Cable da Melbourne

Gabriella Colarusso
09/12/2010

Nel blog di Assange matematica, filosofia e infowar.

Cable da Melbourne

Un illuminato. Il Robin Hood del XXI secolo. Un eroe romantico in codice binario. Un esaltato. Un paranoico. Un antisociale ossessionato dall’utopia della trasparenza assoluta. Genio o pazzo? E se invece fosse solo eretico? Julian Assange, il fondatore di Wikileaks arrestato a Londra con l’accusa di stupro, sfugge alle definizioni. Le rivelazioni sul suo passato, le bufale e le mezze verità, si moltiplicano alla stessa velocità dei suoi cable diplomatici. Ma il corsaro di Wikileaks resta un uomo ombra.
Perché fa quello che fa? Chi lo muove? Chi lo paga? Sarà al soldo della Cia, della Cina o di Google? È un idealista o una spia? Le elucubrazioni sul suo conto sono diventate un’ossessione internazionale, ma chissà che dietro quella faccia da nerd impenitente, pallida e solitaria, non ci sia solo un uomo troppo umano. Qualche risposta sull’Assange-pensiero la si può forse trovare in questo blog, che il fondatore di Wikileaks ha aggiornato dal 2003 al 2007, quando studiava fisica e matematica all’università di Melbourne.

La verità nei numeri

Ci sono citazioni, codici, poesie. Soprattutto, c’è il pensiero scientifico del Novecento. Matematica, fisica, algebra. La sfida di Assange alla nostra costruzione sociale della realtà, e della verità, è tutta lì, nei numeri. Qualche giorno fa, in chat con i lettori sul sito del The Guardian, il “Wikiman” si è rammaricato di non essere riuscito a mantenere anonima l’organizzazione: «All’inizio, ho lavorato duramente affinché non avesse un volto, come quella dei matematici anonimi francesci, i Bourbaki. Ma in poco tempo, questa scelta ha comportato l’arrivo di diversi impostori, gente che si spacciava per noi».
Il collettivo a cui fa riferimento Assange nacque nel 1935 in Francia, quando un gruppo di scienziati impertinenti decise di rivoluzionare i manuali della matematica moderna, elaborando testi il cui grado di scientificità fosse direttamente proporzionale al livello di trasmissibilità dei contenuti: più rigore ma anche maggiore accessibilità da parte di una comunità vasta che non comprendesse solo gli accademici. Il tutto, in forma anonima.
Da Bourbaki ad Alan Turing, padre dell’informatica, l’utopia della trasparenza di Wikileaks si è nutrita del pensiero scientifico, computazionale e matematico del XX secolo. E non è un caso se, nella sua sfida contro «l’opacità del potere», Assange sembri più interessato alla dimensione quantitativa del conflitto che non a quella qualitativa, cioè al numero, sempre più elevato, di violazioni al sistema che i suoi hacker riescono a mettere a segno. Le prime leaks furono di 50mila file riservati, poi 100mila, poi 250mila.

La misura e la percezione

Nel blog, il pirata australiano parla di Verità, Giustizia, Trasparenza, in termini di A che segue B, che produce C, che ritorna ad A. Il 30 luglio del 2006, scrive: «Noi tutti abbiamo degli istinti emotivi che reagiscono alla nostra percezione del mondo. L’interazione tra queste reazioni definisce la società. Se percepiamo diversamente, reagiamo diversamente. Una classe importante di percezioni è quella delle cose che possiamo misurare. Misurando diverse cose possiamo cambiare le nostre percezioni. Cambiando le nostre percezioni, possiamo modificare le nostre reazioni. Modificando le nostre reazioni possiamo cambiare la società». Calcolo, misura, reazione.
Ma nei suoi post Assange parla anche di Émile Zola, Edmundo Paz Solden, di Bertrand Russell, condivide codici, ragiona sulle origini dell’ “hacktivismo”, pianifica la “lotta”, racconta di un bar, di un cantiere e di una donna, piange per la morte dell’amico Kurt Vonnegut, discetta di cospirazione, complotti, segretezza. E il 29 agosto del 2007, proprio quando «ci sembra che ogni speranza sia persa», annuncia la guerra che verrà, l’infowar il cui campo di battaglia, come ha scritto lo stesso sito in questi giorni di caccia all’uomo, sarà Wikileaks.
«La gente dimostra […] di aver fame di Verità. Ed ecco la Verità che la libera dalle manipolazioni […]. Siano benedetti i profeti della Verità, i suoi martiri, i Voltaire e i Galileo, i Gutenberg e gli Internet, i serial killer della delusione, quegli ossessivi sabotatori della realtà, che distruggono ogni edificio putrido fino a farne macerie su cui far crescere il nuovo».
Genio o pazzo? O solo eretico? Giudicate voi.