Campania avvelenata

Enzo Ciaccio
02/02/2011

Storia di un disastro ambientale senza precedenti.

Campania avvelenata

«Stiamo buttando in atmosfera i gas biologici: che cosa dobbiamo fare peggio di questo? Il 40% del fango viene sversato direttamente nel mare, sono stati superati tutti i limiti imposti per le emissioni in atmosfera. Stiamo rovinando gli impianti… con danni patrimoniali e danni all’ambiente… che sicuramente configurano il reato di disastro ambientale».
CAMPANIA AVVELENATA. Così racconta il suo orrore in una delle tante intercettazioni rilevate, datata dicembre 2007, uno dei 14 arrestati, Generoso Schiavone, responsabile della gestione acque per i depuratori della Regione Campania. E aggiunge, parlando concitato a un ignoto interlocutore: «Adesso dimmi tu… che sei una persona onesta: ma tu te la sentiresti di andare avanti così?».

La consapevolezza del disastro

Parole chiare. Amare. «E inequivocabili, perchè da esse traspare la piena consapevolezza del disastro creato cui non ha fatto riscontro alcuna denuncia», afferma la procura di Napoli che ha proceduto a 14 ordinanze di custodia cautelare (otto in carcere e sei ai domiciliari) e ha iscritto nel registro degli indagati 38 persone, tra cui l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino, il capo della sua segreteria politica Gianfranco Nappi, l’ex assessore regionale Luigi Nocera.
Tra gli arrestati, nomi più che eccellenti: l’ex prefetto e commissario ai rifiuti Corrado Catenacci, l’ex numero due di Guido Bertolaso ai vertici della Protezione civile, Marta Di Gennaro (leggi l’articolo). E poi subcommissari, tecnici del commissariato, il dirigente del settore ecologia della Regione, l’ex direttore generale del ministero dell’ambiente.
SVERSAMENTI IN MARE DAL 2006. Le accuse: associazione per delinquere, truffa, reati ambientali. E ancora: traffico illecito di rifiuti, falsità in atto pubblico. La procura di Napoli ritiene di aver accertato che gli accusati, esponenti dell’amministrazione pubblica e di società private, dal 2006 in poi abbiano in combutta tra loro consapevolmente sversato in mare, contravvenendo alle norme vigenti, tonnellate di percolato, il residuo venefico prodotto dalle discariche di rifiuti e dagli impianti di trattamento.
Le ricadute in termini di ulteriore inquinamento sulle coste della Campania, in particolare quelle del litorale domiziano e orientale, sarebbero per i magistrati «devastanti e prolungate». Ma la “bomba”, scoppiata grazie alle pazienti indagini svolte dai carabinieri del Noe e a un bravo appuntato dei carabinieri, Giovanni Parascandola, che per mesi ha svolto indagini per conto proprio, non giunge inaspettata.

Il depuratore che invece di depurare inquina

Da anni ci si chiede che fine facciano in Campania il percolato e gli altri veleni che un sistema di smaltimento rifiuti inadeguato e mai davvero funzionante produce in quantità incontrollata e di sicuro superiore a quella prodotta se gli impianti fossero efficienti. La scelta di liberarsi del percolato non attraverso i sistemi previsti dalla legge ma usando i famigerati depuratori di Cuma, Napoli est, Nola e degli altri dislocati in regione dimostra – secondo i magistrati – la “volontà” truffaldina degli accusati. Perchè è una scelta fuorilegge. E perchè si sa che non potrà che produrre effetti devastanti.
Si tratta infatti di impianti obsoleti e mai davvero produttivi, nati da appalti da sempre sotto tiro, ripetutamente messi sotto sequestro e carichi di storie gestionali a dir poco avventurose. Il disastro ambientale consolidato e irreversibile che da anni si registra ormai lungo la costa domiziana a nord di Napoli ne costituisce la più drammatica testimonianza. Tanto da sfociare nel paradosso.
Un esempio: nell’estate del 2009 i dipendenti del depuratore di Cuma si astennero per alcuni giorni dal lavoro bloccando l’attività. Ebbene, le agenzie di verifica ambientale accertarono che proprio in quei giorni le condizioni del mare lungo la costa domiziana risultarono di gran lunga “meno peggiori” rispetto ai periodi in cui il depuratore era stato in funzione. Insomma: quel depuratore, invece di depurare, inquina.
LO SMALTIMENTO FAI DA TE. E di inefficiente e inquietante, nel disastrato e fallito sistema di smaltimento napoletano, c’è ancora tanto da mettere a fuoco. I camion, per esempio, che trasportano i rifiuti verso le discariche dovrebbero viaggiare ermeticamente chiusi. Invece, viaggiano spesso con l’immondizia protetta solo da un telone. Basta seguire per qualche chilometro uno dei questi automezzi per vedere i fiumi di percolato che perdono strada facendo. E che finiscono nei campi coltivati tutt’intorno.
E ancora: chi non è estraneo al problema rifiuti in Campania sa bene che l’alternativa al sistema di smaltimento illecito escogitato dagli accusati della procura di Napoli è stato finora l’affidarsi a ditte criminali che in silenzio e a prezzi stracciati risolvono “aumm aumm” il fastidioso problema. Spesso, scegliendo una soluzione identica a quella scoperta dai magistrati. Cioè, gettando i veleni in mare. Oppure colmando di materiale altamente tossico i laghetti (sono centinaia, una volta erano stupendi) che si susseguono lungo la martoriata costa domiziana. O ancora sistemando il nauseante carico dentro qualche profonda buca da ricoprire nottetempo.

I possibili intrecci con la Camorra

C’è da chiedersi, tra l’altro, se e quanto emergerà dalle indagini dei possibili intrecci fra questi funzionari e la fitta ragnatela di organizzazioni criminali che nel mondo dello smaltimento da sempre la fa da padrone in Campania. Chi trasportava il percolato verso mete non autorizzate e anzi illegali? Con quali camion? Chi guidava i camion? E di chi sono questi camion?
Interrogativi legittimi, visto che sbirciando fra le intercettazioni sembra davvero di ascoltare dialoghi non diversi da quelli in cui agiscono – nei film come Gomorra e nella triste realtà – i professionisti del traffico criminale di rifiuti. Il 10 dicembre 2007 il funzionario Generoso Schiavone allude al depuratore di Napoli est. E dice che «il problema non si riesce a risolvere perchè c’è di mezzo il bambinello che è inamovibile politicamente, ma tecnicamente non capisce niente».
LA MANCATA MANUTENZIONE. E il giorno dopo, parlando con Gaetano De Bari, della Hydrogest, la società che gestisce il depuratore di Cuma, il funzionario Schiavone dice che le colpe del disastro in atto sono «della mancata manutenzione dell’impianto e del fatto che la società non vuole spendere nulla». E più avanti ancora, in un’altra telefonata: «Hai capito, questi quattro mariuncielli ladruncoli…».
Man mano che il tempo passa, cresce la consapevolezza degli intercettati che le cose si stanno complicando e che prima o poi c’è il rischio di essere scoperti. «Con i depuratori sta succedendo una guerra!», confida allarmato un intercettato. E ancora, Vittoria La Sala, il 14 dicembre 2007: «Il problema sta esplodendo, stanno cercando di trovare soluzioni…».
Il 26 dicembre 2007 Schiavone esprime l’urgenza di rimettere i depuratori «in piena funzionalità» perchè si sa che «gli impianti fanno schifo come anche la depurazione… le carte sono in mano alla magistratura… ho visto le foto… c’è un tappeto di fango». E il 19 dicembre, in un’altra telefonata, presagisce che al massimo si farà «qualche settimana al carcere di Poggioreale, ma più di uno salterà per aria. Avremmo potuto recuperare nel modo migliore», conclude amaro, «invece siamo finiti con la ‘capa (la testa) ‘int ‘a cascetta». Cioè tutti in malora.