Bye-bye made in Italy

Daniele Lorenzetti
30/09/2010

La legge Versace-Reguzzoni resta solo sulla carta.

Bye-bye made in Italy

La legge sul made in Italy è entrata in vigore il 1° ottobre. Ma solo sulla carta. Perché il decreto attuativo preparato dal governo non c’è ancora. O meglio, c’è una bozza di decreto spedita a Bruxelles per un esame preventivo della commissione europea.
Prima di emanarlo, il governo vuole verificarne la compatibilità con la normativa della Ue. Ma secondo gli addetti ai lavori non c’è scampo: la legge italiana è incompatibile con il diritto comunitario. Insomma, un marasma. Al punto che uno dei due padri del provvedimento, Santo Versace, adesso si tira indietro: «L’avevamo voluto solo come una provocazione, per costringere l’Europa a decidere».
Ma ormai tutto il settore del tessile-abbigliamento è entrato in subbuglio. Con la Confartigianato pronta a una mobilitazione nazionale in difesa della legge e delle tantissime microimprese (loro sì, dice l’associazione, produttrici di Made in Italy), e Miuccia Prada decisa invece a sparigliare le carte con la proposta di “multietichette” come Made in India e Made in Perù.
Perché, afferma la signora più chic della moda italiana, la manifattura ormai non può essere localista. E così, la partita sulle etichette di borse e maglioncini tiene con il fiato sospeso un settore-chiave dell’economia nazionale, una galassia da quasi 500 mila addetti.
Ma che vuol dire made in Italy? Considerando le quattro fasi della produzione di un capo, cioè filatura, tessitura, nobilitazione e confezione, fino al 30 settembre scorso per definirlo “Made In” bastava solo l’ultima. Invece, la legge Versace-Reguzzoni  (approvata con maggioranza bulgara e bipartisan nel marzo 2010 e così chiamata dal nome dei suoi autori, Santo Versace, fratello della stilista Donatella, e Marco Reguzzoni, attuale capogruppo della Lega alla Camera), ne richiederebbe almeno due.
Il provvedimento, che nelle intenzioni avrebbe dovuto mettere uno stop ai “furbetti del cashemirino”, ha provocato un putiferio, dividendo anche il pianeta delle piccole imprese e dei terzisti. Da un lato della barricata i tessitori, dall’altro i confezionisti: tutti intenti a tirare dalla propria parte la coperta del nuovo made in Italy.

Dall’Europa sussurrano: abolite la legge

«A questo punto, sarebbe meglio fare un passo indietro e cancellare del tutto la legge», sostiene con lettera43 Cristiana Muscardini, vicepresidente Pdl della Commissione commercio internazionale dell’Europarlamento, «perché quella commerciale e della concorrenza è una materia di esclusiva competenza dell’Unione. Così com’è, la legge Reguzzoni-Versace rischierebbe di essere una zavorra per i nostri imprenditori».
Tra l’altro, mercoledì 29 settembre, è stato approvato dalla stessa commissione commercio un regolamento sull’etichettatura europea che, se otterrà il via libera dell’Europarlamento, potrebbe mettere la parola fine alla guerra. Il testo che andrà in aula propone di inserire su ogni capo un codice a barre.
Nei negozi, come al supermercato, un lettore ottico potrà “scaricare” tutte le informazioni: provenienza dei tessuti, luogo di produzione, di tintura, di confezionamento ed eventuali precauzioni per la salute.
Happy end in vista, allora? Non è detto, visto che nei corridoi di Bruxelles i giganti della grande distribuzione e le multinazionali della moda stanno facendo gentilmente pesare la loro voce contraria. Poi ci sono gli altri Paesi, con i governi svedese e tedesco che cercano di prendere tempo.
Sbotta Riccardo Marini, il presidente dell’Unione industriale pratese: «La verità che nessuno vuol dire è che certi grandi marchi dovrebbero svelare dove realizzano i loro prodotti. Perché sapere che un pezzo, magari venduto a cifre da capogiro, è fabbricato in Cina o in Vietnam non è gradevole».

7mila aziende chiuse negli ultimi cinque anni

Mentre ai piani alti si combatte la guerra sui codicilli, le aziende più deboli annaspano (ben 7 mila hanno chiuso i battenti in cinque anni) con l’inevitabile emorragia di addetti (dal 2005, secondo i dati di Sistema Moda Italia, il settore ha perso circa 45 mila lavoratori).
A Biella, stanno andando all’asta interi pezzi di storia della tessitura italiana come la storica Bloto Baldo di via Rosselli e il vecchio fabbricato del Lanificio di Lessona di Cossato. La crisi,  raccontavano gli insider durante il recente Salone del tessile di Milano Unica, ha fatto da grande filtro accelerando il declino di chi era già in sofferenza.
E la notizia che le legge finirà nelle secche ha fatto tornare sugli scudi il pianeta delle piccole aziende del tessile, spalleggiato in parlamento dalla Lega.
È il preludio alla prossima battaglia, quella tra localisti e globalisti della manifattura, tra la Padania che invoca la tutela delle nostre piccole imprese e la provocazione di Miuccia Prada: «Occorre riconoscere le altre identità, le altre abilità. Il Made in Italy va difeso in altro modo. Creando, per esempio, scuole rivolte alle maestranze». Chissà se basterà la mediazione dell’Europa a evitare lo show down.