Perché l’obbligo per le radio di trasmettere canzoni italiane non servirebbe

18 Febbraio 2019 14.26
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La proposta di legge sulle "quote italiane" in radio che ha come primo firmatario il leghista Alessandro Morelli non convince nemmeno i discografici del nostro Paese che in teoria dovrebbero esserne i primi beneficiari. Così come è formulato, l'obbligo di trasmettere una canzone italiana ogni tre, spiega Enzo Mazza, Ceo di Fimi (Federazione industria musicale italiana), sarebbe come minimo poco efficace. «Ma l'idea di cercare spazi e promozione per i giovani talenti invece è positiva», spiega Mazza, «se c'è l'intenzione di intervenire su questo, sarebbe positivo aprire un tavolo di confronto. Così come tra gli interventi urgenti, indicherei quelli contro la pirateria». Ma le quote, quelle proprio no. Ecco i tre principali motivi per cui l'obbligo di inserire nella programmazione radiofonica nazionale una canzone italiana ogni tre non funziona.

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1. LA DISARTICOLAZIONE DELLE SCELTE MUSICALI

La proposta di Morelli si basa sul presupposto che la programmazione radiofonica sia centrale nell'orientamento dei gusti degli ascoltatori, e tuttavia non è più così, almeno per le fasce di pubblico più giovani. «I servizi di streaming e le playlist orientano le scelte dei ragazzi molto di più delle radio: sono le segnalazioni dei coetanei, la condivisione dei contenuti tra pari a determinare il successo di un brano. La radio ovviamente ha ancora una sua importanza, ma è soprattutto attraverso YouTube e Spotify che un brano si impone all'attenzione dei più giovani». Secondo un'analisi di Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry), la Federazione che in Italia è rappresentata da Fimi, «il 59% degli utenti attivi online usa servizi di video streaming musicali (il 49% su YouTube, il restante 10% su altri siti di video streaming), il 17% usa un servizio di audio streaming a pagamento e il 24% un servizio audio streaming gratuito. Il 94% dei giovani consumatori (16-24 anni) ascolta musica da uno smartphone e il 52% di loro usa un servizio streaming a pagamento».

2. LE DIFFICOLTÀ A DEFINIRE COSA È "ITALIANO AL 100%"

Nella proposta del leghista Morelli, «le emittenti radiofoniche, nazionali e private, riservano almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione». Morelli cita ad esempio la Francia, con la legge Toubon del 1994. Questa norma, tuttavia, contiene un vincolo sulla lingua, non su nazionalità di autori, cantanti, incisione e produzione. «Non è semplicissimo definire la "produzione italiana". Se un cantante italiano incide a Los Angeles e poi il disco è prodotto in Italia come lo consideriamo? Oppure prendiamo il caso di Jovanotti, prodotto da Rick Rubin. Non possiamo considerarlo italiano? Spesso autori italiani si appoggiano a case straniere per avere successo e vendere all'estero. Per noi questa è una cosa positiva». Ci sono poi i casi di remix di brani italiani con interventi di cantanti stranieri, la composizione di tracce che possono venire da Paesi diversi, le collaborazionicon con l'estero, gli italiani che cantano in lingua straniera. In sintesi: al contrario di una mozzarella, in cui è relativamente facile stabilire se la materia prima è o meno italiana, per un brano musicale stabilire la nazionalità è molto più difficile. E limiti troppo stretti rischiano di tenere fuori moltissimi brani.

3. EFFETTO BOOMERANG PER L'EXPORT ITALIANO

La terza questione riguarda la reciprocità delle "misure sovraniste", un tema che tocca le canzoni così come altri tipi di business. Supponiamo per un momento che la norma pensata dal governo sia efficace e che altri Paesi ne approvino di simili a tutela della loro musica nazionale. L'Italia ci guadagna o ci perde? «È difficile quantificare il peso dell'export sull'industria musicale italiana – spiega Mazza – diciamo che a livello di dischi e streaming siamo intorno a un 10% su un fatturato di 130-150 milioni di euro. Ma sono dati sottostimati perché bisogna tenere conto anche delle royalties. Non ci sono solo i big come Bocelli, Pausini o Ramazzotti. Lo streaming ha aperto nuovi mercati a prodotti italiani, basti pensare alle colonne sonore di Morricone, o al jazz italiano, molto apprezzato. O ancora, per fare un altro esempio, all'esplosione di Bella ciao dopo che è stata utilizzata nella serie tv La casa di carta». Tirare su i muri, insomma, potrebbe non essere tanto conveniente, ammesso e non concesso che funzioni. Il tutto, tra l'altro, mentre «sono forti gli investimenti delle case internazionali in Italia: il repertorio italiano è già pari a oltre il 50% del venduto». Molto di più, quindi, del 33% invocato per le radio.

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