Se gli artifici monetari per sostenere la ripresa diventano tossici

Il denaro a pioggia e a tassi zero rischia a lungo andare di creare distorsioni nel sistema economico. Lo dimostrano le tante operazioni M&A e di buyback. Serve intervenire prima che i mercati ne diventino dipendenti.

22 Maggio 2019 11.55
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Platone soleva descrivere Socrate come brutto e insignificante nell’aspetto esteriore, ma dotato interiormente di una straordinaria sapienza. Un esplicito invito a non lasciarsi ingannare dall’apparenza: non bisogna esprimere un giudizio fondato esclusivamente su ciò che si manifesta in superficie.

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Viviamo un’era di denaro facile, quella delle banche centrali che concedono tassi zero o sottozero per facilitare la ripresa e che poi, avendo creato un incentivo all’indebitamento, si occupano di comprare titoli con il Quantitative Easing. Un’era che sembra non dover finire mai: appena una banca centrale cerca di normalizzare la situazione, il mercato emette grida di dolore, suggerendo di rimandare la scelta. E laddove il mercato pare digerire bene il cambiamento, come accaduto negli Usa, ci pensa la Casa Bianca a chiedere che la Fed schiacci il piede sull’acceleratore, anziché alzarlo. Agli elettori le banche centrali accomodanti piacciono, guardano la superficie e si fanno ingannare: il nostro è un mondo diseguale, ci manca solo di avere condizioni difficili. E poi viviamo una crisi provocata dalla scarsità della domanda, un po’ di denaro a pioggia non può che aiutare. Siamo sicuri? Per cogliere l’essenza della realtà, è necessario oltrepassare la scorza, penetrare all’interno delle cose

UN CIRCOLO VIZIOSO CHE RISCHIA DI CREARE DISUGUAGLIANZE

L’acquisto di titoli da parte delle banche centrali provoca un aumento dei prezzi degli asset finanziari, provocando la rivalutazione dei patrimoni. Chi non possiede patrimoni investiti non riceve nessun effetto. Cosa accadrà alle disuguaglianze se chi ha patrimoni diventa più ricco e chi non ne ha resta dov’era? Quanto alla rivitalizzazione della domanda, meglio fermarsi un secondo a pensare: la stagione di denaro a zero ha incentivato ogni forma di investimento per le imprese. Negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è ai minimi storici e la produttività è molto alta: grandi investimenti in tecnologie, processi e automazione hanno generato quindi molta più overcapacity, cioé capacità produttiva, che non aumento della domanda.

Senza i buyback assisteremmo a un clamoroso calo di compratori sui mercati azionari, oltre a un peggioramento di diversi indicatori:

Una “prova” di tutto ciò sta nella prolifica stagione di M&A (fusioni e acquisizioni) e buyback che stiamo vivendo: l’abbondanza di denaro incentiva le grandi aziende a fondersi e a comprare i rivali, riducendo la concorrenza, anche in settori ormai abbondantemente “maturi” (lo scorso anno abbiamo visto AT&T fondersi con Time Warner, e prima Bayer si è comprata Monsanto). L’abbondanza di denaro facilita anche i buyback: e operazioni con cui le aziende usano il capitale in eccesso per comprare le loro stesse azioni per poi cancellarle, facendone salire il prezzo. Uno strumento di ulteriore disuguaglianza perché, a quanto pare, recentemente sta diventando frequente che quando le aziende decidono di comprare le loro azioni, siano i manager della stessa azienda a vendere e incassare. Tanto che l’opposizione dei democratici, nel Congresso americano, sta chiedendo a gran voce di regolamentare e vigilare in maniera più stretta i buyback.

Ma esattamente come si fatica a rinunciare all’effetto dopante delle politiche monetarie accomodanti, allo stesso modo le tenuta delle Borse dipende dal sostegno continuo dei buyback. Dal 2010, infatti, i buyback sono stati, costantemente, la più grande fonte di domanda azionaria negli Stati Uniti. Senza i buyback assisteremmo a un clamoroso calo di compratori sui mercati azionari, oltre a un peggioramento di diversi indicatori: i buyback servono a cancellare azioni e la cancellazione di azioni fa aumentare gli utili per azione e migliora il rapporto fra prezzo e utili. L’interrogativo che diventa necessario porsi, però è: quando ci si accorge che il livello di dipendenza dagli artifici monetari supera ogni soglia di buonsenso, non sarebbe opportuno avviare una faticosa ma salutare “disintossicazione”?

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