperazione europea in politica estera, e in quella per la sicurezza e la difesa: le cose stanno così».
Una cooperazione che però deve essere ancora definita. Ma per farlo, serve ufficiliazzare il divorzio dall’Ue. Ed è questo che i 27 leader dell’Ue cercheranno di far partire il 16 settembre nel summit informale.
GOZI E IL CAMPANELLO D’ALLARME. «Tutti hanno chiamato il voto sulla Brexit un campanello d’allarme. Bratislava è la prova che è proprio vero che l’Europa si è svegliata», ha commentato Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei dell”Italia, Paese che più di ogni altro in questo momento sta cercando di guadagnarsi un ruolo nella gestione della Brexit.


Twitter @antodem

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