Br, terrorismo e il mestiere della vittima: un fondo di verità c’è

Massimo Del Papa
19/03/2018

Le parole della brigatista Balzerani fanno scalpore. Ma un'attitudine autocelebrativa di certi cognomi esiste. Solo che non tocca agli ex della lotta armata dirlo. Per rispetto ai superstiti sommessi e atipici.

Br, terrorismo e il mestiere della vittima: un fondo di verità c’è

Se si vuole affrontare serenamente l'affermazione della brigatista Barbara Balzerani alla platea di un centro sociale di Firenze nel 40esimo anniversario di via Fani – «Quello della vittima è diventato un mestiere» – senza strepiti e inutili contorcimenti da social, se la si vuole soppesare alla luce cruda dei fatti, allora si dovrà riconoscere che c'è un fondo di verità. Più di un fondo.

SGRADEVOLE REITERAZIONE DEL DOLORE. Non solo nel terrorismo. Anche e specialmente nell'alone della spoon river di stampo mafioso è fiorita nel tempo una attitudine autocelebrativa che non di rado lascia perplessi. Quando la vittima scade nel vittimismo, quando il suo ruolo di testimonianza necessaria degenera in vittimologia? Quando comincia a riscuotere i suoi prezzi, quando viene arruolata dai partiti e da questi infilata, senz'altra ragione che il trauma pregresso, nelle istituzioni ai massimi livelli, nel para Stato, nella televisione di Stato, nel mondo editorial-culturale. A quel punto si innesca un meccanismo di reiterazione del dolore che somiglia ai saldi di fine stagione e lascia un retrogusto sgradevole anche se rischioso da criticare.

COI COGNOMI SI PUÒ FARE CARRIERA. Di nomi non è necessario farne, ma gli esempi sono sotto gli occhi di tutti e c'è qualcuno che ha fatto carriera quale figlio di un cognome portato a spasso da decenni, con rivolti di gabbana anche sconcertanti, assalti al carro del vincitore di turno. Altri si accontentano della sovraesposizione, della processione per istituti scolastici dove regalano le solite banalità rassicuranti del “non abbassare la guardia, tenere alta la testa, non odiare nessuno” e fanno professione di quel perdonismo cattostrampalato che tanto piace ai media con in testa un'idea meravigliosa: consolare, riappacificare, ricomporre, rassicurare. Come se fosse quello il compito di chi informa.

La “Compagna Luna”, tutto considerato, tutti i torti non ce li ha. Il problema è che non può essere lei a parlare. Anzitutto perché lei e quelli e quelle come lei sono, se si preferisce sono stati, fabbriche di vittime. La sola Balzerani ha in curriculum, oltre al ruolo di primo piano nell'intero delitto Moro a partire dalla strage di via Fani, l'uccisione di Girolamo Minervini, la rivendicazione dell'omicidio del sindaco fiorentino Lando Conti e un bel po' di altre imprese.

LETTURE FARNETICANTI DEGLI EX BR. Se non gradisce l'inflazione di parenti in occasione delle ricorrenze tragiche, cominciasse a praticare un salutare esame di coscienza, a “ripensare”, come dicono i suoi ex colleghi, l'esperienza personale sulla quale non si stanca di riproporre letture farneticanti o di comodo, comunque di una pochezza sconfortante se si pensa che questa è la gente che per anni ha ridotto il Paese a ostaggio della paura. Non da soli, certo, ma insomma i manovali, gli operativi, questi erano.

UNA GARA DI SOVRAESPOSIZIONE. E qui, a proposito di sovraesposizione, non si può scampare una questione ulteriore: chi è più insistente, le vittime con le loro lamentazioni oppure i terroristi coi loro ricordi, i richiami, le nostalgie allucinanti, le dietrologie a volte impuni? Una come questa Balzerani non tace mai, non manca mai, ha preso i suoi ergastoli ma ovviamente è libera, come tutti suoi “colleghi”. Scrive libri, li presenta ovunque, pontifica nei centri sociali, questa è gente che chiamano nelle buone scuole e anche qui ci sarebbe da mettersi qualche mano sulla coscienza o se non altro tra i capelli.

Se una terrorista arriva a irridere su Facebook Moro e poi lo sfrutta, beh, una così non può proprio lamentarsi per l'invadenza di nessuno

Hanno pagato i loro debiti? Poco e male, obietta qualche vittima più o meno di professione, se con i loro pacchi di ergastoli sono stati “reinseriti” alla svelta in quella sorta di amnistia di fatto che Pecorelli preconizzava e che puntuale è arrivata, caso unico nella storia delle democrazie occidentali.

LO STATO NON DEVE INFIERIRE, MA… Ma diciamo pure che è giusto, che se lo Stato ha vinto non deve infierire sugli sconfitti, diciamo che è giusto e normale ascoltare anche la campana di chi ha ammazzato e ha perso la sua partita. Il punto, però, è che quando una terrorista, ex terrorista, come preferite, arriva a irridere su Facebook – «che palle il quarantennale per Moro, chi mi ospita?» – e poi lo sfrutta, beh, una così non può proprio lamentarsi per l'invadenza di nessuno. E non può, dopo, fare la vittima a sua volta se la rimbeccano.

ASSURDO NARCISISMO DEGLI EX BR. Chi ha giocato di più con le parole in tutti questi anni? C'è un narcisismo negli ex della lotta armata che è sconcertante. A chi scrive la Braghetti disse: «Me lo ricordo come un periodo fantastico, irripetibile». Molti lo fanno coincidere con la gioventù, sorta di scoutismo in mitraglietta; tutti scialano in arabeschi sentimentali e ci senti sotto i rimpianti e gli stravolgimenti virtuosi, non terrorismo ma guerra difensiva «al regime delle carceri speciali e delle condanne sommarie». Che è un bel ribaltare la frittata. Spiegano anche che non conveniva, la rivoluzione, perché è andata buca.

Nessuno nella lunga fase del fall out terroristico è stato così presente, interpellato, intervistato, consultato, ammirato, ascoltato, cercato, pubblicato, fotografato, ospitato come i terroristi che furono. Nessuno ha prodotto tanta fluviale, ancorché trascurabile, pubblicistica, memorialistica e perfino qualche romanzetto d'appendice guerrigliera o di autocompiacimento ballista (il libro Il Prigioniero, della citata Braghetti, venne demolito, fatti alla mano, praticamente in ogni sua riga dal magistrato Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo, il prigioniero in questione).

BRUCIATI NELLA SCOMMESSA ESISTENZIALE. Ma chi se non i vecchi sodali del milieu antagonista, dell'album di famiglia, gli scaltri attendisti capaci di fortunate carriere, ha aperto ai più sprovveduti che si bruciarono nella scommessa esistenziale, rivoluzionaria le porte dei partiti, delle case editrici, dei giornali, delle televisioni, dei teatri, delle scuole, nel segno di un dialogo il più delle volte peloso?

MEMORIE DI FENOMENI SOVVERSIVI. Gli sforzi di comprensione di questi grafomani passati dalla rivoltella alla penna si sono dimostrati perlopiù velleitari: sono a loro modo illuminanti le memorie di Mauro Rostagno che affondano nella fase preliminare, studentesca, del fenomeno sovversivo: «Io e Renato [Curcio] vivevamo facendo le supplenze. Si parlava di tutto, di scuola, di come trasformare l'Università, dell'Internazionalismo, del Che Guevara, di Lang, di Freud. Renato mi spaccava le palle con Camus e il suicidio».

E ancora: «Vivevo con Renato e Paolo Palma in una casa abbandonata. Eravamo poveri da far schifo. Rubavamo un casino di mele che mettevamo nella stanza della frutta, tutta la casa era molto profumata. Un giorno arrivò un matto di nome Tito Tomba. Comunicava con gli spiriti ed era vero. Fece un affresco con me nel mezzo, Renato Curcio da una parte e senza una spalla perché non gli voleva bene, Paolo dall'altra».

UMORISMO SURREALE E INVOLONTARIO. Frutta e spiritismo come culla della rivoluzione. Anche le memorie brigatiste di Patrizio Peci sono in certi passaggi di un umorismo surreale quanto involontario. Più in definitiva, margine di confronto non sussisteva e non c'è oggi, ciascuno rimane sulle proprie posizioni, che nel caso dei reduci della lotta armata sono comprensibilmente distorte. Come si narra in un diario tremendo, la testimonianza, straziante e umanissima, di uno fra i meno ricordati e i più torturati, se una classifica del dolore è lecita.

UN URLO MUTO CHE NON TROVA ASCOLTO. L'architetto carcerario Sergio Lenci racconta il suo martirio nel libro Colpo alla nuca. Diario afasico: il commando di Prima linea che lo “semigiustizia” il 2 maggio del 1980 gli lascia una pallottola saldata alle ossa del cranio, che intacca anche le corde vocali. Come uno ritornato dal lager, Lenci capisce che il suo urlo muto non interessa a nessuno: nessuno vuole sentire il racconto dell'esecuzione, della penosa degenza, della atroce convalescenza, dell'impossibile ritorno alla normalità e poi dell'allucinante processo, segno dell'ambiguità poderosa di una macchina statale che vuole solo condurre alla rimozione forzata, fino al tarlo che non smette mai di scavare: perché a me?

Lenci non troverà risposta, malgrado un fitto carteggio con i suoi aguzzini: ed è questa latitanza di una ragione, una ragione seria, discutibile, sostenibile, a ferire di più. Il “perdono” di Lenci è di natura diversa. Formalmente non c'è, ma egli non si nega a un dialogo epistolare con i suoi carnefici, una in particolare, una ragazza che vorrebbe conoscere da lui, dalla sua stessa vittima, le ragioni di un gesto così abietto.

TERRORISTI CHE NON ACCETTANO RISPOSTE. Il rovesciamento dei ruoli, della stessa logica, è allucinante e inutile: la ex terrorista, pur nel suo rimorso sincero, non è in grado di capire altre ragioni che quelle che ha già in testa, non riesce ad accettare le risposte, pazienti, civili, quasi paterne, che le giungono dal suo bersaglio. Il diario si chiude registrando l'ennesima delusione, la sconfitta dell'incomunicabilità, è il ferito a vita che deve dar fondo a tutta la sua riserva di pietà per chi lo ridusse in uno stato pietoso. Sergio Lenci è morto nel 2001 dopo 21 anni di calvario. La via che il Comune di Roma gli ha dedicato nel 2007 non riscatta un solo giorno del suo dolore mite.

MA LE VITTIME SONO PURE ATIPICHE. Lenci era una vittima. Sommersa e sommessa. Non di mestiere: una di quelle che gli ex come Balzerani “rivendicano” e liquidano come effetti collaterali. C'è un'altra vittima atipica, uno che non sopporta neanche lui le “viptime”, come le chiama e sarebbero i professionisti del vittimismo glamour, quelli che smaniano per incontrare gli aguzzini dei loro cari, per farsi fotografare nell'abbraccio complice, sorta di cortocircuito della fama famigerata che sta benissimo ai reduci di entrambe le parti.

Massimo Coco, figlio di Francesco, il primo giudice abbattuto insieme con la scorta dalle Brigate Rosse nel 1976 a Genova, ha scritto Ricordare stanca, libro di dolore composto per dire: no, non chiudo conti aperti come ferite perenni, non se me lo ponete come un obbligo, non sul presupposto dell'irrisione da parte di chi mi ha straziato la vita. Lo hanno compatito in fama di rancoroso.

IL MESTIERE È ANCHE QUELLO DELL'ASSASSINO. Coco ha voltato le sue pagine, è professore di Conservatorio, non cerca ribalte, se lo chiamano trova doveroso non sottrarsi ma sempre con un'ombra di fastidio, quel disagio che nasce dal pudore. Dalla sua pagina Facebook ha semplicemente risposto a Barbara Balzerani: «Ti costringe al mestiere della vittima chi ha scelto il mestiere dell'assassino».

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