Il trionfo di Nigel Farage alle elezioni europee 2019

Il trionfo di Nigel Farage alle elezioni europee 2019

Il suo Brexit Party al 32%. I Tory crollano all'8%. Bene gli europeisti Libdem che sfiorano il 20% delle preferenze e gli indipendentisti in Scozia e Galles. 

26 Maggio 2019 21.48

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Arriva dal Regno Unito – che in teoria dall'Ue avrebbe dovuto essere già fuori a tre anni dal referendum del 2016 – la grande ondata sovranista di queste elezioni Europee 2019. Il nuovo Brexit Party di Nigel Farage fa il botto stando alle prime proiezioni della Bbc con un 32% di voti. Mentre si avviano a un crollo catastrofico, con un record negativo di appena l'8%, i conservatori dell'ormai dimissionaria Theresa May, in piena crisi di leadership. E arretra pesantemente, attorno al 15%, il Labour di Jeremy Corbyn, in mezzo al guado sul dossier Brexit, che si ritrova sorpassato al secondo posto dagli europeisti Libdem (20% circa).

IL BREXIT PARTY PRIMO PARTITO IN UE CON LA CDU

I seggi conquistati da Farage all'Europarlamento sono 29, secondo dati ufficiosi riferiti da Sky con lo scrutinio britannico agli sgoccioli: un numero che in base alle stime attuali ne farebbe il più grande gruppo nazionale con la Cdu/Csu tedesca e subito davanti alla Lega. Il Brexit Party si attesta attorno al 33% finale – sempre secondo Sky -, seguito da LibDem al 21 (16 seggi), Labour poco sopra il 14 (10 seggi), Verdi (12% e 7 seggi) e Tory (9% e 4 seggi)

CRESCONO I CONSENSI DEGLI INDIPENDENTISTI IN SCOZIA E GALLES

Dei 70 seggi spettanti alla Gran Bretagna a Strasburgo fino a che la Brexit non sarà formalizzata, ve ne sono inoltre tre accreditati agli indipendentisti scozzesi dell'Snp (che concentrano il loro 3% nazionale in Scozia dove si confermano primo partito con il 39% dei voti). E uno agli indipendentisti gallesi del Plaid Cymru, secondi dietro al Brexit Party, ma davanti al Labour, nel piccolo Galles. Zero seggi infine sia per gli euroscettici storici dell'Ukip, ormai orfano di Farage, sia per i neonati eurofili di Change Uk (gruppo centrista formato da transfughi di Labour e Tory), entrambi fermatisi a un 3,5% di consensi nazionali. Restano poi da assegnare i 3 seggi dell'Irlanda del Nord, che ha votato con un sistema elettorale diverso e in un panorama dominato esclusivamente da partiti locali (come gli unionisti del Dup, i repubblicani dello Sinn Fein o i socialdemocratici nordirlandesi) e da candidati indipendenti.

AFFLUENZA AL 37% MA IN AUMENTO

I risultati, arrivati a scoppio ritardato sull'isola, dove in effetti si è votato giovedì 23, ma con scrutinio congelato fino alla chiusura delle urne in tutti gli altri 27 Paesi, sono il frutto in effetti di un contesto molto particolare e per certi versi casuale. Trattandosi di una consultazione segnata da un'affluenza storicamente molto più bassa rispetto al voto nazionale (quest'anno solo in leggera ascesa attorno al 37%), dal sistema di voto proporzionale totalmente diverso rispetto a quello nazionale e da un contesto monotematico: sullo sfondo di quella polarizzazione 'Brexit sì-Brexit no' che l'impasse parlamentare sulla ratifica dell'addio all'unione mantiene viva.

LA DELUSIONE DEL LABOUR

Una consultazione destinata comunque a condizionare nelle prossime settimane la corsa alla successione di May alla guida del partito conservatore e poi del governo. E a rafforzare inevitabilmente le chance dei candidati euroscettici, Boris Johnson in testa, dato il salasso di voti Tory verso Farage. La delusione viene del resto a galla pure per Labour, dalle cui file John McDonnell, cancelliere dello Scacchiere ombra (e braccio destro di Corbyn, che proprio oggi compiva 70 anni), aveva evocato ancor prima dell'apertura delle urne "una bella legnata". Nel partito salgono le voci di chi chiede al leader di schierarsi a questo punto decisamente in favore di un secondo referendum sulla Brexit, tanto più di fronte allo scenario del possibile ingresso a fine luglio a Downing Street al posto della May di un premier "brexiteer estremista" non alieno all'idea di un traumatico divorzio no deal dall'Ue. Anche se l'epilogo più immediato dei prossimi mesi potrebbe essere alla fin fine quella di elezioni nazionali anticipate nel Regno: nelle quali il sistema del maggioritario secco e dei collegi uninominali diventerebbe davvero una prova di equilibrismo per un partito costretto a rivolgersi grosso modo a due terzi di elettori tradizionali europeisti e a un terzo di pro Brexit.

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