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Le conseguenze sui coltivatori di cannabis dopo la sentenza della Cassazione

Le conseguenze sui coltivatori di cannabis dopo la sentenza della Cassazione

Tra i produttori regna l’incertezza. Anche chi rispetta tutti i parametri sulla percentuale di Thc non sa se fermarsi oppure no. Salvini continua la sua campagna politica, mentre investimenti e posti di lavoro sono a rischio.

31 Maggio 2019 20.10

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C’è amarezza tra i piccoli e medi produttori che hanno dato vita a una nuova attività nel settore della cannabis light e che ora, dopo la sentenza della Cassazione a Sezioni Unite, temono che i loro progetti e i loro risparmi vadano (quelli sì) in fumo. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini continua a ripetere: «C’è una sentenza e le sentenze di solito si rispettano. Ero e resto convinto che la droga fa male». Ma stiamo davvero parlando di sostanze stupefacenti?

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INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO A RISCHIO

«Ho investito decine di migliaia di euro in una nuova attività e questa campagna politica è sbagliata. Non solo perché mette a rischio i posti di lavoro di un settore in espansione, ma perché criminalizza un mondo che nulla ha a che vedere con la droga», racconta un ex manager milanese che ha deciso di darsi alla coltivazione di canapa e che colloca il verdetto della Cassazione in un più generale clima politico che demonizzerebbe la cannabis.

CON LA CANAPA SI FANNO ANCHE FARINE E BIRRA

Prosegue l’ex manager: «Con la canapa si fanno soprattutto alimentari e carta. Io mi occupavo e mi occupo di marketing e ora in due anni, da quando la legge lo ha permesso, ho creato cinque posti di lavoro: produciamo farine e birra attraverso le 62 varietà lecite che hanno un principio attivo entro i limiti e se un raccolto li sfora bisogna consegnarlo ai carabinieri che portano tutto alla distruzione».

I BENEFICI PER L’AMBIENTE

Una volta «si usava normalmente la carta di canapa e anche sui cordami eravamo tra i principali produttori mondiali. Ricordo che la cannabis non ha bisogno di pesticidi, rivitalizza i terreni esausti, sfrutta pochissima acqua e produce materiale sostitutivo della plastica. È chiamata il maiale delle piante perché non si butta via niente, se ne sfrutta il 98%. Temi importanti per l’ambiente, oppure no?».

TRA I PRODUTTORI REGNA L’INCERTEZZA

Detto in parole povere, tra i produttori regna l’incertezza. Come conferma Ernesto Tiberi, 56 anni, coltivatore di semi e infiorescenze di canapa a Norcia: «Già prima di questa sentenza c’era un clima di grande confusione che ci ha suggerito di ridurre le nostre piantagioni, tanto che quest’anno la semina della canapa da seme non è andata oltre i tre ettari e se in passato abbiamo anche coltivato fino a 5 mila piantine da fiore, adesso ci fermeremo a 800».

UNA SENTENZA POCO COMPRENSIBILE

Tiberi è il titolare dell’azienda agricola “Le Terre di Quarantotti” che della coltivazione della canapa ha fatto un esperimento più che un vero e proprio business. «Ma col tempo ci siamo molto documentati, volendo fare le cose per bene e soprattutto a rigore di legge», tiene a precisare. Se la Cassazione «ha ritenuto fuori legge la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis come l’olio, le foglie, le infiorescenze e la resina, come fa a dire che può essere invece commercializzata quella a esclusivo uso medico?».

IL NODO DELLA PERCENTUALE DI THC

Occorre quindi leggere attentamente le motivazioni dei giudici: «La cannabis per non aver un‘efficacia drogante deve avere una percentuale di Thc inferiore allo 0,6. A prevalere deve essere quindi il Cbd, vale a dire la molecola del cannabidiolo, usata in farmacologia. La produzione che esce dalle mie terre», conclude Tiberi, «rispetta rigorosamente questi parametri. E allora: posso continuare a coltivare e vendere, oppure mi devo fermare?».

PERSISTE IL VUOTO NORMATIVO

Uno dei motivi di discussione è proprio l’interpretazione del verdetto della Cassazione, secondo cui vendere i derivati della cannabis è reato «salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante». Persiste quindi il vuoto normativo di cui soffre la legge 242 del 2016. La norma permette la vendita dei derivati della canapa purché il Thc sia inferiore allo 0,6%. Ma è stata fatta per supportare, agevolare e promuovere la filiera dalla canapa industriale, escludendo gli utilizzi ricreativi e medici. Non regolamenta quindi in nessun modo l’assunzione delle infiorescenze da parte dell’uomo, modalità d’uso che nel testo non viene mai citata.

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