Mario Margiocco

La vera Brexit è finita e con lei pure l'illusione Italexit

La vera Brexit è finita e con lei pure l’illusione Italexit

07 Aprile 2019 12.00
Like me!

La Brexit non ci sarà o ci sarà a metà soltanto, una Brino o Brexit in name only, cioè una finta uscita dalla Ue. Una pagina della storia britannica, ed europea, si sta chiudendo, con l’esposizione chiara agli occhi di tutti dei limiti del neo nazionalismo, vulgo sovranismo, sul nostro piccolo, affollato e bellissimo continente, isole britanniche comprese.

LEGGI ANCHE: La Brexit e la totale frantumazione di élite e partiti britannici

Qualche conseguenza c’è anche per noi, nella penisola mediterranea che sembra oggi terra sovranista tristemente aggiogata al carro Ue e ansiosa di liberarsi, a sentire vari ministri e loro colleghi. Mezzo Paese pare sostenerli. A Londra si sapeva che realizzare il voto referendario del giugno 2016 sarebbe stato difficile. L’elenco di personaggi britannici preveggenti sarebbe lungo, basti citare lo scrittore Robert Harris, l’ autore di Fatherland e The Ghost Writer, convinto che «la Brexit è un precipizio» e che solo restituendo la parola al popolo se ne può uscire; o il diplomatico John Olav Kerr, già ambasciatore alla Ue e a Washington, oggi Lord e membro della Camera Alta, convinto da sempre che solo un secondo referendum può sciogliere l’imbroglio, confermando il primo o, meglio, invertendo la rotta.

PURE IL DAILY TELEGRAPH HA DECRETATO LA FINE DELLA BREXIT

Persino l’ardente, ma non sciocco, Daily Telegraph, vero antemarcia, e che degli attacchi a Bruxelles è stato con Boris Johnson – firma di famiglia – bandiera e ariete, non ha aspettato l’ultimo momento per accorgersene. Già due mesi e mezzo fa scriveva di Boris Johnson e dei suoi pari e rivali, cioè di mezzo gruppo parlamentare conservatore, che «their time in the sun is over, and they are heading for a defeat just as bad as that of Theresa May’s ritual humiliation»: il loro tempo al sole è finito, e stanno procedendo verso una sconfitta dura quanto quella della rituale umiliazione inflitta a Theresa May. Lo scriveva a metà gennaio, all’indomani del voto dei Comuni che aveva distrutto anche a opera dei puri e duri del suo stesso partito il piano della premier di un'uscita concordata dall'Unione europea e lo aveva fatto con la più pesante sconfitta mai subita da un governo nella storia parlamentare britannica, 230 voti di differenza. Il succo per il Daily Telegraph era: hanno voluto troppo, i brexiteer, e non avranno niente. Due successive ulteriori umiliazioni della May sulla stessa legge confermavano anche la sconfitta morale, prima che politica, dei suoi avversari interni.

LA PARTECIPAZIONE DELLA GRAN BRETAGNA ALLE EUROPEE SEMPRE PIÙ VICINA

Il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, era stato chiarissimo fin dall’inizio e sosteneva già nell’ottobre 2016 che c’erano due sole strade, o una hard Brexit, cioè un’uscita secca e totale, o una no Brexit. Siamo a questo bivio indicato due anni e mezzo fa da Tusk, con l’uscita hard sostituita dalla variante brino, un’uscita solo sulla carta, se la Ue dovesse accettarla. Ma non sarà facile, non esiste una Ue à la carte. Il passaggio rocambolesco ai Comuni, nella notte del 3 aprile e con un solo voto di scarto dell’emendamento Cooper-Letwin, una laburista e un conservatore, esclude l’uscita secca e non concordata, il cosiddetto no deal, da tempo se non da sempre scelta dei puri e duri. I lord dovrebbero ratificare il tutto entro lunedì 8 aprile, sperano in molti. Sempre il 3 aprile la May ha avviato consultazioni con il capo dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn per arrivare a proporre ai Comuni una soluzione concordata che possa finalmente passare.

Il 23 maggio si incomincia a votare per il parlamento europeo in tutta l’Unione, e per quella data chi è ancora dentro deve comunque partecipare, e la May si dice disposta a farlo

Tutto questo mentre il pendolo avanza e i tempi dettati da Bruxelles sono chiari: uscita il 12 aprile se non c’è un accordo e il 22 maggio, ora pare il 30 giugno a richiesta britannica non ancora discussa dalla Ue, se si deve perfezionare un accordo di uscita. Il 23 maggio infatti si incomincia a votare per il parlamento europeo in tutta l’Unione, e per quella data chi è ancora dentro deve comunque partecipare, e la May si dice disposta a farlo. Non si può votare impunemente anche nel Regno Unito, vero? Sarebbe un’onta. Ma è quanto accadrà se sarà il 30 giugno o se dovesse passare, e Londra dovesse accettare (ma potrebbe rifiutarla?), la linea che Tusk si prepara ora a indicare ai capi di Stato e di governo nel vertice straordinario Ue sulla brexit del 10 aprile, e cioè una lunga proroga per l’applicazione della procedura di uscita (l’articolo 50 del Trattato di Lisbona), fino a un anno, cioè all’aprile 2020, elastica però, assai più breve se a Londra dovessero decidersi prima sul che fare. Una magnanimità e una perfidia insieme, per via non solo del voto europeo, ma di un semplice fatto: più lunga è la proroga, più si irritano i brexiteer e più si evidenzia la loro sconfitta.

CORBYN HA SEMPRE SPINTO PER UNA BRINO

Corbyn aveva chiaramente indicato in cinque punti , con una lettera al primo ministro del 6 febbraio scorso, il progetto laburista, una perfetta Brino, e su questo è andato a trattare con la May. Unione doganale e permanenza nel mercato unico, con partecipazione alle decisioni commerciali e simili; protezione del lavoro e dell’ambiente in linea con la normativa Ue; partecipazione a tutti i programmi e le agenzie; continua presenza britannica in tutto il settore della sicurezza, polizia e servizi, e scambio di informazioni. Più Brino di così non si può. Ma c’è di più. Corbyn, lo ha ammesso, voterebbe forse leave anche a un secondo referendum, ma come si vede è un half-leave. Mentalità trotzkista complessa, il leader dei Labour teme infatti da un lato la Ue perché, troppo liberista, potrebbe impedirgli di fare, al governo, quelle grandi riforme socialiste che sogna; ma dall’altro la vuole al fianco, perché teme ancor più il liberismo spinto di molti conservatori britannici. Insomma, di sinistra ma nazionalista.

LEGGI ANCHE: Il caos Brexit è una frenata al sovranismo

C’è poi un sesto punto che Corbyn ha cercato a lungo di evitare ma che da metà febbraio ammette, e cioè la necessità di un secondo referendum, votato a grandissima maggioranza nel settembre 2018 a Liverpool dall’ultima assise nazionale laburista, voluto dai quattro quinti del partito, e con dentro l’opzione remain. Numerosi grossi calibri sono scesi in campo anche nelle ultime ore a favore. Spaccherebbe i laburisti, come i conservatori sono da tempo spaccati, ma senza referendum sarebbe per partito e gruppo parlamentare una spaccatura ben più consistente. Insomma, se c’è un accordo May-Corbyn, se passa ai Comuni, andrebbe sottoposto al popolo con due quesiti : o questo accordo, o remain, cioè si resta e basta.

L'EUROPA VISSUTA COME UN NEMICO CHE HA VINTO

Comunque vada, la vera Brexit è finita, hard Brexit is gone. Lo sa benissimo l’ex leader Ukip, Nigel Farage, bandiera dell’addio a Bruxelles: «È chiaro ora che dovremo combattere di nuovo la nostra battaglia. Sono pronto». Mentre il suo rivale Gerard Batten, ora a capo di Ukip, vede la sconfitta alla luce della storia e, sul copione della “vittoria tradita”, ha dichiarato all’europarlamento rivolto ai leader di Bruxelles: «Siete riusciti a fare ciò che Filippo di Spagna, Napoleone, il Kaiser Gugliemo e Hitler fallirono. Avete messo la Gran Bretagna in ginocchio e senza sparare un colpo. Ma non ci sareste riusciti senza la connivenza di traditori, quislings e collaboratori nel parlamento britannico e nell’establishment del Paese». L’Europa come nemico insomma, e il nemico ha vinto.

Non è facile per Matteo Salvini fare il leader sovranista continental perché francesi, tedeschi e altri non accettano la leadership di un italiano ruspante

È vero, la Gran Bretagna è in ginocchio per vari aspetti, ma ce l’hanno messa gli sciocchi o truffaldini (avessero vinto si sarebbero assicurati il dominio sul Paese per almeno un decennio) cavalieri dell’impossibile, cioè della Brexit. Difficile dire che cosa è meglio ora, forse una Brino né carne né pesce eviterebbe spaccature profondissime che un secondo referendum dall’esito opposto al precedente provocherebbe. Ma la Brino rischia di scontentate entrambi i fronti. Un rompicapo. Se tutto fosse andato liscio per i sovranisti britannici, si arriverebbe ora al cruciale voto di fine maggio per l’europarlamento – non solo un rinnovo parlamentare ma un referendum sulla Ue – con una smagliante vittoria nazionalista faro per tutta l’Europa. Si arriva invece con una smagliante sconfitta. E una vittoria per Bruxelles, che si è mossa bene. Non è facile per Matteo Salvini fare il leader sovranista continentale, primo perché il disastro britannico pesa sui sovranisti, secondo perché francesi, tedeschi e altri non accettano la leadership di un italiano ruspante, anche se è al governo. Men che mai la nazionalista francese Marine Le Pen.

LEGGI ANCHE: La lunga serie di errori commessi da May sulla Brexit

Il fronte nazionalista crescerà e anche bene al parlamento, la Lega salviniana forse benissimo, ma i numeri sono testardi e forse non saranno sufficienti a cambiare l’Europa, come profetizzano invece Salvini, Luigi Di Maio e Giorgia Meloni. C’è molto da cambiare. Ma non si capisce mai se i nostri campioni vogliono cambiare o distruggere o comunque paralizzare. Non si facciano illusioni: con la Brexit finisce anche, se mai c’è stata, l’Italexit. A meno che, stufi di un partner che si illude di poter gonfiare il debito pubblico all’infinito, gli altri Paesi non ci accomodino alla porta. E vedremo se Salvini, la Meloni, Claudio Borghi e altri hanno la ricetta per affrontare quel passo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *