Mario Margiocco

Nel caos Brexit l'Ue si sta rivelando incredibilmente solida

Nel caos Brexit l’Ue si sta rivelando incredibilmente solida

24 Marzo 2019 13.00
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La vicenda della Brexit, l’uscita o non uscita del Regno Unito dall’Unione europea dopo il referendum del giugno 2016, è la più disarmante storia di suicidio di una grande nazione dopo l’implosione nel dicembre 1991 dell’Unione Sovietica. In questo suicido neppure assistito ci sono tre protagonisti tutti intenti a una qualche forma di Brexit.

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Sono la premier Theresa May; il gruppo dei duri e puri dell’Erg (European Reserach Group) guidato dal deputato Jacob Rees-Mogg con una sola idea, uscire dalla Ue e poi si vedrà, e affiancato da vari battitori liberi tra cui spicca Boris Johnson che ha fatto del rifiuto di Bruxelles – e non ha null’altro da offrire – una carriera; e poi c’è il leader laburista Jeremy Corbyn e un pugno di suoi fedelissimi che, in barba a quanto vorrebbe la grande maggioranza del gruppo parlamentare, sono contro “questa” Brexit perché vogliono la “nostra” Brexit, un’uscita che tenga a distanza la Bruxelles liberista. Il tutto è tra l’assurdo e il paranoico.

Questa situazione ha portato in grande auge il verbo clusterfuck, gergo militare per indicare «quei disastri causati dalla mortale miscela di illusione, impazienza e incompetenza»

Avendo bisogno di una definizione precisa, questa situazione ha portato in grande auge il verbo e i sostantivi clusterfuck, clusterfucker e clusterfuckery, gergo militare pare importato dall’America (guerra del Vietnam) e che sta a indicare «quei disastri causati dalla mortale miscela di illusione, impazienza e incompetenza che affliggono troppi decision-maker, soprattutto quelli dotati di molto potere, autostima e prestigio». Caso classico, al fronte, il fuoco amico dell’artiglieria o dell’aviazione che per incompetenza dei comandi colpisce le proprie linee. È quello che sta accadendo a Londra da tre anni e soprattutto dallo scorso novembre.

SULLA BREXIT A LONDRA È TUTTI CONTRO TUTTI

Parte notevole della classe dirigente, i Tory soprattutto ma anche il Labour, incapace di scegliere una linea ragionevole, si aggrappa all’ideologia, nazionalista o “socialista” e, in preda alle proprie convulsioni e incapace di uscirne, si dimentica del Paese. Ancora adesso, dopo 32 mesi dal referendum che vide il 51,89% dei 33,5 milioni di votanti scegliere non il quesito «remain a member of the European Union» ma il «leave the European Union», nessun può dire con certezza che cosa significa davvero leave, e come andrà a finire. Leave means leave, andarsene vuol dire andarsene, dice oggi la martellante campagna dei vincitori di 32 mesi fa. Già, ma che vuol dire leave dopo 45 anni di Mec e Ue? Come ci si slega da infiniti nodi fatti di Trattati, regole, accordi, consuetudini? Per ritrovarsi come? Nessuno l’aveva mai spiegato, né prima né dopo, all’indomani del vittorioso referendum dove si votava alla cieca. E il Regno Unito è allo sbando perché nessuno lo ha ancora spiegato, nonostante la Brexit abbia avuto una gestazione che batte e di molto la più lunga gestazione (22 mesi, l’elefante) nel mondo dei mammiferi.

LA MAY HA PERSO OGNI CREDIBILITÀ, L'OPPOSIZIONE È IMMOBILE

Chi comanda oggi a Londra? Non si sa. Non la premier, contestatissima nel suo partito e ai Comuni. Lino, acronimo di leader in name only, scrivono i giornali e Lino, leave in name only, era come l’ultra brexiteer Boris Johnson definiva nel luglio scorso il piano May di uscita dalla Ue. Non comanda neppure il parlamento, cioè i Comuni, che non riesce a esprimere una maggioranza su una delle varie opzioni, ci prova, e forse ci proverà ancora, e potrebbe riservare qualche sorpresa. «We have to deliver Brexit», dobbiamo fare la Brexit, continua a ripetere May che si è dimostrata una leader impari per tempi difficili e non ha mai saputo innescare e guidare un dibattito nazionale su che cos’è in concreto questa uscita dalla Ue, al di là delle formule di rito tipo «riprendere le redini dei nostri destini» e vacuità del genere, vacue perché troppo generiche. Non comanda la maggioranza dei conservatori quanto mai divisa e non la contrasta l’opposizione laburista.

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I deputati laburisti non riescono a far capire a Corbyn che il disastro della May e dell’intero partito Tory – dove ministri e capi del gruppo parlamentare votano contro mozioni che loro stessi hanno personalmente presentato – sarebbe un’occasione d’oro per il Labour, che però dovrebbe schierarsi in qualche modo con l’Europa. Corbyn, confortato da una trentina di collegi dove il voto laburista è stato pro Brexit, pensa che mollare gli ormeggi europei sia condizione necessaria perché il suo sogno di socialismo in un solo Paese, cioè la “sua” Gran Bretagna, possa avverarsi. Pensa come Aneurin Bevan e altri laburisti di sinistra di 80 o 60 anni fa. Mettevano tra l’altro la politica sociale al di sopra della necessità di prepararsi alla lotta contro il nazifascismo, e contro la necessaria spesa militare.

INTANTO LA GRAN BRETAGNA SI FA DETTARE I TEMPI DA BRUXELLES

In tanti tatticismi, a fianco delle sconfitte del piano di uscita della May troppo debole verso la Ue per i duri e troppo di rottura per gli altri, l’unico punto fermo da tempo è, o meglio era, la data del 29 marzo prossimo. Discende dall’improvvido avvio a Londra il 29 marzo del 2017 dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona e dei due anni di trattativa al termine dei quali, il 29 di questo mese a mezzanotte ora del continente e alle 11 pm ora di Londra, ci sarebbe stata per legge l’uscita del Regno Unito. Doveva essere una mossa propedeutica, una sorta di omaggio al leave, prima delle elezioni anticipate che la May tenne nel giugno del 2017 e che la indebolirono notevolmente. È stata una sciocchezza perché quell'articolo andava invocato quando era chiaro e avviato il lavoro preparatorio all’uscita, cosa che non fu.

Il governo May non è neppure in grado non solo di scegliere come uscire, ma neppure quando uscire

Pascal Lamy, ex braccio destro di Jacques Delors alla Commissione degli Anni 80 e poi a capo del Wto, ha ricordato nei giorni scorsi come gli abili funzionari che avevano bene avviato per parte inglese la discussione su come uscire dalla Ue, settore per settore, furono presto sostituiti da incompetenti che offrivano però superiori garanzie ideologiche di adesione alla Brexit. Il risultato finale è che il governo May non è neppure in grado non solo di scegliere come uscire, ma neppure quando uscire. Ha chiesto una proroga al 30 giugno invece del 29 marzo, e i 27 hanno concesso il 22 maggio se a giorni la May riuscirà finalmente a fare approvare ai Comuni al terzo tentativo il suo piano di uscita, ora presentabile perché cambiato dalle nuove date, e al 12 aprile se, come probabile, non ci riuscirà. Insomma, Londra si fa dettare anche i tempi da Bruxelles. Le date sono queste perché il 23 maggio si incomincia a votare per l’europarlamento e Londra o è fuori, o avrebbe dovuto già dovuto organizzare il voto.

SI RIMPIANGE IL PASSATO SENZA PENSARE AL FUTURO

Da scelta politica di fondo per il futuro del Paese, l’uscita dalla Ue è diventata presto una ideologia, una fede, l’unica forma accettabile di patriottismo e nazionalismo. Troppi politici hanno investito tutta la loro carriera sulla Brexit, in attesa di spartirsi le spoglie. Il tutto doveva portare alla fine, come ha osservato il Guardian al termine di un recentissimo giro d’orizzonte fra i politici europei, all’immagine di una Gran Bretagna «che si è giocata la sua buona reputazione nell’arte della diplomazia, del pragmatismo e del senso del limite». Le preoccupazioni per l’indipendenza nazionale sono profonde e anche comprensibili, e per le isole più ancora, e pochi le esemplificano meglio di David Owen, oggi ottantenne, da giovane un laburista, ministro degli Esteri nel 77-79, brillante speranza della politica inglese, e che nel 1981 proprio perché filo-Mec e contrario alla politica antieuropea del suo partito guidò con altri tre una scissione e fondò il Partito socialdemocratico britannico, estinto 10 anni dopo.

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Oggi Owen è a favore sì di un’unione doganale con Bruxelles, anatema per quelli dell’Erg e per Johnson, ma è per la Brexit. E lo è perché ha riscoperto la forza di quanto dichiarava nel 1962 il suo maestro di laburismo, Hugh Gaitskell, convinto che con l’adesione al Mec (ci sarà nel 1973) Londra si sarebbe giocata «mille anni di storia» indipendente. È vero. Mille anni di passato. E il futuro? Non essendo riusciti davvero a sciogliere questo rapporto tra passato e futuro, grazie anche a tatticismi e giochi vari (dagli Stati Uniti vari gruppi arciconservatori finanziano il leave nel tentativo di mettere la Ue in difficoltà), i politici inglesi sono riusciti a regalare alla loro controparte, i 27 di Bruxelles, il Consiglio e la Commissione, un’immagine di solidità e capacità di manovra che pochi all’inizio di questa storia erano disposti a riconoscere.

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