Cosa dice il rapporto sul cambiamento climatico dell’Onu

Presentato il nuovo dossier dell'Ipcc, il comitato scientifico delle Nazioni unite sul clima. Con il riscaldamento globale aumenteranno fame e migrazioni.

08 Agosto 2019 11.19
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Il riscaldamento globale causato dall’uomo farà aumentare la siccità e le piogge estreme in tutto il mondo, pregiudicando la produzione agricola e la sicurezza delle forniture alimentari. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma anche il Mediterraneo è ad alto rischio di desertificazione e incendi. Lo scenario quasi apocatilittico è stato disegnato dal rapporto Cambiamento climatico e territorio realizzato dal comitato scientifico dell’Onu sul clima, l’Ipcc.

RAPPORTO STILATO DA 66 RICERCATORI

Già nell’ottobre del 2018 l’Ipcc aveva pubblicato il famoso rapporto sul clima nel quale avvertiva che, se il mondo non avesse ridotto subito l’emissione dei gas serra, già nel 2030 il riscaldamento globale avrebbe potuto superare la soglia di +1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Il nuovo dossier si concentra sul rapporto fra il cambiamento climatico e il territorio, studiando le conseguenze del riscaldamento su agricoltura e foreste. Il lavoro è stato realizzato da 66 ricercatori da tutto il mondo, fra i quali l’italiana Angela Morelli. Anche con un riscaldamento globale a 1,5 gradi dai livelli pre-industriali (l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015), vengono valutati «alti» i rischi da scarsità d’acqua, incendi, degrado del permafrost e instabilità nella fornitura di cibo.

COSA SUCCEDE SE L’AUMENTO SUPERA I 2 GRADI

Ma se il cambiamento climatico raggiungerà o supererà i 2 gradi (l’obiettivo minimo di Parigi), i rischi saranno «molto alti». Con l’aumento delle temperature, la frequenza, l’intensità e la durata degli eventi legati al caldo, comprese le ondate di calore, continueranno a crescere nel 21/o secolo, prevede lo studio. Aumenteranno la frequenza e l’intensità delle siccità, particolarmente nella regione del Mediterraneo e dell’Africa meridionale, come pure gli eventi piovosi estremi. La stabilità delle forniture di cibo è previsto che calerà all’aumento della grandezza e della frequenza degli eventi atmosferici estremi, che spezzano la catena alimentare.

Livelli aumentati di CO2 possono anche abbassare le qualità nutritive dei raccolti. Nelle regioni aride, il cambiamento climatico e la desertificazione causeranno riduzioni nella produttività dei raccolti e del bestiame. Le zone tropicali e subtropicali saranno le più vulnerabili. Si prevede che Asia e Africa avranno il maggior numero di persone colpite dall’aumento della desertificazione, mentre Nord America, Sud America, Mediterraneo, Africa meridionale e Asia centrale vedranno aumentare gli incendi. I cambiamenti climatici possono amplificare le migrazioni sia all’interno dei paesi che fra un paese e l’altro. Eventi atmosferici estremi possono portare alla rottura della catena alimentare, minacciare il tenore di vita, esacerbare i conflitti e costringere la gente a migrare. Il cambiamento climatico inoltre aumenterà gli impatti economici negativi della gestione non sostenibile del territorio.

RISCALDAMENTO PIÙ INTENSO SULLA TERRAFERMA

Le temperatura media sulla superficie terrestre dall’età pre-industriale a oggi è aumentata di quasi il doppio rispetto alla temperatura media sull’intero globo. «Dal periodo 1850-1900 al periodo 2006-2015», si legge ancora nella dossier, «la temperatura dell’aria sulla superficie terrestre è aumentata di 1,53 gradi (una media fra 1,38 e 1,68), mentre la temperatura media globale è aumentata di 0,87 gradi (media fra 0,75 e 0,99)». «Il riscaldamento si è tradotto in un aumento della frequenza, intensità e durata degli eventi legati al caldo, comprese le ondate di calore. La frequenza e l’intensità delle siccità è aumentata in alcune regioni (comprese Mediterraneo, Asia occidentale, molte parti del Sud America, gran parte dell’Africa e Asia nordorientale) e c’è stato un aumento nell’intensità degli eventi piovosi estremi su scala globale». «Il riscaldamento globale può esasperare il processo di degrado del suolo», ha spiegato ancora il rapporto, «attraverso aumenti dell’intensità delle piogge, inondazioni, frequenza e gravità delle siccità, stress da calore, vento, aumento del livello del mare e dell’azione delle onde, fusione del permafrost».

LE SOLUZIONI: AGRICOLTURA SOSTENIBILE E FORESTE

Produzione sostenibile di cibo, gestione sostenibile delle foreste, gestione del carbonio organico nel suolo, conservazione degli ecosistemi, ripristino del territorio, riduzione della deforestazione e del degrado, riduzione della perdita e dello spreco di cibo. Sono questi, secondo il rapporto, gli strumenti per ridurre le emissioni di gas serra, e quindi il riscaldamento globale, attraverso la gestione del territorio. Secondo lo studio, alcune misure hanno un impatto immediato, mentre altre richiedono decenni per ottenere risultati. Sono immediatamente efficaci la conservazione degli ecosistemi che catturano grandi quantità di carbonio, come le paludi, le zone umide, i pascoli, le mangrovie e le foreste. Nelle grandi aree verdi, piante e alberi catturano l’anidride carbonica dell’atmosfera e la conservano in tronchi e foglie. Questi in seguito si decompongono a terra e lasciano la CO2 imprigionata nel terreno (il cosiddetto carbonio organico nel suolo). Sono invece misure di lungo periodo la forestazione e riforestazione, il ripristino di ecosistemi ad alta cattura di carbonio, le attività agroforestali, il ripristino dei suoli degradati.

LA NECESSITÀ DI RIVEDERE LA PROPRIA ALIMENTAZIONE

Nel dossier Ipcc si legge anche che per frenare i cambiamenti in atto sarebbe necessario modificare le proprie abitudini alimentari: «Diete bilanciate, con alimenti a base di vegetali e di fonte animale prodotti con sistemi sostenibili e a basse emissioni, presentano grandi opportunità per l’adattamento e la mitigazione (del cambiamento climatico, ndr.), mentre generano significativi benefici accessori in termini di salute umana. Al 2050, cambi nella dieta potrebbero liberare diversi milioni di km quadrati di territorio e fornire un potenziale tecnico di mitigazione da 0,7 a 8,0 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 all’anno». Oggi, si legge ancora nel dossier, il 25-30% della produzione alimentare viene persa o finisce nella spazzatura. Se si eliminasse questo spreco, si taglierebbero anche i gas serra: perdita e spreco di cibo contribuiscono per un 8-10% alle emissioni climalteranti dell’uomo. «La riduzione delle perdite e dello spreco di cibo può abbassare le emissioni di gas serra e contribuire all’adattamento al cambiamento climatico, attraverso la riduzione del territorio richiesto per la produzione alimentare. Nel periodo 2010-2016, perdita e spreco globali di cibo hanno contribuito per un 8 – 10% alle emissioni di gas serra di origine umana. Al momento, il 25-30% della produzione globale di cibo è persa o sprecata».

GREENPEACE: ENNESIMO INVITO A CAMBIARE POLITICHE

«Alla luce del nuovo rapporto, i governi dovranno aggiornare e migliorare i propri piani d’azione per mantenere l’innalzamento delle temperature globali sotto il grado e mezzo. Lottare contro i cambiamenti climatici è complicato, ma le soluzioni ci sono e bisogna agire immediatamente». Lo ha dichiarato Martina Borghi, della campagna foreste di Greenpeace Italia. «Chiediamo ai governi e alle multinazionali di promuovere pratiche agricole sostenibili ed ecologiche, ma nel frattempo anche noi possiamo fare la nostra parte», ha aggiunto, «una dieta più sana, con meno carne e pasti più ricchi di verdure e proteine di origine vegetale, aiuterà a migliorare l’equilibrio tra ecosistemi naturali e terreni per la produzione agricola».

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