Sei scenari per il voto sulla Brexit

Sei scenari per il voto sulla Brexit

10 Dicembre 2018 12.37
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Dopo un percorso lungo e a tratti molto difficile, l’accordo sulla Brexit raggiunto dalla premier britannica Theresa May con l’Ue potrebbe subire un nuovo stop. Il voto alla Camera dei Comuni previsto per martedì 11 dicembre è stato infatti congelato dalla premier. Il passaggio è comunque una tappa obbligata. E il al testo, frutto di un certosino e duro lavoro di negoziazione tra Londra e Bruxelles, non è affatto scontato. Anzi la stessa May ha dichiarato di fronte ai deputati che alle attuali condizioni una maggioranza non ci sarebbe. Tanto che la leader di Londra scommette di poter strappare qualche cambiamento durante la sua visita nella capitale europea del 13 dicembre, dialogando con leader Ue e Commissione. In caso di no per il capo del governo britannico potrebbe aprirsi la strada delle dimissioni, invocate il 10 dicembre dai rappresentanti della Camera dei comuni. Sembra esclusa l’ipotesi di un secondo referendum, perché non ci sarebbero i tempi necessari, e tramonta anche l’opzione “Norvegia plus” per l’opposizione di Oslo.

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1. IL SÌ ALL'ACCORDO E IL NODO IRLANDESE

È l’ipotesi migliore, sicuramente per Theresa May, chiamata a Downing Street proprio con il compito di traghettare il Regno Unito fuori dall’Unione europea all’indomani dell’esito del referendum. L’accordo con Bruxelles, però, scontenta Brexiteer puri e duri che lo hanno bocciato come troppo soft. Uno dei punti più discussi è la frontiera con l’Irlanda. Per evitare barriere fisiche e controlli tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord è stata prevista una forma ad hoc di permanenza della seconda nell'unione doganale, fino a quando sarà stata trovata una soluzione definitiva, entro luglio 2020. Nel frattempo Londra dovrebbe negoziare accordi accordi commerciali con i Paesi terzi, seguendo però le norme sui dazi dell'Ue e le leggi comunitarie in materia di concorrenza e aiuti di Stato.

2. LE RAGIONI DEL NO E LA CONTA A WESTMINSTER

La vittoria del no è una possibilità concreta. Al governo occorre ottenere la maggioranza a Westminster, ossia 320 voti. Ma secondo le previsioni la premier potrebbe contare soltanto su 315 sì dei deputati conservatori. La maggioranza del governo, infatti, si regge sull’appoggio degli unionisti nordirlandesi, che però temono un accordo troppo favorevole all’Irlanda sulla frontiera con Dublino. Da qui l’incertezza, aumentata dai più recenti sondaggi, come quello di BMG research, pubblicato su l'Independent: il 52% dei sudditi di Sua Maestà sarebbe contrario all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue e quasi un britannico su due bolla come un «cattivo affare» l’accordo sulla Brexit, confidando in una sua bocciatura.

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3. LA SFIDA DI CORBYN

In caso di no per Theresa May si aprirebbero le porte delle dimissioni, per questo la premier ha lanciato un messaggio all’ala più conservatrice del suo partito, i Tory che auspicherebbero una hard Brexit: «Spero che la gente comprenda ciò che credo e temo possa accadere. Questo implicherebbe una grave incertezza per il Paese con un rischio molto reale che non vi sia una Brexit o che si esca dall'Ue senza accordo», ha messo in guardia May dalle colonne del Mail on Sunday. In caso di dimissioni, si andrebbe a nuove elezioni, con una probabile vittoria del leader dei Laburisti. Jeremy Corbyn punterebbe a negoziare un nuovo accordo più favorevole per il Regno Unito. Ma resta la ferma posizione di Bruxelles, che ha escluso altre trattative. Per questo May ha fatto riferimento a Corbyn, dicendo: «Abbiamo un leader dell'opposizione che non pensa ad altro che a elezioni anticipate, non importa a quale a prezzo per il Paese», definendo poi un eventuale successo laburista come «un rischio che non possiamo permetterci di correre».

4. L'IPOTESI DI UN NUOVO REFERENDUM

L’altra ipotesi circolata negli ultimi mesi è quella di una seconda consultazione popolare, che potrebbe persino essere chiesta dalla stessa May, invocando lo spettro del no Deal, la mancanza di un accordo. In realtà è una strada difficilmente percorribile, se non impossibile, dal momento che le leggi britanniche prevedono un tempo minimo di sei mesi per indire un referendum. Si andrebbe quindi oltre il termine del 29 marzo, fissato per l’uscita del Regno Unito dall’Ue

5. LO SPETTRO DEL NO DEAL

Il no Deal rappresenta lo scenario peggiore, mostrato come uno spauracchio da May nelle ultime ore. A preoccupare sono le possibili ripercussioni economiche. Una di queste consisterebbe in maggiori costi e dazi doganali per le imprese, oltre a un allungamento dei tempi di consegna e ricezione delle merci, tanto che alle aziende esportatrici è stato consigliato di acquistare software adeguati o avvalersi di propri spedizionieri in caso di mancanza di accordo con l’Ue. A essere penalizzato sarebbe anche il settore agricolo, nonostante il governo abbia rassicurato che continueranno a essere erogati i fondi, oggi stanziati dall’Ue. Per i privati sarebbero inevitabili aumenti nei pagamenti elettronici tra Regno Unito ed Europa, dunque a essere colpito sarebbe il settore dello shopping online. A preoccupare ancora di più, però, sono gli effetti in ambito sanitario: nelle ultime ore si sono moltiplicati gli appelli a fare «scorte precauzionali» di farmaci importati, per evitare che i magazzini rimangano vuoti. Il pericolo non riguarda lo stop totale alle importazioni, quanto possibili ritardi (e rincari).

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6. ADDIO NORVEGIA PLUS

Un’ultima opzione ventilata di recente è quella battezzata “Norvegia plus". Si tratterebbe per il Regno Unito di tornare nell'Efta (l'Accordo europeo di libero scambio, fondato proprio dai britannici nel 1960, prima della loro adesione alla Comunità europea nel 1973). In questo caso Londra resterebbe nel mercato unico europeo, come gli altri membri dell'Efta (Norvegia, Islanda e Liechtenstein attraverso il trattato sullo Spazio economico europeo, e la Svizzera con specifici accordi). A opporsi a questa eventualità, però, è stata proprio Oslo, ritenendo che la presenza di Londra danneggerebbe la Norvegia e gli altri Stati membri dell’accordo, che godono di minore capacità e peso di negoziazione rispetto al Regno Unito.

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