Calenda vuole Gentiloni alla guida del “nuovo” Pd

Francesco Pacifico
08/03/2018

Il ministro, neo-iscritto, vuole arginare l'ala sinistra di Orlando ed Emiliano. E preme perché a guidare il partito sia il presidente del Consiglio. Che per il momento prende tempo. 

Calenda vuole Gentiloni alla guida del “nuovo” Pd

Primo passo entrare nel Pd. Secondo step riorganizzare un'ala liberale e laica al Nazareno per evitare che – dopo la débâcle renziana – il partito perda l'approccio centrista conquistato in questi anni e torni nella mani della sinistra degli Andrea Orlando e Michele Emiliano. Terzo – soprattutto – far decollare la stella di Paolo Gentiloni come nuovo leader del Partito democratico, da sempre restio ad abbandonare i panni del civil servant. Altro che mossa del premier per vendicarsi di Matteo Renzi. Sarebbero queste le motivazioni che avrebbero spinto Carlo Calenda a prendere la tessera nel Nazareno, in maniera poi così plateale, annunciando la cosa a 24 ore dalla sconfitta elettorale che ha chiuso l'era del renzismo.

QUESTIONE DI AFFIDABILITÀ. Nell'ultima settimana Calenda avrebbe comunicato la sua decisione a tutti i maggiorenti dell'ala ex rutelliana del partito e ad alcuni ministri. Soprattutto avrebbe discusso della cosa con Gentiloni, al quale avrebbe chiesto di fare un passo avanti per mettersi in lizza per il dopo Renzi. Ipotesi rigettata dal premier, vuoi perché è impegnato a tenere le fila del Paese in una fase a dir poco caotica – è stato lui a rassicurare Angela Merkel e Jean-Claude Juncker sull'affidabilità dell'Italia dopo le vittorie di Matteo Salvini e Luigi Di Maio – vuoi perché non ha mai amato i riti e le liturgie di partito. Ma secondo Calenda sarebbe proprio l'attuale presidente del Consiglio l'uomo perfetto per guidare un partito che deve rappresentare la moderazione e il riformismo in Italia. In attesa che Gentiloni cambi idea, Calenda entra al Nazareno. Lui smentisce di avere mire sulla segreteria, ma le correnti centriste guardano a lui per un altro obiettivo: serrare le fila e creare uno zoccolo duro che al prossimo congresso sia in grado di creare un'area omogenea che peschi anche tra gli ex renziani come Graziano Delrio. Doti, quelle di organizzatore, che Calenda ha dimostrato di possedere già quando mise in moto la macchina di Italia Futura per il suo mentore Luca Cordero di Montezemolo.

E pensare che il ministro uscente dello Sviluppo non aveva alcuna intenzione di fare questo passo. Non a caso lo scorso dicembre, intervistato da Stefania Rossini per l'Espresso, aveva confessato di averci «provato in passato ed è stato un disastro». Di più, aveva anche raccontato di essere «andato al Nazareno e ho chiesto se ci fosse un posto dove mettere a disposizione le mie competenze, per esempio un comitato sulla globalizzazione, che però non c’era. Qualche mese fa ci ho riprovato dicendo pubblicamente che con un Pd che avesse recuperato lo spirito riformista mi sarei impegnato volentieri». Risultato? Nessuno. «Mi avesse telefonato, che so, il segretario provinciale di Frosinone!», Per concludere che «la verità è che il Pd è un circolo chiuso». E, se non bastasse ancora, aveva mandato a dire al Nazareno che era molto più divertente essere «iscritto alla Federazione giovanile comunista quasi trent’anni fa. Mi piaceva molto fare politica e anche solo impastare le pizze alla Festa dell’Unità».

IN TRE MESI QUALCOSA È CAMBIATO. Per non parlare del fatto che Calenda, restio dopo la fragorosa disfatta del 2013 a candidarsi alle Politiche, si era speso non poco anche per la lista +Europa di Emma Bonino. Eppure in questi tre mesi, tra l'intervista concessa al settimanale del gruppo Espresso e le elezioni, qualcosa deve essere cambiato se il nostro ha deciso di iscriversi al Pd. Intanto è svanito il progetto boniniano, mentre l'impasse nella vicenda Ilva e il compromesso sulla questione di Embraco ne hanno intaccato l'immagine di ministro. Calenda avrebbe visto un certo raffreddamento in quello che considerava un ambiente a lui familiare come Confindustria. Non a caso nelle ultime ore ha criticato il presidente Vincenzo Boccia per essersi avvicinato ai Cinquestelle e non avergli riconosciuto alcun merito nella stesura della piattaforma Industria 4.0. Anche per questo, sempre più solo, ha deciso di giocarsela in una partita complessa e difficile come la ricostruzione del Pd. Che lui vorrebbe guidato da Gentiloni.

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