Mario Margiocco

Il caos Brexit è una frenata al sovranismo

Il caos Brexit è una frenata al sovranismo

16 Gennaio 2019 16.14
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Da finest hour numero due, seconda solo alla "gloriosa" ultima guerra mondiale, a incubo, a fuoco d’artificio spompato e senza il botto: questa in due anni e mezzo la modesta traiettoria della Brexit, certo la peggior brutta figura della Gran Bretagna da quando nel 1956 Londra dovette ritirarsi con la coda fra le gambe da Suez insieme ai francesi. La soft Brexit concordata da Theresa May con Bruxelles non si farà, questo il messaggio del massiccio voto contrario – 432 a 202 – che nella serata del 15 gennaio ha inflitto all’attuale premier con 230 voti di differenza la peggior sconfitta della storia perlamentare britannica, superiore a quella subita per 164 voti nel 1924 dal premier laburista Ramsay MacDonald. E anche se nella serata del 16 gennaio, i Tory hanno salvato la loro premier dalla sfiducia, alla Camera dei Comuni è stata sfiorata anche la più grossa ribellione all’interno di un partito, con 118 deputati conservatori contro May, battuti solo dai 133 laburisti che nel 2003 votarono contro il primo ministro Tony Blair e la partecipazione britannica alla guerra di Bush junior in l’Iraq.

LE ILLUSIONI INFRANTE DEI BREXITEER

Ugualmente da escludere, dopo questo voto, che si trovi mai una maggioranza per la Hard Brexit cioè l’uscita senza accordi con Bruxelles e i rapporti commerciali fra l’Uk e il continente affidati solo alle regole del Wto, senza trattati. È chiaro infatti che le illusioni di mantenere tutti i vantaggi commerciali della partecipazione ad area doganale e a mercato unico, ampiamente coltivate dai brexiteer fino al referendum del giugno 2016 («non perderemo nulla e guadagneremo molto»), sono finite come sempre finiscono le illusioni.

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SI RAFFORZA L'IPOTESI DI UN NUOVO REFERENDUM

Restano due punti chiari, inseriti in un percorso ignoto ma che certamente sarà ancora tortuoso. Il primo punto è che il parlamento ha ripreso possesso del dossier Unione europea, finora giocato tra il referendum e quella parte del partito conservatore che aveva calato, e vinto con il voto popolare sorprendentemente a suo favore, la carta nazionalista. Il secondo punto chiaro è che per quanto lungo e complicato il percorso, il risultato sarà probabilmente alla fine un secondo referendum. Questo perché la questione è nelle mani di una Camera dei Comuni dove la maggioranza è contraria alla Brexit, ma dato il precedente favorevole referendum la questione dovrà essere comunque alla fine riportata all’elettorato. La probabile inevitabilità di una nuova consultazione vede concordi numerosi osservatori britannici, come l’ex ambasciatore alla Ue e Washington Lord Kerr e il leader liberaldemocratico all’Europarlamento, Graham Watson. Sarebbe tuttavia sbagliato dare per scontato la vittoria del Remain, anche se l’entusiasmo per l’uscita dalla Ue non è certo quello di 30 mesi fa neppure in circoscrizioni che furono nettamente per il Leave. Tra l’altro non si può ancora prevedere quale sarà l’esatta formulazione della domanda, o delle domande, che verranno poste agli elettori. Quello che è certo tuttavia è che uscire dalla Ue ha dei costi e che i vantaggi del mercato unico non sono secondari. Questo hanno scoperto i britannici e lo ricordano a tutti noi.

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UNA FRENATA AL SOVRANISMO EUROPEO

Quella di martedì 15 gennaio sul Tamigi è stata anche la prima, notevole, frenata del sovranismo europeo. E anche se le cause e le spinte di questo grande movimento d’opinione e modo di sentire sono molteplici, reali, e diverse da Paese e Paese, è anche vero che hanno una comune spinta di riappropriazione nazionale di poteri concessi all’Europa, l’Europa del «che cos’è questa Europa?» salviniano. Bene, questa spinta ha subito il 15 gennaio a Londra una battuta d’arresto, significativa quanto fu significativa la spinta propulsiva data al sovranismo dai risultati resi noti il 24 giugno 1916. Se gli inglesi, con la loro esperienza politica, vogliono lasciare la Ue vuol dire che l’ora del ritorno delle nazioni sovrane è scoccata, conclusero allora molti, anche in Italia.

LA SCOMMESSA PERDENTE DI CAMERON

Alla decisione di indire il referendum, annunciato dal premier David Cameron nel febbraio 2016, si arrivò per una serie di motivi, soprattutto interni al partito e all’elettorato conservatore. Una parte consistente, ma che si pensava minoritaria, era sempre stata ostile, in modo più chiaro che in altri Paesi, all’Europa di Bruxelles, per la forza del tradizionale nazionalismo e per la sfiducia verso il continente. Cameron pensava di dar loro soddisfazione con un referendum che, nei piani, avrebbero perso e pensava anche di neutralizzare così chi affilava le armi per strappargli la leadership, l’ex sindaco di Londra Boris Johnson fra questi, cavalcando il nazionalismo anti-Ue. E soprattutto voleva tranquillizzare numerosi deputati allarmati per i progressi, sui temi anti Ue, del voto dell’Ukip di Nigel Farage, e timorosi in prospettiva per il proprio seggio. Fu una scommessa azzardata e perdente. Tutto fu presentato dai brexiteer come una semplice operazione. «Ce ne andiamo e avremo solo da guadagnare», dicevano Johnson e gli altri. Ci si è accorti che non è proprio così. Uno degli ultimi a insistere su questa linea è il giovane ministro della Difesa, Gavin Williamson, convinto che questo sia il «momento migliore», the finest hour, per il Regno Unito secondo solo al momento della vittoria sul nazifascismo, nel 1945; sogna di aprire nuove basi navali nei Caraibi e in Estremo Oriente. Non facile, con una flotta al lumicino.

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L'ISPIRAZIONE LONDINESE DEI SOVRANISTI NOSTRANI

Una fortuna, ma insufficiente, per i conservatori brexiteer è che il leader laburista Jeremy Corbyn, ex sindacalista che potrebbe avere in questo scenario il suo momento, è un nazionalista di sinistra e vuole non la permanenza nella Ue, troppo liberista, ma una Soft Brexit da lui rinegoziata ovviamente con nuove elezioni, che tuttavia con la riconferma di May sembrano quantomeno rimandate. Per Corbyn essere o no nella Ue non è il principale nodo politico britannico del momento. Alcune rinazionalizzazioni sarebbero più importanti. Ma il suo gruppo parlamentare freme, ben sapendo che nessuna Soft Brexit avrà mai l’avallo di Westminster. Non si sa per quali strade né dopo quali battaglie parlamentari, ma un secondo referendum sembra inevitabile. L’ora dei Farage e dei Johnson probabilmente è passata. I nostri sovranisti sono in Italia ed è un’altra storia. Ma non guardavano forse a Londra come ispirazione?

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